EZIO GALIANO.

VECCHIO GALLUPPI. UN LICEO, UNA CITTA'.


1987 Rubbettino Editore, Soveria Mannelli.

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Parte 2.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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INDICE di questa parte.
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L'INVITO.
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Le risposte:
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45. - CASTAGNA ALBERTO.
46. - CAMPISI NOEMI.
47. - ALBERTI ANTONIO.
48. - CURCIO ACHILLE.
49. - BORRA ANNA.
50. - D'AMICO NICOLA.
51. - CAPARELLO GIUSEPPE.
52. - CONIDI FRANCESCO.
53. - CARELLI EDOARDO.
54. - LORIA LUIGI.
55. - PACHI' ANTONIO.
56. - PUDIA DOMENICO.
57. - GIUDITTA ANTONIO.
58. - VENTRICI ANNIBALE.
59. - PORCELLI DOMENICO.
60. - PLACANICA AUGUSTO.
61. - SCARAMUZZINO ANTONIO.
62. - CIRIACO LEOPARDI.
63. - ALCARO PASQUALE.
64. - ANTONINI VITTORIO.
65. - ANZANI ANTONIO.
66. - IANNUZZI MARIO.
67. - CHIARAVALLOTI GIUSEPPE.
68. - BRUNI GIOVANNI.
69. - CARRATELLI DOMENICO.
70. - DONATO ANGELO.
71. - GASSI ANTONIO.
72. - SALA ANNUNZIATA.
73. - CARNOVALE ANTONIO.
74. - BILOTTA ANTONIO.
75. - CANTAFORA NICOLA.
76. - NOTARANGELO RAFFAELE.
77. - CRITELLI GIUSEPPE.
78. - GIGLIO ROBERTO.
79. - RUSSO MARIA.
80. - LE PERA GIOVANNI.
81. - CIPOLLINA GIUSEPPINA.
82. - MIGLIACCIO GIANFRANCO.
83. - ROTELLA MICHELE.
84. - LEDONNE EMILIO.
85. - CARBONE MARIA GIOVANNA.
86. - IANNUZZI GIULIO.
87. - FOLINO GALLO RAFFAELE.
88. - NISTICO' GIAMPIERO.
89. - ALCARO MARIO.
90. - VERALDI DONATO.
91. - CAFASI LUIGI.
92. - NICOTERA MARIO.
93. - LO RUSSO GIANPAOLO.
94. - POLICICCHIO MICHELE.
95. - CORRADINI NICOLA.
96. - GALERA ROBERTO.
97. - PIPERNO FRANCESCO.
98. - VIVALDI AMALIA.
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Fine Indice.
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L'INVITO.
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Sono Ezio Galiano, dallo scorso settembre preside della scuola della Sua adolescenza e della Sua giovinezza.
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Qualche giorno prima di Natale ho aiutato i ragazzi che oggi occupano i banchi che furono anche i Suoi a ripiegare gli striscioni con i quali avevano chiesto ai responsabili della citta ci che manca al loro liceo. Il "Galluppi" manca di auditorium, di biblioteca, di laboratori scientifici e linguistici e per tutto auesto i ragazzi dell'85 hanno protestato, ma io credo che a loro e alla loro scuola manchi anche qualcosa che solo cento e cento ex studenti, come Lei, possono donare al loro vecchio liceo e ai mille giovani che oggi lo frequentano.
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Il "Galluppi" manca della sua storia, di una storia scritta e testimoniata da chi l'ha vissuta, di una storia che dica quanto, dalla Grande Guerra al 1975, il Liceo ha dato alla citt attraverso i suoi migliori ex studenti i quali si sono arricchiti di umanit nelle aule buie di Corso Mazzini e poi quell'umanit, esaltata dalle doti della loro personalit, hanno irradiato ed irradiano nell'esercizio della loro professione, entro e fuori Catanzaro.
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Per i mille ragazzi che oggi frequentano la Scuola che fu Sua Le chiedo di rileggere nella memoria uno o tanti ricordi che legano la Sua giovinezza al "Galluppi" e di trascriverli in una o tante pagine da far confluire in un'opera che, tra l'altro, potrebbe offrire agli studenti di oggi modelli di vita e di professionalit e potrebbe illuminare di speranza gli angusti spazi che i tempi lasciano alle loro prospettive di lavoro.
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La prego di autorizzarmi a pubblicare le pagine che cortesemente vorr farmi recapitare perch sono certo che se Ella e gli altri egregi professionisti ai quali ho rivolto la stessa preghiera racconteranno i loro incontri o scontri con le idee, gli uomini e le cose della citt nel tempo in cui frequentavano il ginnasio ed il liceo, i loro incontri o scontri con i docenti, i bidelli, il preside, con le discipline pi o meno amate, con i compendi di tutte le storie, con i manuali di tutte le regole, con le opere eterne del pensiero e dell'arte; se Ella e gli altri rievocheranno giorni di scuola trascorsi nel coro della classe attenta al fitto dialogo tra i banchi e la cattedra o nel gruppo dei pochi sussurranti e nascosti nelle viuzze pi chiuse o nella massa dei molti vocianti per le strade aperte sulle piazze battute dal vento; se Ella e gli altri rivivranno amicizie e amori sognati o vissuti negli anni in
cui, nel fluttuare del noi, del voi e del loro, ciascuno inventa la solitudine dell'io su cui poi cadono le responsabilit di tutte le scelte, il Liceo Ginnasio "P. Galluppi" avr la sua storia che, saldando il passato al presente, contribuir a dare speranza per il domani ai giovani che frequentano la Scuola che  stata ed  Sua.
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Grazie,
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Catanzaro, 20 gennaio 1986.
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Ezio Galiano.
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Le risposte:
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45. - Alberto Castagna.
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di Giuseppe e di Berta Meloncini.
nato a Catanzaro il 12 luglio 1928.
iscritto per la prima volta alla prima ginnasiale sez. C.
(Registro generale dell'anno scolastico 1937/1938).
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Ieri, Oggi, Domani.
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Abitavo ed abito, a pochissima distanza dal vecchio Liceo "Galluppi" che
incombeva, alto e grigio, sul Corso. Iscritto al ginnasio, mi avevano mandato,
per, alla sezione staccata, che aveva sede in via XX Settembre, con ingresso
da un largo portone in fondo al quale lavorava, con grande strepito di
rotative, una tipografia.
Una delusione cocente, quella destinazione alla sezione C, chiamata legione
straniera dai coetanei delle altre sezioni, la A e la B.
La selezione, durissima, fece confluire i superstiti della C (e me, tra
questi) nelle altre due.
E le porte del paradiso parvero schiudersi: sezione A nel vecchio liceo.
Ci sistemarono in un'aula vasta, con una parete a vetri che dava sul cortile,
pomposamente chiamato palestra scoperta, dal quale provenivano passi
cadenzati e militareschi comandi urlati.
Pare che il passo romano di parata voluto dal duce ad imitazione di quello
tedesco (peraltro definito dai popoli latini passo dell'oca!) non riuscisse
ad entrare nel nostro comprendonio.
Inde ire dei docenti di ginnastica, a quell'epoca ribattezzata educazione
fisica, tutti, per definizione, fascistissimi tra i fascisti.
Il caso volle che il lunghissimo banco per quattro scolari in cui io presi
posto, portasse inciso profondamente il nome di mio padre e quello dell'avv.
Arnaldo Pugliese. Il banco risaliva, quindi, ai remoti anni 10 del secolo,
almeno.
La luce filtrava nell'aula, verdina, stemperando la consecutio temporum e la
matematica.
Noi poverelli che venivamo dalla legione straniera avevamo cominciato a
studiare francese, gli originari della sezione A inglese.
La lingua provocava traumatiche scissioni: noi andavamo via, a raggiungere la
professoressa Macr, mentre nell'aula restavano gli altri col prof. Cardamone.
Ma, lungo il percorso, si passava innanzi alle aule della sezione B.
Che a noi non parevano aule, ma scrigni di gioielli splendenti: le ragazze
della B. E la visione costituiva rivincita nei confronti di quelli che
restavano per l'inglese, una rivincita che vanificava ogni tentativo di
britannico self control.
Un giorno (ormai la nostra permanenza in A era consolidata) clangore di
trombe e tamburi: la scolaresca era convocata per assistere, auspice il
preside Fornari, all'abbattimento della lapide marmorea dedicata ad Antonio
Jannoni. Rea, la povera lapide, di inneggiare alle civiche libert ed alla
democrazia, croll sotto i colpi di un mazzapicchio roteato da un robusto
avanguardista in panni grigioverdi e camicia nera, con fez e fiocco
regolamentari.
Il docente di greco che aveva sostituito il titolare chiamato alle armi era
il venerando professore Sando. Un pozzo di scienza che per era andato in
pensione a 70 anni, dieci anni prima. Aveva insegnato greco a mio padre.
Figurarsi! Gli aoristi ed i piucheperfetti restarono oggetti misteriosi,
aggirantisi tra i muri paraschegge che, intanto, erano stati eretti nei
corridoi del Liceo, dato che, scoppiata la guerra, s temevano i bombardamenti.
Che, puntualmente, si abbatterono su Catanzaro a scuole chiuse, distruggendo
innocenti case d'abitazione, ma rompendo al Liceo soltanto i vetri, e qualche
tegola, immagino.
Poi: la strana sensazione che tutto fosse cambiato o stesse per cambiare.
Aquile littorie abbattute da un popolo ormai consapevole della ritrovata
libert, giacevano, letteralmente, nella polvere dell'assolato luglio '43.
Se il popolo era consapevole della ritrovata libert, noi fummo, subito e
sgradevolmente, consapevoli della scarsa dimestichezza con la lingua di Omero.
Professore di latino e greco era Santi Di Rosa. Conoscitore raffinato dell'una
e dell'altra lingua non tard un'ora a valutare le paurose lacune che ci
affliggevano. E fu un uragano devastatore, quello che si abbatt su di noi.
Le lezioni di Di Rosa erano contemporaneamente seducenti per la profondit e la
chiarezza della esposizione, e repellenti per la durezza con la quale
pretendeva che noi capissimo, e ricordassimo. Aveva un atroce calepino
formato da due sciagurati grecisti, tali Cataudella e Capuzzello (di non lieta
memoria), con brani tratti dagli scrittori della Grecia antica.
Ma quali brani! Cercati col lanternino tra i pi astrusi per sintassi ed
argomento, i due bravi grecisti avevan offerto al prof. Di Rosa uno strumento
torturatorio degno di Torquemada. Ed il buon Professore ne affibbiava uno per
ciascuno a noi poverelli. Da tradurre. Inutile dire che le traduzioni erano
sovente senza capo n coda simili a oracoli della Sibilla. Di Rosa se la rideva
sotto i sottilissimi baffi. Con un lieve sadismo. Ma vinse lui. Eccome, se
vinse! Schiacciata ogni residua resistenza, abbandonata zavorra in prima
liceale, ci port alla maturit con una conoscenza del greco almeno dignitosa.
Un'impresa altissima, se si pensi che andammo a scuola a giorni alterni, per
tutta la prima liceo. Nel vecchio Galluppi erano, infatti, ricoverati i senza
tetto.
Non credo che il prof. Di Rosa si sentisse un eroe per gli sforzi che andava
compiendo. Immagino li ritenesse suo stretto dovere di pubblico impiegato.
L'esperienza degli anni successivi mi porta a dire che, davvero, lui ed i suoi
colleghi erano eroici.
Il Liceo ci port anche alla filosofia (con la quale e senza la quale, si
diceva, si rimane tale e quale!). Stranamente i docenti di filosofia (e storia)
erano, o sembravano, a loro agio nel nuovo clima di libert seguito alla
caduta del fascismo. Sembrava che avessero passato la loro vita professionale
a discutere con gli allievi con una sorta di parit ombrosa superba ed umile
nel contempo.
E noi discutevamo. Dio! quanto discutevamo!
Da adulto compresi che il fascismo non aveva potuto inquinare del tutto la
scuola (e la magistratura, del resto), per la dignit altissima dei docenti
(e dei giudici) formati dalla grande stagione culturale dell'italietta
democratica del primo dopoguerra. Poi, anche la scuola (e la magistratura)
furono inquinate dai processi degenerativi della nostra democrazia imperfetta.
Li ricordo tutti, questi miei professori, questi miei maestri. Molti con
affetto. Tutti con rispetto. Anche quelli che, oggi, so essere stati meno
dotati culturalmente ed umanamente degli altri, giganteggiano nel mio
ricordo, e nella mia stima, come numi al di sopra di noi mortali.
Sono debitore a tutti loro, se nella vita, nel mestiere che mi sono scelto
non sono, poi, rimasto troppo indietro.
Giovanni Mastroianni, fresco di studi, di passione crociana, circonfuso
dell'aura del reduce di guerra (veniva dal fronte russo), ci disse cose, ci
spieg fatti ed avvenimenti, corse con noi le pi folli avventure del
pensiero.
Non condividevo (non convivido) nulla della sua posizione politica, ma
certamente la mia formazione intellettuale sarebbe stata meno ricca e
puntuale se Mastroianni non mi avesse insegnato a ragionare in astratto, ed a
valutare in concreto. Sarei felice se i miei allievi, quelli dell'Universit
e quelli dell'Istituto Tecnico, potessero dire di avere avuto da me la met di
quello che Mastroianni ha dato a tutti noi.
In tutto questo ribollire di novit e di atteggiamenti, il vecchio liceo era
l, sempre grigio, sempre un po' tetro, compassato. Chiuso a difesa della sua
missione formatrice. Facile ricordare Settembrini che in quelle mura tenne
cattedra, men facile ricordare altri che avevano tenuto ben alto il profilo
della cultura catanzarese. Don Sante Calabria, grecista di cui ancora mio
padre ricorda le lucidissime lezioni, Giovanni Patari, maestro e poeta
dolcissimo, tanti altri il cui ricordo si  perso, ma non il seme fatto
germogliare nella mente degli allievi.
I tempi urgevano: noi seguivamo le lezioni in aule dai vetri rotti e dalla
luce fioca, chi ci ha seguito aveva bisogno di riscaldamento e di luce piena.
Alla, forse sbagliata, cultura del sacrificio si era sostituita quella del
benessere.
Il vecchio "Galluppi" era ormai sopravvissuto a se stesso ed alle sue stesse
glorie.
Nuovo, luminoso, modernissimo nelle strutture il nuovo liceo sorgeva nei nuovi
quartieri alti.
Per uno strano gioco del destino, ultimo Preside del vecchio liceo fu un
grande, tipico rappresentante della cultura umanistica: il prof. Livio
Cancellieri mancato di recente all'affetto di quanti avevano avuto il
privilegio di essere suoi allievi.
Ricordo le sue mani, curatissime, tracciare aerei percorsi alle avventure di
Angelica, gli occhi un po' stanchi seguire improbabili sentieri popolati di
dame e cavalieri. Ricordo la sua voce, convintamente elevantesi nel descrivere,
illustrare quartine e settenari, serafini, cherubini, troni e dominazioni
... perch Croce ha detto... e De Sanctis negato... ma Sapegno obietta....
Cancellieri lasci il vecchio liceo, ma riusc, forse, a riallacciar il filo
di quel che era stato di quel che  stato, con il nuovo.
Ed il "Galluppi" (Galluppi, diceva Mastroianni, un conte filosofo calabrese
dalla fama forse maggiore di quanta ne meritasse)  ancora l.
Grigio, ancora, nella facciata ripulita, nel dignitoso classico grigio di chi
tutto ha visto, capito, razionalizzato.
I miei nipoti non hanno studiato sui banchi, patinati dallo scorrere lento
del tempo e dal passare delle generazioni, che, lignei e duri mi avevano
accolto al mio ingresso al ginnasio.
Hanno studiato su banchi moderni, probabilmente pi comodi, certo meno
eleganti. In uno stabile pi igienico e funzionale.
Ma io so che il vecchio conte filosofo calabrese ha trasferito lari e penati
tra le nuove vetrate e le sedie di plastica, ed anima ancora la sola Scuola
con la S maiuscola che resti, a malgrado di tutto e di tutti, a formare menti
e coscienze.
La scuola che ci ha insegnato lo scetticismo della ragione e la passione
degli ideali, la scuola che spero continui ad essere vera formatrice di
libere menti, di liberi cittadini.
Questo nostro sempervirens Liceo Classico.


Noemi Campsi.
di Giuseppe e di Ada Vecchietti
nata a Catanzaro il 26 maggio 1929
iscritta per la prima volta alla prima ginnasiale sez. A
(Registro generale dell'anno scolastico 1938/1939)

Il "Galluppi",
il mio liceo (mio perch io, forse, sono stata la pioniera di coloro che hanno
cominciato a frequentare il ginnasio nove mesi prima di nascere), il nostro
liceo, mio e di Vincenzo, mio marito; il liceo di due dei miei tre figli,
ormai trentenni e professionisti.
Il mio cuore  l, nel mio liceo.
Che dolce urto al cuore provo ogni volta che passo per corso Mazzini e vedo
il "Galluppi", pi o meno lo stesso di quello della verde et della mia
adolescenza e dell'et un po' meno verde ma smagliante della mia giovinezza,
quando i miei figli erano ragazzi!
Adesso il tempo ha messo una patina sugli splendori passati ed in questa dolce
maturit come non provare commozione e nostalgia per quell'adolescenza che ci
faceva sembrare il mondo tutto nostro: un giardino incantato di cui
assaporare i frutti, tutti belli, tutti ricchi di promesse.
S, perch la nostra adolescenza, protetta da certezze che poi il '68 scalz
inesorabilmente e che ora si cerca, anche da parte dei giovani, di ritrovare
per essere un po' meno tristi, un po' meno insicuri, un po' meno amari, la
nostra adolescenza prima e la nostra giovent, poi, malgrado le angustie del
fascismo, gli orrori del secondo conflitto mondiale e la povert del
dopoguerra, furono veramente felici.
Come  dolce riandare con il cuore e con il pensiero al tempo in cui i miei
figli, ragazzi, varcavano la soglia di quella scuola e collezionavano successi
e consensi che noi genitori eravamo felici di raccogliere dalla voce
compiaciuta di insegnanti e compagni!
Ma pi dolce  riandare al tempo in cui noi, mio marito ed io, ragazzi,
entravamo trepidanti in quella scuola cos seria come impostazione di studio,
per intenderci, dove insegnava quel terribile e bravissimo docente che fu il
professore Di Rosa. Era molto bravo, ma cos... sadico che in tanti anni non
mi interrog mai n in lessico, n in classico (sapendomi, senza modestia,
brava e preparata), senza fare accenni vistosi alla letteratura dove io avrei
potuto essere meno sicura (dico avrei potuto perch sulla mia preparazione
vegliavano i miei cari genitori che avevano riposto in me, unica figlia, tutti
i loro sogni).
Ancora pi sadico era il professore Di Rosa con mio marito che frequentava
una classe avanti alla mia. Il poveretto - ricorda ancora - era sempre
interrogato in lessico ed in classico, mai in letteratura perch l, e il
professore lo sapeva, si sarebbe difeso pi facilmente ed avrebbe potuto fare
miglior figura.
Avevamo i nostri piccoli affanni, che allora ci sembravano grandi, ma il pi 
grosso di tutti (com' dolce ripensarci in questi tempi in cui ogni libert 
concessa ed immediatamente goduta!) era quello di vederci, io e Vincenzo, che
ci volevamo gi da allora tanto bene, un momentino da soli per scambiarci
qualche, direi ingenua, effusione non altrimenti consentita, anche se le
rispettive famiglie speravano nel coronamento del nostro sogno d'amore.
Ed avevamo risolto il nostro problema in modo accettabile.
Vincenzo arrivava a scuola per tempo e si nascondeva dietro la vetrata che
immetteva nel corridoio dei gabinetti di fisica e chimica, deserti a quell'ora.
Io arrivavo... quando potevo, scortata da mia madre che mi accompagnava fino
al corridoio del liceo per poi imboccare le scale e raggiungere il piano
superiore dove era l'aula dei suoi alunni ginnasiali. Con un gran batticuore,
assicuratami che lei fosse gi lontana, invertivo la marcia e raggiungevo il
mio ragazzo. Erano solo pochi attimi rubati alla sorveglianza affettuosa ma
intransingente dei miei, ed a noi sembrava di fare chiss che. Era un misto di
colpa e di delizia, di timore che, essendo la vetrata aperta, ci vedesse
qualcuno: un bidello, un professore, un compagno... e fosse scoperto il nostro
piccolo inganno.
Ogni volta che passo davanti al mio liceo mi vengono in mente con tenerezza
ed affetto i miei figli ragazzi, ma ripenso con struggente nostalgia a quei
due liceali di tanti anni fa che, tremanti d'amore e di paura, in quell'angolo
buio del "Galluppi", riuscivano a scambiarsi un bacio e tante promesse,
promesse consacrate sull'altare e poi rinnovate ogni giorno nella vita dal
desiderio dell'uno e dell'altra di continuare a viverle insieme.
C' ancora un tenero e buffo ricordo che  legato alla mia scuola: riguarda i
miei genitori.
Era il tempo del fascismo.
I miei erano insegnanti: mia madre, Ada Vecchietti, era professoressa di
lettere al ginnasio; mio padre Giuseppe Campisi, professore di ragioneria
all'Istituto Tecnico Commerciale ed anche loro, quindi, dovevano riunirsi con
tutti gli altri docenti delle scuole medie e medie superiori per celebrare il
sabato fascista con una o pi ore di ginnastica nella grande palestra
scoperta.
Ovviamente dovevano tutti indossare la divisa ed esibire una perfetta (si
fa per dire) forma fisica perch allora agli insegnanti era richiesta s una
buona preparazione ma anche, e senza limiti di et, di peso o di acciacchi,
una gagliardia che, se non poteva certo eguagliare le prestazioni e le
esibizioni del Duce, doveva esserne un'almeno sufficiente imitazione, nel
culto della romanit e della forza fisica allora imperante. In quanto a forma
ed a prestanza, il mio pap, che si vantava di aver militato nei Bersaglieri
e di aver fatto, appena diciottenne la guerra del 1915-18, era perfettamente
d'accordo. Un po' meno d'accordo erano il venerando professore Miceli, a cui
il fez andava di traverso nell'arrancare della corsa, ed il simpatico e
grassoccio professore Sando, al quale la robusta complessione toglieva
rapidamente il fiato ed ogni velleit sportiva.
Su una cosa il dissenso di mio padre al regime era totale: si rifiutava di
indossare la camicia nera della divisa perch era fisicamente incapace, per
motivi di igiene - diceva -, di mettere il nero a contatto della pelle.
Solo per le insistenze della mia povera mamma, la quale a ragion veduta
temeva ritorsioni e beghe se pap si fosse nettamente rifiutato di indossare
la famigerata camicia nera, era venuto ad un compromesso che era per lui la
massima concessione. Sulla camicia bianca di lino, o di battista di cotone
secondo le stagioni, piazzava, con un gioco di elastici, un davantino con
colletto e polsini neri che indossava borbottando e che sistematicamente gli
andava di traverso durante le varie evoluzioni ginniche.
Ricordo che io cercavo di non perdere la buffa scena che immancabilmente
veniva rappresentata ogni sabato dinnanzi al grande specchio nella camera da
letto dei miei genitori.
In verit, io provavo un senso di pena per quegli insegnanti anziani,
abituati ad un lavoro sedentario ed appagante, costretti a fare gli atleti,
loro malgrado, e forse pena mi faceva anche il viso triste di pap nel
momento in cui accettava il compromesso. Ero una ragazzina, ma gi da allora
riflettevo su come la libert, particolarmente di coloro che sono costretti a
guadagnarsi il pane con un lavoro onesto e dignitoso, pu essere violata e
violentata.
Un'altra scena alla quale, per, non ho personalmente assistito ma che mi 
rimasta impressa in seguito al vivace e colorito racconto che ne fece mia
madre, si svolse anch'essa nell'ampia palestra del "Galluppi" e si riferisce
all'arrivo del federale Candrilli al quale le donne fasciste (strana
denominazione per dire le insegnanti di quella scuola!) davano il benvenuto.
Le signore, all'ordine Saluto al Duce, risposero con un A noi! cos
delicato e gentile che non sembr abbastanza energico ed esultante al
federale, il quale non esit a dire: Donne, questo "A noi!" non mi piace,
ripetete il saluto!.
E le signore, al nuovo ordine, furono costrette a strillare un A noi! pi 
vibrante, ma certo meno sentito.
Non eravamo antifascisti, ma quelle esagerazioni ripugnavano a gente di
cultura, di educazione e di buon gusto.
Mio padre, poi, in casa e nella scuola, era un democratico nel vero senso
della parola, un democratico puro, prima che lo diventassero tutti al tempo di
De Gasperi, un democratico che sognava e sperava che la libert non fosse
licenza e che la Patria, l'Italia, si potesse amare anche nella libert.

Antonio Alberti.
di Alberto e di Rosina Melia
nato a Catanzaro il 18 settembre 1929
iscritto per la prima volta alla prima ginnasiale sez. A
(Registro generale dell'anno scolastico 1938/1939)

Non so come sia fatto il nuovo liceo,
quello dal quale Ezio Galiano periodicamente, con cadenza trimestrale, mi
telefona per scuotere la mia pigrizia e costringermi a scrivere qualche
ricordo da inserire in un volume dedicato alla storia del Liceo. Lho visto di
fuori:  un bell'edificio ed immagino che abbia ampi corridoi ed aule luminose;
ma non riesco a vederci studenti seduti ai banchi e professori in cattedra
intenti a far lezione. Io ho conosciuto l'altro, il Regio Liceo Ginnasio
"Pasquale Galluppi", quello che stava su Corso Mazzini, che all'ingresso, dopo
la vetrata, esibiva una lapide altissima, rispetto al mio metro e venti di
altezza, a ricordo di Luigi Settembrini, grande patriota e letterato che aveva
onorato il Liceo del suo insegnamento un secolo prima; ed inoltre godeva
dell'incondizionata gratitudine della citt per via di quel suo giudizio
straordinariamente positivo, e certamente meritato, sull'intelligenza dei
Catanzaresi.
La scrivania di Russo, posta opportunamente davanti, provvedeva a
ridimensionare la monumentalit della prospettiva. La Cannata era una
insegnante fra le pi stimate; l'iscrizione alla sua sezione, la A, era
contesa dai genitori, quale segno distintivo di status. Aveva fama d'essere
rigorosa; e doveva essere vero perch dei quaranta allievi del primo ginnasio,
figli di gente dabbene, solo in venti arrivammo in terza e ci saremmo
licenziati ancora in meno se il figlio del Federale non fosse stato l'ultimo
della classe. Aveva una figura alta e slanciata che certamente avrebbe
suscitato l'interesse di Modigliani, per via di quel collo lungo; ai ragazzi,
pi disponibili alla beffa che alle contemplazioni estetiche, suggeriva
l'immagine di un trolley da cui il soprannome di tranvia. Ma non c'era
malignit, ch anzi gli allievi la stimavamo ed avevamo di lei estremo
rispetto. Del resto i ragazzi eravamo semplici e disciplinati; camminavamo
sempre in fila e c'era sempre qualcuno che chiamava il passo, e qualche altro
che ci passava in rivista, anche quando entravamo ed uscivamo dalla scuola;
salutavamo i professori alzando il braccio teso e nessuno si meravigliava che
essi rispondessero facendo lo stesso gesto con uguale seriet. Gli adulti,
certo, dovevano essere un po' pi fessi di cento anni prima se facevano le
stesse cose dei ragazzini; ed anche un po' pi tristi, se trovavano naturale
vestirsi di nero almeno una volta la settimana; vivevano delle loro certezze e
si accontentavano di nascere e di morire di morte naturale; e non sospettavano
nemmeno che da qualche parte era gi nato Barnard e che di l a poco avrebbero
dovuto adattarsi a vedere con quale rapidit potevano mutare le idee, e cuori
e visceri cambiare di domicilio. Di Benito sapevamo tutto: che era nato a
Predappio e che era figlio del fabbro, che si era tirato su da solo, e che
aveva perfino fondato l'Impero, ma non l'avevano preso troppo sul serio quando
aveva proclamato che quell'Impero il popolo italiano avrebbe dovuto difenderlo
con le sue armi. E fu cos, per questa semplice sottovalutazione, che io ed i
miei compagni ci ritrovammo a vivere gli ultimi anni di scuola nell'ancora per
poco Regio Liceo Ginnasio Galluppi in poche tristissime aule, gomito a
gomito con i sinistrati. Non ho molti ricordi di quel periodo o forse li ho
rimossi dalla mia memoria; o pi semplicemente sono intrecciati ad altri,
esterni alla vita scolastica e capaci di suscitare passioni pi ardenti, e di
lasciare ricordi pi vividi: erano gli anni del referendum, repubblica o
monarchia, della Costituente, dei comizi tutti religiosamente ascoltati. A
Mastroianni, il professore, al suo primo anno di insegnamento, tocc il compito
di affrontare il nostro analfabetismo politico; ci mise in mano i giornali e ci
insegn come andavano letti. Era di pochi anni pi vecchio di noi, ma aveva
fatto la guerra in Russia e si capiva che quell'esperienza l'aveva fatto
maturare pi della delusione della guerra perduta; ma era chiaro che la sua
indiscussa autorevolezza non gli derivava dall'aspetto un po' da ufficialetto
che gli era ancora rimasto appiccicato, se tutti eravamo preoccupati a
guadagnarci la sua stima. Per molti di noi rimase il Professore. Don Luigino
Costanzo era il nuovo provveditore agli studi; era prete e veniva da Roma dove
aveva insegnato lettere nel liceo Tasso. Aveva fama di essere sensibile ai
problemi dei giovani ma sembrava molto attento ai loro umori; per questo era
solito avere colloqui con delegazioni di studenti, che egli stesso
sollecitava ad ogni stormir di foglie per sentire le loro ragioni. Avevamo
messo su un giornale d'istituto e partecipavo spesso a quei colloqui, da lui
stesso invitato.
Satura lanx (Piatto di primizie) era il nome, classico ovviamente, di quel
foglio, e don Luigino ne divenne lo sponsor, offrendoci carta, inchiostro,
l'uso del ciclostile e alla fine anche la sua autorevole tutela. Fu infatti in
quell'epoca che il Liceo ricevette la visita del Ministro della Pubblica
istruzione, l'onorevole Enrico Mol, che era stato per otto anni alunno del
"Galluppi", una visita in tono minore, nulla a che vedere con quella di
qualche anno prima, fastosa e solenne, tamburi e divise, del ministro Bottai.
Ricordo che Fornari aveva rimesso in funzione i suoi altoparlanti, comunque
poco usati da quando non trasmettevano pi bollettini di guerra e discorsi del
Duce, ma nel darne l'annuncio non si sottrasse alla tentazione di aggiungere
una disposizione: che tutti gli studenti si presentassero a scuola al mattino
seguente, giorno della visita del signor ministro, vestiti in modo decoroso e
decente. Una raccomandazione inutile visto che noi eravamo vestiti con le
ultime risorse di famiglia, pantaloni ricavati da coperte, camicie militari,
scarpe rattoppate, cappotti ereditati dai padri e dai fratelli gi sdruciti.
Ma a noi parve una provocazione ed una offesa, per cui la mattina ci
presentammo a scuola vestiti in abiti da cerimonia, anch'essi vecchi e
certamente non a misura; era una scena che non poteva passare inosservata, e
forse per questo la visita nella nostra classe, guidata da Don Luigino dur
solo qualche minuto senza alcun rilievo. Nel pomeriggio incontro con il
Ministro e richiesta di una intervista subito concessa, per intercessione di
don Luigino, che si offr anche a fare da interprete tra noi ed il Ministro.
Forse noi fummo troppo prudenti a porre le domande o forse il Ministro fu un
po' reticente; fatto sta che non riuscimmo a sapere se gli esami di maturit,
i primi del dopoguerra, si sarebbero fatti con le commissioni interne e che
cosa il Ministro pensava della riforma Bottai. L'intervista fall e con essa
anche il giornale. Scelsi di fare il medico e non ebbi pi modo di incontrare
Don Luigino. Lo rividi dopo molti anni quand'era gi molto malato. Una sera mi
telefon se potevo fargli visita a casa sua, ad Adami, non si sentiva di
venire a trovarmi in ospedale. Lo trovai aggravato e dovetti praticargli cure
d'urgenza. Ouando si sent un po' meglio, mi preg di aiutarlo ad alzarsi:
avrebbe voluto mostrarmi una cosa che mi riguardava; in una busta conservava
tutti i numeri del giornale, raccolti in ordine e tutti chiosati. Lo
ringraziai e feci per portarli via, convinto che avesse pensato di farmene
omaggio; mi ferm con un gesto: desiderava trattenerli con s; per ricordo,
disse.

Achille Curcio.
di Salvatore e di Romilda Zolea
nato a Borgia il 20 maggio 1930
iscritto per la prima volta alla quarta girnasiale sez. C
(Registro generale dell'anno scolastico 1945/1946)

Un segno della memoria
Fu nel primo giorno di scuola che mi fu fatto di sapere che quel
Ginnasio-Liceo era stato nell'Ottocento sede dei Padri Scolopi.
Quella prima notizia suscit in me un senso di profonda amarezza, quasi di
prostrazione, riandando col ricordo alla squallida vita scolastica vissuta
nel Seminario di Squillace negli anni della seconda guerra mondiale.
Sentire parlare ancora di preti, anche se questa volta si presentavano col
nome di Padri Scolopi, accresceva il mio confuso turbamento, causato dalla
timidezza di ragazzo venuto dalla provincia.
Quella dei Padri Scolopi era stata soltanto una citazione storica fattami da
un compagno cittadino, ma in pochi attimi mi resi conto di quanto diversa
era la realt del presente.
La guerra era finita da poco ed anche Catanzaro mostrava macerie, ancora non
rimosse, e tutti i segni di una violenza che non aveva risparmiato nessuno.
Ero giunto dalla provincia con la mia bisaccia stracolma di timidezza ed
avevo negli occhi la curiosit di guardare intorno e scoprire cose mai viste:
il corso Mazzini, immenso e luminoso come non erano mai state le stradine di
Montauro che avevo abbandonato a malincuore, i ristoranti, le donne dalle
labbra carnose e dipinte, i manifesti che nelle bacheche istoriavano scene di
films
E poi il fabbricato del liceo "Galluppi", imponente e solenne come una
cattedrale, rappresentava per me qualche cosa d'immenso: mai prima di allora
mi ero imbattuto in un edificio monumentale come quello, che ora mi suscitava
un sentimento di soggezione e di rispetto timoroso.
Lo stesso portone rappresentava la soglia arcana attraverso cui avrei
conosciuto un mondo nuovo che mi avrebbe lasciato prima sbigottito e poi
curioso di scoprire ed apprendere.
Quei marmi incisi e posti alle pareti, per rammentare ai presenti le gesta ed
i sogni di giovani studenti ardimentosi o per eternare nel ricordo la
dottrina di educatori, proprio quei marmi furono i miei primi grandi maestri.
Non era quella la scuola di paese o il Seminario vescovile, dove tutto era
regolato dalla improvvisazione di docenti adattati alla bisogna: il ginnasio
"Galluppi" era una grande scuola ed una lapide mi ricordava che l aveva
insegnato Settembrini; un'altra ancora mi ammoniva che da quelle aule era
venuto fuori il filosofo Fiorentino e tanti altri illustri uomini.
Tutte quelle testimonianze lievitarono il mio smarrimento, ma accesero in me
la curiosit di conoscere tutto ci che quegli uomini avevano scritto e
fatto, ed il desiderio d'interiorizzare la loro dottrina, intessuta di
religioso amore verso la patria e la famiglia.
La sezione B della quarta ginnasiale, alla quale era stato assegnato, era
formata in gran parte da ragazzi venuti dalla provincia; l'altra, la A, aveva
invece accolto i figli di pap: i rampolli della Catanzaro bene, eleganti,
profumati, spocchiosi.
La nostra era la sezione del terzo mondo, vuoi perch di estrazione
piccolo-borghese o popolare, vuoi perch eravamo cos magri da suscitare
interesse per il problema della fame nel mondo.
Eravamo i frutti genuini della guerra che si era conclusa da poco: secchi,
magri in grado estremo, con gambe e braccia che richiamavano una nudit
spettrale e squallida; visi pallidi ed occhi immensi, rimasti forse
spalancati per l'intensa e sconvolgente paura delle bombe. Il pi magro di
tutti era Mumoli, ma occupava spazio quanto un obeso per via degli orecchi
grandi e sporgenti: due battenti di finestra su di un viso minuto e smunto.
La sezione A si differenziava anche perch i suoi componenti usavano
esprimersi solo in lingua, magari dialettizzando l'italiano e rendendolo
ridicolo.
Noi, invece, usavamo l'espressione dialettale, orgogliosi di quella
parlata che faceva parte del nostro mondo e che ci faceva sentire vicini alle
persone care che lontane usavano quel nostro linguaggio con straordinaria
dignit.
E poi nel dialetto anche le cose pi grandi, pi monumentali, ci apparivano
di buon aspetto e ci infondevano fiducia; la nostra parlata ci restituiva
confidenzialit anche nelle affermazioni pi serie, ed il dialetto le
riconduceva ad un tono amichevole, ad un livello di esperienza pi casalinga.
I figli di pap si comportavano con atteggiamento di distaccata superiorit e
sufficienza, con ostentazione di presunta distinzione o raffinatezza.
Per queste indiscusse qualit, qualcuno usava definirli ricchioni; per le
stesse caratteristiche furono inclusi in una classe mista, con delle ragazze
stupende che suscitavano in noi vogliosi desideri. Nella nostra sezione la
presenza femminile era assicurata, a giorni alterni, dalla partecipazione
straordinaria dell'anziana signora Macr, insegnante di francese.
Il profumo di giovinezza delle ragazze dell'altra sezione produceva in noi un
abbandono stupito e incredulo di fronte ad una realt gradevole e un
desiderio svagato d'immagini eccitanti e a noi precluse. Lo stesso profumo di
giovinezza ci faceva riflettere sul modo settario di concedere agli uni e
negare agli altri.
Tutto ci ci dava l'esatta misura di una scuola che non rispondeva affatto
alle vitali esigenze del processo di democratizzazione che stava per avviarsi
nella societ italiana.
Col trascorrere degli anni mi appaiono sfumati i volti ed i tratti dei
professori di quel tempo; ma nessuno riuscir mai a cancellare dal ricordo di
quei giorni l'immagine del professore di lettere.
Era tornato da poco tempo dalla prigionia; aveva partecipato all'ultima
guerra e mostrava sul volto i segni della sofferenza. Portava delle lenti
spesse e pesanti, miracolosamente imprigionate in una montatura sottile e
malferma.
Indossava un vestito dal colore indefinibile e, fedelmente fino a
primavera inoltrata, un maglione verde a girocollo che sostitu con una
camicia alla Robespierre, sempre verde.
Quell'indumento col passare dei giorni, mut colore fino a raggiungere toni
grigio-verde, che restiturono al legittimo indossatore le tinte del suo
passato militare. La cattedra presso il ginnasio "Galluppi" fu forse il suo
primo incarico civile. C'era in noi un sentimento di meraviglia, associato a
riverenza per quell'uomo misterioso e poco socievole, che aveva fatto la
guerra e, in un certo senso, aveva difeso anche la nostra vita. Aveva nello
sguardo una certa espressione di pensosa gravit, che rendeva poco sereno il
suo volto.
Non aveva saputo stabilire con noi un rapporto umano: forse la guerra lo aveva
incattivito, ed era ora sadico nel ridicolizzare l'alunno impreparato o il
timido che si esprimeva a fatica.
Era in continuo conflitto con Tot Grillo, del quale non tollerava neppure il
saluto e del quale, per, doveva sopportare le palline di carta che - miope
com'era - scambiava per mosconi.
Fumava le Alfa, non certo per doveroso omaggio alla lingua di Aristotele, ma
perch erano le sigarette a prezzo infimo, che gli procuravano risparmio e a
noi nausea e violenti colpi di tosse.
La porta dell'aula aveva un'apertura circolare provvista di vetro; ogni tanto
qualche ricchione della sezione A si affacciava per osservare e tendere
l'orecchio per curiosare.
Si beccava immancabilmente la vrazzata del mio inseparabile compagno
di banco e di sogni.
Durante i mesi invernali la nostra aula si trasform in succursale della
Siberia:
mancavano i vetri ed i cartoni non riuscivano a contenere la gelida aria che
penetrava dalle finestre; dai piedi saliva su per il corpo un freddo di morte
che ci lasciava immobili.
A gennaio il preside Fornari si prodig per prolungare le vacanze natalizie;
ma al rientro il freddo era ancora vivo come non mai.
Il professore di lettere continuava a fumare, calato nel suo maglione verde
ed intento ad insegnarci cose per le quali mostrava scarso entusiasmo.
Il suo greco, il suo latino, ma in modo particolare il suo modo di porgere ci
lasciavano delusi.
Ogni tanto qualcuno (era sempre Elio Pelaggi a farlo) si poneva a chiedere
delucidazioni; piovevano allora apprezzamenti poco piacevoli sullo sviluppo
mentale dell'interlocutore, che faceva le sue domande con finalit di sfottere
il docente e mai per arricchire il suo bagaglio culturale.
La guerra con Grillo continuava, ma si era inserita una terza potenza a dare
man forte al collega in difficolt: Pep Marcello!
Il professore accus il colpo per quell'inaspettato intervento che avrebbe
fatto guadagnare alla santa causa altre adesioni.
Marcello era specialista nell'emettere pernacchie non orali: le produceva
schiacciando le palme delle mani e mantenendo un'espressione seria, dignitosa
e composta.
La classe, fin dall'inizio dell'anno, si era divisa a gruppi non per finalit
didattiche, ma secondo la provenienza territoriale.
Il gruppo pi numeroso era quello del quadrilatero Sorbo-Taverna-Crichi-Soveria
e comprendeva: Benito Pudia, Iginio Vero, Gaetano Sanzi, Tot Merante, Gaetano
Greco, Ciccio Russo, Tot Grillo, pi il sottoscritto quale volontario.
Quello proveniente dal crotonese annoverava Alfonso Noce, Gentile e qualche
altro. Il gruppo dei catanzaresi era capitanato da Elio Pelaggi, la cui
personalit svettava su Geppino Martino, Cesare Scalise, Toscano, Maisetto ed
altri sempre in guerra.
Nelle conversazioni cominciammo a formarci alla vita in comune, ad esprimere
il nostro punto di vista, ad ascoltare e a prendere in considerazione il punto
di vista degli altri: incominciammo, finalmente, a vedere la realt non pi in
modo egocentrico, ma obiettivo.
Scoprimmo molto presto che ci eravamo saldamente uniti in un rapporto di
affetto e di stima; mentre i ricchioni continuavano a godere del profumo
delle ragazze.
 passato tanto tempo ed i fantasmi poetici di quei giorni mi inseguono
ovunque.
Come Settembrini ho amato questa strana citt che mi accolse ragazzo e dalla
quale non mi sono pi allontanato.
Ogni giorno attraverso corso Mazzini ed il mio sguardo si posa sul monumentale
edificio del liceo "Galluppi".
Resto sempre attonito a guardare il grande portone, a ricordare immagini di
giorni spensierati.
Sbiaditi ritratti di ragazze, inseguite ed amate fuori dalla sezione A,
colleghi perduti, altri ancora a me vicini nella vita quotidiana.
Grillo continua a lanciare, ma dal cielo, palline di carta per richiamare in
noi il suo ricordo.
In questo repertorio di cose vecchie e fuori moda, resto a gestire la mia
bottega di rigattiere degli affetti e dei ricordi.
C' di tutto: nessuno, fortunatamente, ha comprato finora qualcosa.
Tutto  rimasto intatto per l'arcano e silente piacere di creare e ricostruire
il passato, che diviene presente quando la mia anima vibra di desiderio e di
amore.
C' ancora un sorso d'acqua nella brocca della mia giovinezza: la serber per
rinfrescare le labbra, screpolate dal tempo, prima del viaggio senza fine, nel
momento in cui chiuder per sempre la mia bottega di rigattiere.

Anna Borra.
di Alfredo e di Assunta Politelli
nata a Catanzaro il 16 marzo 1930
iscritta per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. A
(Registro generale dell'anno scolastico 1944/1945)

Erano gli anni duri del dopoguerra:
tutto era distrutto come la nostra Cattedrale che solo all'inizio degli anni
Cinquanta sarebbe risorta dalle rovine, ma quella guerra, anche nello citt di
provincia, ci aveva provati o fortificati insieme: a quattordici, quindici
anni eravamo gi maturi come se ne avessimo diciotto ed il nostro vecchio
Liceo, in specie tra il quarantacinque, quarantasetto, cinquanta, fu
ricettacolo di belle menti e cuori generosi. Mentre a Roma si preparava la
Costituzione della Repubblica noi stavamo a sedere su quegli scuri vecchi
banchi del Galluppi e studiavamo su libri appartenuti ad altri, che avevano
gi una loro storia. Ricordo ancora una grammatica Rubrichi spaginata,
ingiallita, ma utilissima, in un momento in cui le Case Editrici, a fatica,
sorgevano - anche loro - dalle rovine. Ci studiavamo in quattro o cinque e poi
parlavamo di tutto, di niente. Tanti ricordi galleggiano, affiorano da un mare
in tempesta, vengono sommersi mentre deduche men a selanna kai Pleiades.
Invece tutto  riaffiorato o nulla  stato tralasciato dagli ex studenti che
hanno risposto all'appello di Ezio Galiano, attuale preside del Liceo che,
nell'85, mand una lettera a tutti noi perch componessimo un originalissimo
mosaico, fusi tutti nel presente/passato per tornare insieme ai sereni
momenti dell'arcobaleno, su un prato pieno di luce: la prima giovinezza. Ed 
nato, a qualche anno di distanza un grande libro, quasi un'enciclopedia di
Ezio Galiano: Vecchio Galluppi, un liceo, una citt, pp. 398, Rubbottino
Editore, (Collana: Immagini della memoria diretta da A. Panzarella).
Mentre sfoglio queste grandi pagine, apprezzandone l'ottima veste editoriale,
sono stupita dai nomi, dalla miriade di nomi che compaiono nel volume: ognuno
narra la sua storia dell'adolescenza, qualcuno si sofferma su tutti i
compagni dando pure notizie sull'attuale professione di ciascuno, altri
narrano attraverso una lente d'ingrandimento, pochi polemizzano, pochissimi
deformano la realt decodificandola. Da Afeltra a Mastroianni, da Campisi a
Iannuzzi, da Torchia a Castagna, a tanti altri validissimi ex studenti del
glorioso Galluppi, tutti hanno risposto alla lettera di Ezio in modo
originale e appassionato: il libro  la storia di una citt e di una Scuola
che abbraccia buona parte del nostro secolo,  la testimonianza di studio
tenace o accanito, di poca spensieratezza, di pochi svaghi ma della volont di
riuscire, malgrado tutto.
Qui innesto un mio ricordo dato che io sono assente in quell'affresco: anno
scolastico 1943-44 ho tredici anni e mezzo ma le scuole cominceranno a
febbraio del '44. Dal novembre con Giuliana Blois, vado dalla nipote di
un'amica di Mamma: Nicolina Cortese (non ancora Siciliano) per iniziare la
grammatica greca e ripetere quel po' di latino fatto alle medie. Inoltre
svolgiamo qualche tema su autori moderni. Per me, principalmente, Galluppi
significa ginnasio e, ripensandoci, mi fa ingigantire proprio i detti nomi:
Giuliana fu la compagna pi cara, Nicolina la giovane professoressa che, in
quinta, mi dava voti altissimi in italiano e che m'incit a scrivere e
scrivere con quella sua rara umanit, con quella speciale sensibilit che me
la rendono indimenticabile.
C', nel grande volume di Ezio Galiano, una testimonianza del mai troppo
compianto Roberto S. Trovato, da cui sento il dovere di stralciare una
magnifica affermazione che ha molto di poetico: il rievocare porta sempre
con s una confusa capacit di malinconia e il rischio, nel sovrapporsi delle
immagini e nel riflettersi indietro nel tempo, di sostituire, alla memoria dei
fatti, sentimenti abbelliti. In effetti alcuni ex studenti nel ricordare,
hanno trasformato, abbellendo...
Se mi soffermo su alcune delle innumerevoli fotografie pubblicate, se vedo,
quasi all'inizio del volume, il viso dolce, intenso, di Nicolina, al liceo,
insieme con Carmelita Cosco e tante altre sue compagne di scuola, se osservo
l'espressione serena di Giuliana fermata nel tempo vicino a me, fermata nella
vita a meno di ventitr anni, io penso che un lacerto della mia memoria 
stato inesorabilmente distrutto, si  sfioccato come una nuvola di maggio,
ritorna in altra forma, in altra successione, magari  alquanto abbellito -
come ricomposto - ma non  pi quella realt, quella Verit. Eravamo gi
maturi, al ginnasio e le cose pazze erano poche ma vorrei risentire per un
attimo i calci negli stinchi di Annamaria che la finiva solo quando le
passavo il compito in classe di latino e rivedere quei vestitini che ci
scambiavamo in palestra o le vecchie scarpe rosse riverniciate per i primi
balli al Moderno.
Se gli anni volano, quegli anni sono volati. Al Liceo nuove amicizie, nuove
esperienze, maggiore studio e non pi nove o dieci in italiano (e
latino), ma, con Cancellieri, sette era gi troppo e con Di Rosa il greco fu
un osso duro... Dal primo al secondo liceo fummo promosse, mi pare, solo in
cinque: fu un trauma perch trovammo nuovi compagni e molte tra le pi care
dovettero ripetere la prima...
Comunque ho un buon ricordo di Di Rosa e delle sue figlie Glene e Aglae, a cui
detti i miei primi acquerelli alla Disney per la loro cameretta. Continuavano
i balli al Moderno e ci vedevamo tutti l; con altri, pi grandi e pi piccoli,
parlavamo durante la ricreazione in quel lungo buio corridoio e, qualche
pomeriggio, ci radunavamo in un prato immenso, oltre la curva di San Leonardo,
dove adesso sorgono decine e decine di palazzi: parlavamo d'arte, di filosofia,
di politica; con Maria Froncillo scrivevo a due mani, un quaderno-diario su
quelle giornate, su quegli amici: Lucia, Mario, Ezio, Luciano, Mara, Adele,
Velella, Marisa, Ennio, chi altri? Siamo tutti l, magicamonte uniti in quella
luce ed uno di loro  fautore ed ideatore di questo libro che ha gi una
storia... Per non sono molto d'accordo sulla frase di Porcelli:
...Pensando alla libert di oggi mi rammarico perch il tempo della mia
giovinezza ci ha defraudato anche di questo.
Se lo vogliamo siamo tutti degli esseri liberi, in qualunque tempo, in
qualunque modo. E non  che i giovani di oggi siamo molto diversi da quelli
di ieri, basta osservare attentamente le fotografie, bellissimo di Vecchio
Galluppi; si nota uno spiccato senso del gruppo, una serenit che trascende
luoghi e tempi, che va oltre le piccole cose quotidiane. Nel quarantotto gi
l'inizio della ricostruzione, dell'assestamento in politica, del rinnovamento
in arte e letteratura. Ci crescevano - fulve - le ali della prima giovinezza e,
con le ali, il desiderio del volo... Forse perch le citt di provincia erano
chiuse come in un ghetto, mentre al Centro-Nord iniziava il ribaltamonto di
tutto ci che era stato fatto in campo culturale e ideologico, gestendo una
nuova visione della vita sociale, politica. letteraria. Tra i pochi professori
all'avanguardia si distingueva il giovanissimo Mastroianni, altri restavano
aggrappati all'ncora dell'anteguerra. Infatti, in letteratura si arrivava
appena a D'Annunzio... Quindi volare a Roma, a Firenze,a Milano, per
iscriverci alle facolt pi congeniali. Ci chiamarono i poeti della diaspora.
Figli di una terra generosa di doni intellettivi, ricchi di una certa
esperienza culturale, (Don Pippo de' Nobili contribu ad accrescere la mia
smania di ricerca e mi dette i primi preziosi consigli per dei pezzi
folkloristici che scrivevo su Il Tempo), partimmo con valigie zeppe di libri
e di speranze non sempre realizzate. Il Vecchio Galluppi restava l, (sempre
pi grigio, mentre davanti avevamo il rosso della gioia), ma fu sempre il
nostro entroterra morale, qualcosa che ci sorresse nelle difficolt fino al
sessantotto e ci spinse verso traguardi che sembravano irraggiungibili, ma le
ali si irrobustirono col volo...
Eravamo tanti ragazzi, biondi, neri, fulvi; sfogliando questo grande volume
me li ritrovo tutti vicini e invece ne ho perduto tanti a causa delle
vicende della vita o della mia eterna diaspora o, peggio, della morte di
alcuni di loro. Eravamo tanti ragazzi, ne ho incontrato alcuni: hanno i
capelli bianchi e, talora, le spine della vita sono intorno ai loro occhi;
ognuno ha raccolto quel che ha voluto o potuto. Carezzo con le dita qualche
fotografia, fermti su carta patinata quei gruppi gioiosi, ignari del futuro,
chiusi in questo Libro della giovinezza. Tutto ci si deve al Vostro Preside,
ragazzi dell'attuale Liceo Galluppi, alla titanica volont che lo ha distinto
per tutta la sua vita operosa, alla consapevolezza della sua missione.
All'inizio di un nuovo anno scolastico auguro a tutti voi una pari volont ed
un avvenire migliore di alcuni Grandi che vi hanno preceduto fin dall'inizio
del secolo. Questo volume, fra l'altro, vi sia di sprone per affrontare le
difficolt e superarle e vincere avendo costanza e fiducia in voi stessi.
E non cessate mai di lottare per la giustizia nella libert. Mi piace chiudere
questa mia tardiva testimonianza con le parole di un medico: Antonio Gassi, ex
studente, che svolge quotidianamente una missione encomiabile presso il vostro
Ospedale; estrapolo qui poche righe dai suoi ricordi editi su Vecchio
Galluppi: ...  quell'umanit respirata nel Galluppi che ci accomuna ed 
quella stessa umanit che mi fa capire che bisogna regalare la professionalit
ai giovani e guidarli verso i valori umani.
 quello che noi docenti dovremmo cercare di fare, sempre.
Anche se l'edificio  diverso e la vostra sede  moderna, computerizzata, con
personale efficientissimo; non dimenticate mai quel nostro vecchio Liceo che
ci sprona e vive, e VIVE.

Nicola D'Amico.
di Giacomo e di Anna Luise
nato a vibo valentia l'1 gennaio 1931
iscritto per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. C
(Registro generale dell'anno scolastico 1943/1944)

Carissimo Preside,
ripercorrere con la memoria gli anni del Liceo significa proiettarmi in un
passato alquanto lontano, i cui ricordi mi appaiono sfuocati, tanti sono stati
gli avvenimenti che si sono succeduti a partire dal quel 1949-50.
E, come da una diapositiva sbiadita, ricostruisco la I C del liceo "Galluppi":
rivedo alcuni compagni: Franco, Alfredo, ma solo la figura del professore
di latino e greco si staglia definita, chiara nella mia mente, tanto
autorevole era la sua cultura, tanto perfetto e completo il suo metodo di
insegnamento.
Il docente era Vito Sirago che ci condusse nello studio delle sue materie con
perizia e passione pur essendo ai primissimi anni del suo insegnamento.
In particolare, ricordo il modo in cui ci faceva svolgere le prove scritte,
per le quali non concedeva pi di un'ora, in maniera che l'impegno
raggiungesse il massimo della concentrazione evitando le pause e le
distrazioni.
Il professor Sirago, allievo prediletto del professore Arnaldi dell'Universit
di Napoli, gi da allora curava numerose pubblicazioni che lo portarono poi a
conseguire la libera docenza.
La sua successiva carriera conferm a tutti noi le sue grandi doti, il suo
valore; lasciato infatti il liceo "Galluppi" di Catanzaro, pass
all'insegnamento nei Licei italiani all'estero (Bruxelles) fino a coprire la
cattedra di docente nell'Universit di Salerno e, tutt'oggi, quella di Bari.
Ricordarlo oggi per me  un segno di affetto e di un doveroso ringraziamento
per quello che ha rappresentato per tutti noi.

Giuseppe Caparello.
di Ottavio e di Elena Caligiuri
nato a Catanzaro il 9 gennaio 1931
iscritto per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. A
(Registro generale dell'anno scolastico 1943/1944)

Mi posso considerare un fedelissimo
del Galluppi di Catanzaro, in quanto vi ho frequentato non solo le cinque
classi del Ginnasio-Liceo, ma anche quelle della scuola elementare e della
scuola media, che all'epoca erano pure sistemate (salvi temporanei spostamenti)
nel medesimo edificio di Corso Mazzini.
Di conseguenza tutta la mia carriera scolastica s' svolta quasi senza
soluzione di continuit - in quelle aule vecchie, ma austere, e sempre nello
stesso clima di seriet e di disciplina, che traeva origine, a mio parere, sia
dalla statura intellettuale e morale dei vari Docenti e dal livello di
preparazione e di educazione dei ragazzi, sia soprattutto dal particolare
stile da cui era caratterizzato l'intero ambiente dell'Istituto, quale che
fosse il corso di studi frequentato.
Diffondersi oggi, a distanza di tanti anni (ho conseguito la maturit classica
nel 1948), e sia pure limitatamente al corso di studi del Ginnasio-Liceo,
nella rievocazione dei professori, dei compagni di scuola e dei tanti episodi
di vita scolastica, con l'intento di parlare di tutti, costituirebbe uno
sforzo di notevole impegno, e nel contempo destinato ad inevitabili omissioni.
Mi limiter, quindi, a qualche spunto, soffermandomi principalmente sulle
persone e sui fatti (fra i tanti di cui conservo il ricordo), che pi degli
altri potranno evidenziare il tipo d'ambiente scolastico nel quale mi sono
formato; fermo restando, ovviamente, che questa necessaria selezione non va
interpretata come segno di una minore affettuosit o addirittura di totale
dimenticanza, nei confronti di coloro che non avr menzionato, o per i quali
il richiamo sar stato pi fugace.
Parler, dunque, di alcuni professori, di qualche compagno di scuola e
naturalmente, anche di me stesso: e lo far in maniera semplice, quasi
discorsiva ed obiettivamente distaccata, o con sorridente indulgenza,
garantendo sin da ora che tutti i fatti che andr a riferire rispondono
assolutamente a verit (la deformazione professionale comincia subito a farsi
sentire...).
Ritengo doveroso, nel parlare dei miei professori, accomunarli innanzi tutto
in un unico globale giudizio: erano preparati (molti ad un livello
eccezionale), erano umani e comprensivi, ma erano anche esigenti, specie verso
i ragazzi che si dedicavano con impegno allo studio (ed io ero tra questi).
Si verificava, quindi, che tu studiavi ed il professore ti dimostrava tutto il
suo apprezzamento, ma nel contempo pretendeva da te un rendimento sempre
maggiore, per cui eri costretto a non concederti distrazioni o battute a
vuoto: c'era, insomma, un'immagine da conservare e da rispettare, ed era
un'immagine che non era limitata alla tua persona di studente, ma che
coinvolgeva anche la classe nella quale ti distinguevi, ed in via pi 
generale l'Istituto cui appartenevi.
Naturalmente questa esigenza di essere sempre se stessi non riguardava il
solo profitto, ma si estendeva anche al tuo comportamento nella scuola, sicch
anche un piccolo sgarro da parte tua veniva censurato con maggiore
intransigenza.
Ricordo, infatti, che quando frequentavo il secondo o il terzo Liceo fu
organizzato uno sciopero in tutto l'Istituto: i motivi erano alquanto
pretestuosi (come del resto accade per la quasi totalit degli scioperi
studenteschi), ma l'astensione fu totalitaria e, quindi, anch'io ed i miei
compagni di classe vi partecipammo, pur sapendo che avremmo suscitato le ire
del nostro Professore di latino e greco, Vito Sirago, docente allora giovane,
ma di grande preparazione umanistica, rigido e nel contempo affettuoso verso i
suoi allievi. Ebbene, quella mattina, mentre io ed altri due o tre compagni
stazionavamo nei pressi della Villa Trieste, intenti a leggere un giornale
sportivo, avvistammo a distanza il prof. Sirago che veniva verso la nostra
direzione; ci rifugiammo nel vano di un portone, nascondendoci dietro il
giornale, ma il professore ci aveva gi visti, venne risolutamente verso di
noi, ci strapp il giornale dalle mani e ci riprese aspramente ad alta voce,
incurante delle persone che passavano, mentre noi, confusi ed a capo chino,
eravamo incapaci di tentare una qualsiasi giustificazione.
Eppure egli aveva davanti a s i tre o quattro migliori alunni della sua
classe che, in fondo avevano avuto il solo torto di aderire ad uno
sciopero generale...!
Un'altra brutta figura la rimediai, questa volta a titolo esclusivamente
personale ed anche se non del tutto meritatamente, al secondo Liceo, col prof.
Giovanni Mastroianni, docente di storia e filosofia.
Il prof. Mastroianni era notoriamente uno dei professori pi brillanti e
preparati, era molto cordiale con noi, ma ci malgrado ci incuteva una certa
soggezione. Un giorno, a seguito di una parola d'ordine diffusa dai reparti
arretrati della classe, per evitare l'assegnazione di qualche capitolo di
filosofia da studiare, ricorremmo al sotterfugio di dirgli che nessuno di noi
aveva portato il libro di testo. Senonch, a distanza di alcuni minuti un mio
compagno, che di solito stava con la testa in aria e che non si era neppure
reso conto della congiura ordita, ebbe la brillante idea di mettere le mani
sui miei libri (depositati sotto il banco) e di estrarne proprio il testo
incriminato; ponendolo in bella mostra sul suo banco, che era in prima fila
e, soffermandosi (non capisco per quale motivo), a contemplarne la copertina.
Io non mi ero accorto di nulla. Se ne accorse, invece, il professore, il quale
si fece consegnare il libro e vi trov il mio nome segnato all'interno. Mi
apostrof con una frase gelida: Ti sei comportato come una comare da basso
quartiere e non aggiunse altro. Farfugliai che in buona fede ero convinto di
aver dimenticato il libro a casa, ma la giustificazione faceva acqua da tutte
le parti e, quindi, le mie parole finirono col rendere ancora pi pesante
l'atmosfera di disagio che s'era creata nella classe.
Oggi, forse, un episodio del genere non avrebbe provocato nessuna crisi di
coscienza; per me, invece, ebbe allora l'effetto di una scudisciata...!
Questi professori, peraltro, sapevano anche essere magnanimi al momento
opportuno. Al secondo Liceo ebbi come docente d'italiano il prof. Mauro
Nicotra, al quale sono stato sempre affezionato per le sue doti intellettuali
e di umanit.
Di carattere gioviale (era famoso per l'epiteto di sciancato con cui
gratificava scherzosamente chi non andava bene), era per anch'egli severo ed
esigente. Un giorno redargu duramente un mio compagno che non si era
preparato adeguatamente per l'interrogazione. L'altro cercava naturalmente di
addurre delle giustificazioni, ma non riusciva ad esporle in maniera compiuta
perch veniva messo a tacere dalle contestazioni del professore.
Ad un certo momento questo mio compagno sbott nella seguente frase: Sapete
come si dice al mio paese? Ccu patri e ccu patruni non si po' mai aviri
raggiuni!.
Quelle parole, che a noi tutti parvero irriverenti, determinarono nella classe
un imbarazzante silenzio. Tememmo una reazione del professore quanto meno
sotto forma di una nota sul registro.
Il prof. Nicotra invece, non si scompose; invit il nostro compagno a parlare,
ne ascolt le giustificazioni senza interromperlo ed alla fine le ritenne
valide. Ma subito dopo aggiunse: Come vedi, per, il detto del tuo paese 
sbagliato, perch ccu patri e ccu patruni si po' puru aviri raggiuni!.
Ridemmo tutti e la cosa fin l.
Eppure un giorno abbiamo avuto modo di vedere alcuni di questi stessi
professori in una versione inedita, mentre, cio giocavano come veri e propri
ragazzini. Infatti, quando frequentavo il I Liceo, fu organizzata nell'Istituto
una passeggiata scolastica fuori citt. Ci recammo in una campagna dopo
Pontegrande, portando colazioni e vino.
Nel clima euforico determinato dalle copiose libagioni, il mio professore di
matematica (molto popolare tra gli studenti) ed un professore di latino e
greco di una sezione diversa dalla mia (e che era molto meno benvoluto per la
sua particolare severit), cominciarono scherzosamente a lanciarsi qualche
schiaffetto.
Immediatamente si formarono (o meglio, si finse di formare) due opposte
coalizioni fra gli studenti, a sostegno di ciascuno dei due... avversari.
I contendenti vennero, quindi, issati sulle braccia dei rispettivi
sostenitori e diedero luogo a reiterati scontri frontali fra di loro: i due
gruppi prima si ponevano ad una certa distanza, poi avanzavano velocemente
l'uno verso l'altro, trasportando gli sfidanti, i quali, quando si
avvicinavano, cominciavano a scambiarsi i colpi.
Accadeva, per, che in forza di una tacita intesa, fulmineamente creatasi fra
i due gruppi di studenti, il professore di matematica veniva ogni volta
lasciato libero nei suoi movimenti e poteva perci colpire agevolmente
l'avversario, mentre quest'ultimo veniva in vario modo ostacolato o trattenuto
dai suoi stessi sostenitori, divenendo cos un comodo bersaglio dei suo
antagonista.
Fin, quindi, che il prof. di latino e greco si prese quel giorno tanti di
quei buffettoni, che se pure gli venivano materialmente mollati dal suo
collega, costituivano, in realt una forma mediata (e simpatica) di vendetta
da parte dei suoi studenti.
E non  del tutto da escludere che in quel confuso gesticolare, accompagnato
da schiamazzi e risate, qualcuno di loro vi abbia pure aggiunto qualcosa di
suo...
Non posso chiudere queste rievocazioni sui miei professori senza aver
menzionato il prof. Reclus Mustari, docente di storia e filosofia al terzo
liceo.
Era un autentico galantuomo, affettuoso, paterno e professionalmente molto
preparato.
Quasi si disperava quando un mio compagno di scuola che per la storia non
aveva molta attitudine, faceva nascere Carlo Alberto da Vittorio Emanuele II
ed Umberto I da Vittorio Emanuele III; ma non era capace di rimandare o
bocciare nessuno.
Ho rivisto il prof. Mustari nel 1955 o nel 1956, quando ero Uditore giudiziario
presso la Pretura di Catanzaro: era affettuoso come sempre, ma sono rimasto
imbarazzato ed anche dispiaciuto nel notare che egli mi si rivolgeva dandomi
del Voi e chiamandomi giudice. Inutili sono state le mie insistenze perch
mi trattasse come quando eravamo a scuola: quello era lo stile dell'Uomo e del
Docente!
Prima di parlare dei miei compagni di scuola, vorrei dire qualcosa su di me,
anche per lumeggiare i miei rapporti con l'ambiente scolastico in cui ho
vissuto.
Come ho gi accennato prima, ho sempre studiato con impegno: un po' per
naturale predisposizione, un po' per il clima di seriet dell'Istituto che
frequentavo; ed anche perch in famiglia c'era mio fratello Ottaviano, poco
pi grande di me, che frequentava pure il Galluppi, una classe prima della mia,
con ottimo profitto e costituiva, quindi, un valido modello da imitare. Mentre,
per, mio fratello era abbastanza disinvolto (stando, almeno, a quanto diceva
lui), con i professori e con le ragazze, io invece ero un timido
incorreggibile: incapace di presentarmi impreparato alle interrogazioni, di
marinare la scuola, di commettere atti di indisciplina, ero anche piuttosto
impacciato nel corteggiare qualche allieva dell'Istituto. Mi piacevano molto
il latino e il greco (tanto che il prof. Sirago mi voleva far iscrivere alla
scuola Normale di Pisa) ma studiavo volentieri anche le altre materie.
Ero, invece, pessimo in educazione fisica, e durante la scuola media avevo
inoltre dimostrato una penosa inettitudine per il disegno e le applicazioni
tecniche, non essendo stato mai capace di far passare con precisione tre linee
per un punto, o di levigare a squadro un tassello di legno.
Non ero peraltro, e ci tengo a dirlo, uno sgobbone e neppure rappresentavo
il modello perfetto di alunno, primo ad entrare ed ultimo ad uscire.
Anzi, per quanto riguarda il rispetto dell'orario di entrata, sono stato
spesso un impenitente ritardatario, specie durante gli anni della scuola
media e del ginnasio superiore.
Ricordo che c'era un bidello, di cui non rammento oggi il nome, che era la
mia persecuzione; bastavano pochi minuti di ritardo, ed anzich farmi entrare,
o mi mandava dal Preside per giustificarmi o, addirittura, mi faceva aspettare
(mandandomi poi sempre dal Preside) fino all'inizio della seconda ora.
Per colpa (o per merito) di questo bidello, cominciai a ricorrere anche a
qualche piccola astuzia che nessuno si sarebbe potuto aspettare da me:
infatti, un giorno, per giustificare in maniera attendibile il mio ritardo, mi
recai da un farmacista che mi conosceva e mi feci applicare sulla fronte un
po' di tintura di iodio, per simulare gli esiti di una caduta. Un'altra volta,
per porre fine a questa situazione, presi la drastica decisione di usare la
sveglia, il cui rumore  stato per me sempre insopportabile: misi la lancetta
intorno alle 7,40 (almeno cos credetti) e la mattina dopo, quando la sentii
suonare, mi affrettai a prepararmi.
Dopo circa mezz'ora ero pronto e, quindi, mi avviai a passo svelto verso la
scuola, che distava da casa mia circa 6-700 metri.
Mentre mi avvicinavo, cominciai per a preoccuparmi perch, come tutte le
altre volte in cui ero arrivato in ritardo, non sentivo la presenza degli
alunni nei pochi minuti di attesa prima dell'ingresso.
Infatti, quando giunsi davanti all'Istituto, mi accorsi con sgomento che
ancora una volta davanti al portone non c'era nessuno degli studenti: c'era
invece, il solito bidello che mi guardava col solito ghigno ironico...
Indispettito per il fallimento del mio tentativo, e per non chiedergli per
l'ennesima volta di farmi entrare in classe, esclamai con aria rassegnata:
Pazienza vuol dire che anche oggi entrer alla seconda ora... Il bidello mi
guard sorpreso e mi disse: Ma che stai contando che sono ancora le 7,25!.
E mentre io lo guardavo un po' incredulo e un po' risollevato, aggiunse
sarcasticamente: Tu, o arrivi ali sette, o arrivi ali decia!....
Con i miei compagni di scuola ho sempre mantenuto, in generale, rapporti di
affettuosa colleganza e con alcuni anche di stretta amicizia.
Con molti di loro ho poi perso per anni i contatti, ma quando abbiamo avuto
occasione di rivederci, il nostro incontro  stato sempre festoso e cordiale:
segno che, malgrado il lungo tempo trascorso, era rimasto in ciascuno di noi
verso l'altro, un ricordo simpatico e costante.
Naturalmente non sono mancati all'epoca, i litigi e i dispetti tra me e
qualcuno di loro; ma si  trattato sempre di fatti banali, in cui, peraltro,
ragioni e torti reciproci sostanzialmente si equivalevano, sicch in
definitiva, i conti... rimanevano in pareggio.
Solo con uno di loro, a ben pensarci, sono rimasto decisamente in debito, nel
senso che ad una sua buona azione non ho risposto nella maniera dovuta: mi
riferisco a Ciccio Conidi, ora Avv. Francesco Conidi Via de Grazia 37
Catanzaro.
Accadde che, all'uscita della scuola, mi accorsi di aver lasciato in
classe il mio impermeabile nuovo che avrei dovuto mantenere e custodire,
secondo le raccomandazioni fattemi a casa mia, con la massima cura. L'aula era
stata, nel frattempo, chiusa a chiave ed i bidelli erano andati via. Cominciai
a piagnucolare perch non volevo presentarmi a casa senza l'impermeabile. Il
buon Ciccio Conidi si mosse allora a compassione, attraverso una porta
secondaria raggiunse, sempre seguito da me, un cortile interno su cui si
affacciava il finestrone della nostra aula, con le ante socchiuse, ma ad una
altezza non trascurabile rispetto al pavimento ed allo stesso piano del
cortile. Il Nostro, per, riusc ad arrampicarsi sino al finestrone (cosa di
cui io non sarei stato minimamente capace, per le mie note carenze atletiche)
e da l salt sui banchi, facendosi male, fra l'altro ad un ginocchio (cosa che
anch'io, invece, avrei saputo fare, ed ancora meglio di lui...) ma non riusc
a trovare l'impermeabile.
A questo punto presi a disperarmi perch ero convinto di averlo ormai perso;
Ciccio, al contrario, ebbe un'improvvisa intuizione: Ma sei sicuro, disse, di
averlo portato stamattina? A me sembra di non avertelo visto addosso.
Respinsi sdegnosamente questo suo dubbio, e senza neppure ringraziarlo, me ne
tornai a casa.
L'impermeabile era l, appeso all'attaccapanni!... Non ebbi per il coraggio
di dire la verit a Ciccio; gli dissi che non avevo pi trovato l'impermeabile,
e naturalmente dovetti rinunciare a portarlo a scuola per non farmi scoprire.
Quando l'avv. Conidi legger queste note si sentir prudere le mani; ma
assieme alla mia confessione, vi trover pure le mie umilissime scuse; con
alcuni decenni di ritardo, per, sempre sentite...!
Passer ora in rapida rassegna (per mantere nei limiti della decenza queste
rievocazioni), alcuni dei tanti miei compagni del Ginnasio-Liceo, scegliendo
quelli che, o per qualche caratteristica o per qualche episodio, mi sono
rimasti pi in mente.
Comincer col menzionare Lorenzo Sansalone, fratello dell'ottimo mio collega
Nicola Sansalone (il quale ai miei tempi, aveva gi ultimato gli studi
lasciando per nell'istituto il ricordo della sua bravura). Con Lorenzo siamo
stati assieme al quarto e quinto ginnasio ed al primo liceo, sempre
gareggiando per impegno e profitto negli studi (era bravissimo in italiano e
scriveva i temi in maniera stupenda).
Tra i compagni del secondo e terzo liceo ricordo sempre con simpatia: Bruno
Car, anch'egli serio e studioso; Giulio De Luca da Sersale e Peppino Riccio
da Girifalco che, durante le ore di compito scritto, nel silenzio generale
della classe, preferivano rispettivamente imitare, ed in maniera felice, lo
speaker del giornale radio, ed il radiocronista sportivo Niccol Carosio; Fof
Correale (oggi avv. Adolfo Correale Santacroce), capocomico della classe, un
giorno vittima sfortunata ed incolpevole del nostro Preside Fornari. Il
Preside era molto attaccato alla disciplina, ed una mattina, durante una sua
visita nella nostra classe, diede tre giorni di sospensione a Giulio De Luca
reo di avergli dato una risposta solo un po' seccata. Inflitta la punizione,
lo stesso Preside si rivolse subito dopo a Fof Correale (e non saprei dire
perch proprio a lui), chiedendogli: Ti piacerebbe che qui ognuno facesse i
suoi comodi?. Poich la domanda gli era stata posta in maniera quasi
scherzosa, Fof si sent forse autorizzato a rispondere nello stesso tono e
disse con aria sorridente: Certo che mi piacerebbe. Sembrava un'innocente
battuta, tanto che tutti ci mettemmo a ridere; e sulle prime rise anche il
Preside, il quale, per, all'improvviso mut espressione e con tono severo gli
ordin: Vai fuori, sei sospeso per due giorni. Non dimenticher mai la
faccia allibita di Fof Correale, mentre ancora incredulo e frastornato, si
allontanava dall'aula...
Un'altro compagno del secondo e terzo liceo che ricordo sempre  Tot Leo, oggi
valorosissimo Magistrato presso la Corte di Cassazione e libero docente di
diritto. Tot era buono ed affettuoso, ma era di carattere suscettibile, e per
nulla si faceva venire la mosca al naso. Un giorno venne nella nostra classe
una supplente molto giovane, chiaramente inesperta ed impacciata, la quale
cominci a chiederci ad uno ad uno le generalit, rivolgendosi a ciascuno di
noi con il lei.
Quando giunse il turno di Tot gli chiese: Come si chiama lei?: Leo,
rispose il Nostro. Quel bisticcio di parole, peraltro, provoc in lui ed in
qualcuno di noi un accenno di risata, subito represso, che diede alla
supplente la sensazione di una presa in giro, per cui ella, con tono seccato,
replic: Non faccia lo spiritoso e mi dica come si chiama lei. Leo,
ripet a sua volta, con voce gi alterata Tot tra l'ilarit di tutta la
classe. A questo punto la professoressa s'infuri e l'invit ad uscire: ne
nacque tra i due un battibecco, e solo a stento riuscimmo a chiarire
l'equivoco, ma Tot rimase nervoso per tutta l'ora di lezione, lanciando
occhiatacce furibonde contro di noi sol perch, con le nostre risate, gli
avevamo fatto rischiare l'espulsione. Voglio chiudere questa mia veloce
carrellata sui compagni di scuola, col ricordo di quello che avrebbe dovuto
essere il nostro primo giorno degli esami di maturit classica: dico che
avrebbe dovuto essere perch quell'anno (1948), la prova d'italiano era
stata fissata per il 5 luglio; senonch quella mattina (o la notte precedente)
s'era verificata in altra citt la sottrazione della traccia dei temi e,
quindi, gli esami vennero sospesi in tutta Italia e rinviati di una
settimana. Apprendemmo la notizia la stessa mattina del 5 luglio, quando
giungemmo a scuola, e per noi tutti fu un trauma perch, dopo tante notti
insonni, si profilava la prospettiva di un altra settimana, ancora di tensione
e di ansia.
Eravamo tutti ragazzi sostanzialmente bene educati, ma le imprecazioni che
uscirono quel giorno dalla nostra bocca avrebbero fatto invidia ad un
reggimento di turchi! Uno dei miei compagni estrasse dalla camicia un
calendario pieno di immagini sacre, che la mamma gli aveva consegnato,
invece, a ben altri fini, e cominci a bestemmiare nell'ordine tutti i Santi,
giorno per giorno, mese per mese dall'1 gennaio al 31 dicembre ad alta voce,
imperterrito, davanti al portone dell'Istituto, per cui, come era inevitabile,
la sua reazione fin con l'assumere toni di comicit e con l'attenuare la
nostra esasperazione.
A completamento di quanto finora ho riferito vorrei aggiungere adesso alcune
mie riflessioni.
Non  certo un caso che dei tanti giovani usciti dal Galluppi di Catanzaro,
moltissimi siano poi divenuti apprezzati e valorosi professionisti in tutti i
campi. Tra i miei soli compagni di scuola posso gi annoverare un gran numero
di avvocati, medici, alti funzionari etc. Quasi nessuno, insomma,  venuto
meno alle aspettative, sicch molti di noi abbiamo finito col ritrovarci di
nuovo in contatto attraverso il ruolo e la posizione che nel frattempo avevamo
raggiunto nella Societ.
Penso allora che sia doveroso riconoscere il merito di questa nostra ascesa,
non soltanto all'impegno ed alle capacit personali di ciascuno di noi, ma
anche all'Istituto in cui s' verificata nella sua fase pi importante, la
nostra formazione intellettuale e culturale: un Istituto qualificatissimo per
il corpo dei docenti, per le gloriose tradizioni, per la seriet degli studi,
dove si eccedeva un po' troppo nel nozionismo, ma non si faceva politica, n
si ricorreva con frequenza agli scioperi...
Io personalmente sento di aver appreso, attraverso quel corso di studi, alcune
regole di comportamento a cui ho poi sempre cercato di adeguarmi nella vita,
quali: mantenere sempre vivo il senso del dovere nei rapporti con la famiglia,
con l'Ufficio e con la Societ; adottare il massimo impegno nello svolgimento
di ogni attivit, in modo da espletarla nel miglior modo possibile secondo le
capacit proprie; affrontare tutti i problemi solo dopo una preventiva,
scrupolosa preparazione, senza mai affidarsi al caso ed all'improvvisazione;
portare il dovuto rispetto verso le Istituzioni in genere; instaurare un
clima di solidariet e di affettuosa collaborazione con i colleghi di lavoro
che sono, in definitiva, e sia pure a diverso livello, dei nuovi compagni di
scuola accomunati da uguali impegni e responsabilit.
Sono rimasto sempre soddisfatto, nel mio intimo, per aver seguito questi
principi e corrispondentemente mi sono dovuto pentire quando non ho preteso -
con la dovuta necessaria fermezza - il rispetto di alcune di dette regole da
parte di chi di dovere.
In termini pi espliciti mi ritengo in colpa per aver talvolta consentito ad
alcuni dei miei figli (ai quali non mancherebbe certo l'intelligenza per fare
ancora meglio di me negli studi), di prefiggersi, a scuola, il conseguimento
solo di un risultato minimo. Quando, infatti, si parte con questi programmi
ridotti, succede spesso quel che si verifica nei campionati di calcio: se una
squadra si potenzia per conseguire lo scudetto o la promozione alla serie
superiore, o quanto meno il raggiungimento della zona Uefa, anche se poi non
centra l'obiettivo, rimane per (salvi i casi di sfortuna), sempre con una
classifica tranquilla; se invece si prepara solo per raggiungere la salvezza,
s'impantana quasi sempre in zona retrocessione, con tutti i pericoli
connessi...
E nel mio caso si  dovuto pi volte ricorrere a spareggi sotto forma di
esami autunnali di riparazione. Il destino ha voluto, per di pi , che a
rimandare per la prima volta (ed aggiungo meritatamente) mio figlio, fosse
proprio la mia ex professoressa di greco del quinto Ginnasio che ancora
conservava di me un tanto buon ricordo!
Concludo queste rievocazioni esprimendo il mio pi vivo plauso per la sua
brillante iniziativa, all'illustre Preside Ezio Galiano al quale rivolgo
anche un cordiale ringraziamento per avermi cos consentito di esternare
ricordi, sentimenti e riflessioni che da tanti anni custodivo entro di me.

Francesco Condi.
di Vincenzo e di Angelina De Rosis
nato a Catanzaro il 22 marzo 1931
iscritto per la prima volta alla terza liceale sez. A
(Registro generale dell'anno scolastico 1948/1949)

Il segnale d'inizio
delle lezioni venne accolto con un sospiro di sollievo da quanti erano in
attesa di entrare stando in strada senza la possibilit di ripararsi dal freddo
intenso di un inverno che, quell anno, sembrava fosse pi rigido del solito.
Ma quando d'inverno fa freddo, tutti si pensa che l'anno precedente facesse
meno freddo. Non  vero:  solo un modo di dire, un'ingannevole espressione.
Ogni dolore attuale sembra pi grande solo perch il tempo ha attenuato la
sofferenza che ci ha tormentati prima che il nuovo trauma fosse intervenuto
sconvolgendo la riacquistata rassegnazione.
Gli alunni si diressero verso le aule con ordine ed in silenzio. Prima i pi 
piccoli, quelli che salivano le scale che portano al Convitto poi, via via,
gli altri. Quelli della licenza entrarono nelle aule per ultimi.
Sebbene si fosse in molti, ci si conosceva tutti. Ginnasiali e liceali erano
tutti "del Galluppi" e si pronunciava questo nome con orgoglio e non senza un
pizzico di vanteria perch si era consapevoli di essere allievi di una delle
pi serie e gloriose scuole del mezzogiorno. Erano in molti a sostenere che il
liceo ginnasio "Galluppi" fosse uno dei migliori d'Italia. Ma bisognava essere
degni di frequentarla quella scuola altrimenti, presto o tardi, si era
costretti alla rinuncia.
Quelli del Galluppi sapevano che per ottenere un diploma da quella scuola
era necessario, prima di ogni altra cosa, meritarsi la stima e la fiducia di
quanti all'insegnamento dedicavano tutte le proprie risorse ed energie con
assoluto rigore morale e con uno scrupolo che aveva dell'incredibile.
Era impossibile che una indisposizione di modesta entit inducesse all'assenza.
E questo valeva per tutti.
Si prese posto nei banchi, vecchi banchi dai piani intagliati, scarabocchiati
con le teste dei chiodi arrugginiti: nomi, iniziali, cuori trafitti: sofferenze
scolpite in nome del ricordo, inflitte all'arido legno da innumerevoli
sconosciuti.
Ogni volta che sedeva sul suo banco, veniva preso da un vago senso
d'inferiorit di fronte al suo silente, dignitoso ospite. Pensava: chiss se
il banco sente, a suo modo.
Un modo sconosciuto agli uomini, chiss se apprende, ricorda.
Come doveva essere saggio un banco del liceo "Galluppi", quante cose aveva
imparato, quanti destini si erano seduti su di lui e poi lo avevano abbandonato
per partire per sempre, senza pi poter ritornare.
Slacci i libri dalla cinghia che li teneva stretti e li depose sul ripiano
sottostante, pos la penna stilografica, regalo di sua madre, nell'incavo a
monte del piano inclinato, soffi nelle mani l'alito per scaldarle un po' e
cominci a sfogliare l'assegno: il librettino sul quale, quotidianamente,
venivano ricordati i compiti e le lezioni.
Peppino Caparello stava facendo altrettanto un banco pi avanti. Mario Marasca
aveva una penna nuova con il pennino dorato e la pompetta per l'inchiostro che
si riempiva azionando una levetta centrale e ne faceva bella mostra fingendo di
scrivere cose importanti. Nello Daffin vestiva come al solito di blu scuro e
ricordava vagamente un ufficiale di marina con il suo comportamento ispirato
ad una rigida disciplina militaresca. In realt, inconsciamente, imitava il
padre, il colonnello dell'Esercito in servizio attivo.
La giornata era dura: prima ora latino e greco con Sirago; seconda ora italiano
con Chiodo: la signorina Morica dava lezione di scienze alla terza e, alla
quarta ora, Giovanni Mastroianni avrebbe cominciato a parlare di Emanuele Kant
e della sua Critica della ragion pura.
Constat con sollievo che alla quinta ora c'era il parroco Nesci per
l'insegnamento religioso. Forse sarebbe stato possibile, in quest'ultima ora,
calmare gli stimoli della fame con le tanto prelibate castagne infornate e con
le carrube di cui sempre Furio Barletta era fornito. Glielo chiese proprio
mentre Sirago stava entrando richiudendosi dietro la porta.
Tutti scattarono in piedi in silenzio e lui pens che quelle castagne e le
carrube, che solitamente venivano date in pasto ai maiali per l'ingrasso,
tutto sommato erano buone e servivano ottimamente al suo scopo.
L'ora di lezione, la prima, come sempre, vol via rapidamente interrompendo
bruscamente il commento dei versi dell'Alcesti di Euripide. Sirago complet
l'assegno in fretta, raccolse i testi ed il suo registro, ripul con il
fazzoletto le lenti degli occhiali e si alz.
Nello Daffin scatt sull'attenti per primo seguito da tutti gli altri. Il
professore apr la porta e nell'aula entr un concitato vociare proveniente
dalle altre aule.
Accompagnandolo con un cenno della mano mormor: comodi e tutti si mossero
nei banchi prendendo a chiacchierare.
Il preside Fornari in fondo al corridoio, a destra, discuteva concitatamente
con alcuni professori. Aveva in mano alcune carte e quando le leggeva si
poneva sul naso i piccoli occhiali a pinza cerchiati d'oro per toglierli subito
quando si rivolgeva ai suoi interlocutori. Puccio, il bidello, suon la
campanella: erano finiti i cinque minuti di intervallo e tutti cominciarono a
rientrare nei banchi.
Qualcuno aveva scritto sulla lavagna: Fornari, per te siamo tutti somari! e
si affrett a cancellarlo stropicciandosi le mani per ripulirle dal gesso.
Poi entr la Morica, piccola, minuta a tal punto da far sembrare sproporzionato
il registro che tratteneva sotto il braccio. Una lunga treccia raccoglieva i
capelli neri dietro la nuca separati al centro del capo da una riga; la bocca
piccola era appena segnata dal rossetto.
Rosina buss interrompendo la chiamata dell'appello portando un bracierino con
carbonella accesa che sistem sotto la cattedra. Nell'aula si diffuse un
gradevole odore di bruciato che attenu falsamente il freddo.
La lezione and avanti, regolamente, sui nitriti e sui nitrati. Nel
silenzio, Franco Parisi imit il verso del cavallo e si procur un giorno di
sospensione. Non si nitr pi .
Nell'ora di religione l'attenzione non era plenaria. Sgranocchiando una
castagna infornata si distrasse anche lui e, dall'ultimo banco in cui aveva
preso momentaneamente posto, si mise ad osservare l'aula: la lavagna, il
crocifisso in legno, la carta geografica, la pedana consumata dallo stropicco
delle suole, i sedili dei banchi lucidati quotidianamente dai tessuti dei
pantaloni.
Quante persone avevano preso posto in quei banchi, quante lezioni avevano
ascoltato. Chiss com'erano gli alberi che avevano fornito il legname per
costruirli?!
Che destino curioso per quegli alberi finire in una scuola!
Banchi, tavole segate e tenute assieme da incastri e chiodi con tanti, tanti e
tanti uomini seduti su di loro ad ascoltare insegnamenti con loro. Tanti banchi
uguali, tantissimi destini diversi. Destini in parte influenzati da quei banchi
che li avrebbero voluti tutti eguali, felici, radiosi. Non per tutti era stato
cos.
Alcuni che quei banchi avevano ospitato, non sarebbero sopravvissuti al legno
stesso.  la vita. E la scuola fa parte della vita,  il destino.
Tutti per, prima o poi, presto o tardi, avrebbero dovuto dire a quei poveri,
scarni banchi: grazie.
Gli venne in mente, nel suo fantasticare, che forse anche per i banchi, veniva
chiamato l'appello ogni giorno, ogni lezione. Se era cos, un giorno nel
futuro, ogni banco si sarebbe ricordato di ogni alunno ospitato.
Sarebbe stato curioso poterlo ascoltare, quell'appello: consigliere di
Cassazione Giuseppe Caparello, avvocato Mario Marasca, generale Nello Daffin,
avvocato Franco Parisi, avvocato Furio Barletta. I banchi, in coro, avrebbero
risposto: Presente!.

Edoardo Carelli.
di Alberto e di Marietta Martelli
nato a Torre Ruggiero il 26 marzo 1931
iscritto per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. A
(Registro generale dell'anno scolastico 1943/1944)

Chiarissimo Preside,
chiedo anzitutto scusa per il ritardo con cui rispondo alla sua lettera, ma i
molteplici impegni di lavoro e soprattutto la complessit della tematica da Lei
proposta mi hanno fatto rinviare ci che per rispetto ed educazione avrei
dovuto fare da tempo.
Desidero congratularmi per la sua iniziativa che non pu non commuovere chi ha
vissuto la sua prima giovinezza tra i banchi del "Galluppi": cio dimostra una
sua estrema sensibilit, al di l di una mera ricerca storiografica sul nostro
istituto.
Penso di essere ben piccola cosa comparato a tanti altri studenti che il nostro
Liceo ha sfornato. Debbo confessare che non sono stato mai un ottimo allievo,
n per quanto riguarda la condotta n per il profitto e ci mi induce ora, con
i capelli grigi, ad amare ancora di pi quelle persone che, con spirito di puro
sacrificio, hanno cercato di inculcarmi, al di l della nozionistica, i pi 
puri e nobili valori della vita. Il loro esempio  stato il primo insegnamento;
poi il loro valore come uomini e come professionisti.
 una lunga sfilza di nomi che non segnalo per timore che qualcuno possa
ingiustamente sfuggirmi: so comunque di averli rispettati tutti da studente e
di averli amati tutti da adulto. Ancora oggi le loro frasi ed il loro esempio
ritornano in mente nei momenti difficili o quando, senza pi alcuna protezione
paternalistica, devo prendere decisioni che possono costare la salute o la vita
dei miei pazienti.
Non saprei descrivere episodi particolari perch ogni giorno di scuola per noi
era un'esperienza tutta da vivere, con le paure per le impreparazioni, le gioie
per i bei voti riportati, la soddisfazione per un particolare apprezzamento dei
docenti.
Anche le sezioni che ho frequentato non si potrebbero portare ad esempio di
buona condotta degli allievi; ci non toglie che tutti noi studenti siamo
venuti fuori dal Liceo veramente formati, forgiati nello spirito e nella mente
con chiare idee di che cosa si voleva ottenere dagli studi ulteriori e dalla
vita e, soprattutto, coscienti di quanto sarebbe stata dura la lotta per
conquistare il nostro posticino al sole.
Non voglio qui criticare i vari metodi di insegnamento che si sono susseguiti
nel tempo dopo la mia licenza liceale, non mi sento di giudicare se i torti
sono dei docenti, dei discenti, delle famiglie, della societ pi permissiva.
Certamente la gioventseguita al '68 non  quella di quando io occupavo i
banchi del "Galluppi": non c' pi quella ferrea preparazione nozionistica,
ora considerata inutile, ma ingiustamente, in quanto  dimostrato in maniera
incontrovertibile che il cervello del giovane deve essere variamente e
fortemente sollecitato per poter poi rendere al massimo.
Se non altro quelle cariche di compiti son servite a farci capire che lo
studio  una cosa seria e che nella vita, per sfondare, bisogna metterci
sempre lo stesso impegno: ci hanno insomma abituati a pensare che per riuscire
nella vita bisogna lavorare almeno dieci ore al giorno!
Eppoi anche la nozionistica ha un suo fascino quando a tener cattedra sono
docenti eruditi che hanno maturato la propria materia cos profondamente da
poter dare una loro personale interpretazione di ogni argomento trattato.
Non equivale certamente alla lettura di una pagina di un arido libro perch
essi riescono ad appassionare gli allievi a materie che gi, solo per il fatto
di essere scolastiche, non sono gran che amate.
E sempre parlando della scuola dei miei giovani anni non posso non fare un
riferimento alle famiglie degli anni Quaranta: non ricordo mai che qualche
genitore dei miei compagni di scuola si sia recato dai professori per
tacciarli d'ingiustizia nei confronti del figlio o per criticare la loro
preparazione culturale o didattica.
I genitori, consci della seriet professionale dei docenti, erano
consapevolmente convinti che, quando i figli fallivano in qualche materia, la
colpa non era mai dei professori ed il giusto castigo, prima che dalla scuola,
veniva dalla famiglia.
Questo mi sembra importante perch ci ha insegnato a non scaricare mai sugli
altri la nostre responsabilit e a non dover mai contare su un appoggio
paternalistico da parte di nessuno. Forse la seconda guerra mondiale, per i
disastri e le atrocit a tutti noti, aveva inculcato in tutte le famiglie,
ragazzi compresi, un estremo senso di responsabilit ed una presa di coscienza
dei veri valori della vita.
Veramente non invidio i giovani di adesso ed ancor meno quelli che qualche
anno fa avevano la pretesa di stabilire il loro personale piano di studio
senza alcuna conoscenza delle materie di cui si trattava, pronti a criticare
programmi definiti da docenti che avevano una visione panoramica degli studi e
che con la loro maturit potevano formulare un critico giudizio di cosa poteva
essere utile per lo sviluppo dell'intelletto e per la vita: come se un medico
potesse curare una malattia senza conoscere la diagnosi od un ingegnere
costruire un ponte senza conoscere i calcoli del cemento armato!
E poi nella vita non si vive solo di tecnologia a fini di lucro, ma soprattutto
di umanit e di conoscenze globali di ci che  stato. Ci purtroppo, al di l
di ogni facile polemica, dimostra la scarsa seriet, l'impreparazione,
l'improvvisazione e la superficialit che ha investito negli anni passati non
i docenti, ma gli allievi e le rispettive famiglie.
Non  nostalgia del passato od il tenero ricordo di una giovinezza ormai andata
che induce a cos amare considerazioni.
 la maturit, la lotta sostenuta ogni giorno per la vita, il gusto per ogni
gioia, pur piccola, conquistata, la corazza per ogni avversit:  tutto ci
che induce alle considerazioni prima espresse.
 vero, i tempi cambiano: noi degli anni Quaranta dovevamo ricostruire
materialmente e psicologicamente una nazione e l'abbiamo fatto e di questo ci
vanteremo sempre.
Speriamo che le generazioni future si dimostrino degne di questa eredit: ma
perch possano formarsi  necessario, a mio giudizio, che la scuola torni ad
essere la Scuola, la famiglia la Famiglia, ed in parte i docenti i Docenti.
E quando saranno adulti anche gli studenti di oggi avranno la gioia di ricevere
una lettera da un preside del "Galluppi", come quella splendida che mi 
pervenuta.
E come noi e tanti altri a me noti che ci hanno preceduto e seguito
nell'occupare i banchi del "Galluppi", potranno rispondere che quell'istituto
per loro  stato culla di sogni, maestro di vita, forgia di menti e di animi
nobili, limpida sorgente che ha maturato germogli e li ha protesi verso la
luce.

Luigi Loria.
di Giovanni e di Elvira Gabriele
nato a Roma il 13 giugno 1931
iscritto per la prima volta alla prima liceale sez. D
(Registro generale dell'anno scolastico 1945/1946)

Quella primavera del '46.
I mesi invernali del 1946 erano trascorsi quieti e sonnacchiosi nella Catanzaro
di quel primo anno postbellico, in un grigiore gradevole dopo la convulsa
barbarie della guerra appena terminata le cui distruzioni erano visibili in
tutta la citt.
Unico rumore in quei mesi freddi e piovosi sembrava lo sferragliare del tram
che attraversava lentamente il Corso Vittorio Emanuele II, infastidendo i
cittadini che puntualmente adempivano il solenne rito della passeggiata serale.
Il glorioso Liceo "Galluppi", fiero delle sue tradizioni, con le lapidi che
esaltavano antichi avvenimenti locali, mi accoglieva nella Prima D insieme ad
una trentina di altri ragazzi, quasi tutti come me provenienti da altre citta
o da altri istituti; avevamo quasi tutti quindici o sedici anni; solo pochi
erano pi adulti, sfiorando qualcuno i vent'anni.
I professori avevano avuto qualche iniziale difficolt di sistemazione. Ricordo
soprattutto, forse perch insegnavano le materie a me pi congeniali, la
signora Bova, professoressa di latino e greco, moglie di un avvocato che doveva
divenire importante uomo politico, il professore Chiodo, di italiano, di grande
erudizione dantesca, ed il professore Mastroianni, giovanissimo insegnante di
storia e filosofia, ricco di cultura e, soprattutto, di fascino e di simpatia.
La scarsa omogeneit di noi studenti, in una con le difficolt ambientali e
strumentali dovute alla guerra appena finita, creavano continui, grossi
problemi oggi difficilmente immaginabili; mancavano, ad esempio, i libri di
testo ed i quaderni ma con forza di volont ed entusiasmo ogni difficolt
veniva superata.
Precoce e gradevole, come sempre nel Sud, arriv anche quell'anno la primavera
portando col sole ed i fiori nuovi umori e nuove tensioni che agitarono la vita
di tutti: di noi liceali e degli altri abitanti della citt, microcosmo nel pi 
vasto mondo italiano.
Si cominci dapprima col Campionato Studentesco di Calcio che, da occasione di
gara fra le squadre dei vari istituti scolastici della citt, divenne motivo di
aspre sfide che coinvolsero tutto il mondo giovanile catanzarese; in
particolare, noi del Liceo Classico, ritenuti snob ed elitari, fummo subito al
centro di sgradevoli polemiche e di antipatici episodi che non ci videro certo
nella parte di vittime sacrificali. In un ambito pi strettamente calcistico
avvenne che ogni squadra esaltava la bravura dei suoi componenti, ogni volta
che si scontrava con la squadra del Galluppi sulla cui maglia era disegnata
una torre alla cui base erano le parole dantesche come torre ferma,
forse non del tutto adatte per un gioco che ha il suo canone nella velocit e
nell'agilit. Forte della milizia di uno o pi giocatori del Catanzaro, che
allora militava in Serie C, vinse il Campionato la squadra dell'Istituto
Agrario, dopo una partita aspramente combattuta con la nostra compagine.
Era intanto iniziata la campagna elettorale per le elezioni comunali; dopo
oltre vent'anni si votava per eleggere democraticamente, in piena libert,
i consigli comunali; le varie liste, pur rifacendosi chiaramente a precisi
schieramenti politici, avevano come simboli distintivi non i classici simboli
dei partiti in lizza ma oggetti di uso comune quali una tromba, una scala, etc.
Moviment la lotta politica la lista di un partito appena fondato, il Fronte
dell'Uomo Qualunque, sulla scia delle arguzie verbali del suo fondatore.
La competizione elettorale si svolse con grande civilt e dopo tanti anni il
Comune di Catanzaro, come quelli di tutt'Italia, ebbe reggimento democratico.
Evento pi importante della primavera del '46 fu per la campagna elettorale
per il Referendum istituzionale sulla scelta fra Monarchia e Repubblica; i
Comizi ebbero inizio verso il 10 maggio e, cos come le altre citt italiane,
anche la quieta Catanzaro s'infiamm d'entusiasmo per l'uno o l'altro
schieramento. Ovviamente anche il piccolo mondo della Prima D del "Galluppi"
non sfugg all'eccitazione del momento storico. Eravamo tutti giovanissimi e
non potevamo certo esprimere cos come avremmo voluto il nostro voto ma
manifestavamo tutti con giovanile passionalit le nostre preferenze verso
l'una o l'altra forma istituzionale al pari di quanto facevano con maggiore
moderazione i nostri professori ed il nostro preside Fornari.
In classe noi ragazzi svolgemmo un referendum interno; ricordo che prevalse la
Monarchia cos come in quasi tutte le citt del Centro-Sud; all'esterno del
Liceo partecipammo attivamente talvolta freneticamente, a comizi, adunate,
manifestazioni, incontri, sfilate, portando dappertutto il nostro
disinteressato ed appassionato entusiasmo.
Solo in un'occasione, un gruppo di noi fu violentemente caricato dalla Polizia
nel punto allora pi stretto del Corso, davanti al Caff Guglielmo; molto
vivacemente avevamo tentato di intervenire ad un comizio di Palmiro Togliatti
in Piazza della Prefettura, per esprimere le nostre idee, non del tutto in
linea con quanto esposto dall'oratore. Tutto, per, si concluse senza
significativi danni per nessuno.
In quella tornata elettorale prestava servizio d'ordine un reparto del nuovo
esercito italiano, con soldati non pi in grigio-verde e senza moschetto
calibro '91 ma armati e vestiti all'inglese; coadiuvava la Polizia un reparto
di ausiliari che furono sciolti poco tempo dopo e che erano stati quelli che
avevano caricato i giovani vandeani.
Il 2 giugno le elezioni si svolsero senza incidenti; nei giorni seguenti le
edizioni straordinarie dei giornali e le voci incontrollate che percorrevano
in un lampo il Corso dettero risultati sempre diversi e contrastanti; il
giorno 11, sulla scorta dei risultati, fu proclamata la Repubblica.
Noi studenti ritornammo a scuola, dopo la tenzone elettorale e le brevi vacanze
dovute all'utilizzazione delle aule da parte della macchina elettorale, con
contrastanti sentimenti, alcuni pi lieti, altri con l'amarezza della
sconfitta della parte politica per cui avevamo giovanilmente lottato e sperato.
Era intanto finito l'anno scolastico e gli scrutini, con una severit oggi
forse inconsueta, videro la bocciatura di pi della met di noi. Ormai, per,
incalzava la calda estate calabrese; terminati insieme la contesa elettorale e
l'anno scolastico, noi ragazzi tornavamo alle nostre passeggiate per il Corso,
ribattezzato intanto col nome di Giuseppe Mazzini, ed organizzavamo gite per
la vicina spiaggia di Catanzaro Marina.

Antonio Pach.
di Francesco e di Teresa Rotella
nato a Catanzaro l'11 settembre 1931
iscritto per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. A
(Registro generale dell'anno scolastico 1944/1945)

Caro Preside,
mi consenta anzitutto, pur non conoscendola di persona, d'indirizzarLe questa
mia iniziando con Caro Preside, il che mi d l'immediata sensazione di
conoscerLa gi da tempo o meglio che il rapporto con il preside del mio Liceo,
il "Galluppi", non si sia mai interrotto, nonostante il trascorrere di circa
quattro decenni.
In quegli anni era preside il prof. Giuseppe Fornari. Noi comunemente lo
chiamavamo Peppinuzzo, non con tono dispregiativo per, come potrebbe
sembrare, ma piuttosto con un indice di affetto, quasi per avvicinarci di pi 
a lui, prima autorit del Liceo. Ed i pi bravi di noi, nell'imitarne la voce
ed il dire, ne rifacevano perfettamente il verso con un parlare un po'
soffiante ed aspirato, un po'... scilinguato.
Non era calabrese e lo si capiva subito. Lo ricordo perfettamente, alto ed
eretto, robusto, con i capelli completamente bianchi, gli occhialini sulla
punta del naso o tenuti fra due dita; lo trovavamo immancabilmente
all'ingresso ed all'uscita della scuola e gli sfilavamo tutti innanzi,
ossequiandolo, mentre lui ci rispondeva sempre sorridente.
Era difficile sorprenderlo in atteggiamento severo e teso: anche quando era
adirato ed inarcava le sopracciglia, la sua espressione non riusciva mai a
diventare burbera.
Era cos anche quando ci convocava in presidenza per un richiamo o, pi 
raramente, una sospensione.
Ho continuato ad informarmi di lui per diversi anni dopo aver conseguito la
maturit e quando ho appreso della sua morte me n' molto dispiaciuto.  stato
come se qualcosa della mia adolescenza fosse finita.
Accanto al preside, Capo dell'Istituto, come lui stesso spesso amava
definirsi, rivedo chiaramente le figure di due persone che, per noi studenti,
rivestivano un ruolo molto importante e facevano, anche loro, parte dei nostri
affetti: i bidelli: il signor Russo e la signora Rosina.
Il mio ricordo del signor Russo  un po' offuscato dal tempo.
Lo rivedo comunque sempre distinto, in abito scuro, sempre con qualche carta
in mano e, pi che un bidello, aveva l'aspetto di un segretario. S'interessava
sempre al nostro andamento in profitto, ci sgridava bonariamente e ci
incoraggiava a studiare di pi ; sua preoccupazione maggiore era di tenerci
tranquilli nei cambi dei professori o quando uno di essi tardava a giungere.
Molto pi nitido  il mio ricordo della signora Rosina: alta, slanciata, con i
capelli raccolti sulla nuca e l'accento nordico. Era la confidente delle
ragazze. Le proteggeva, e ci chiamava affettuosamente... ragazzacci quando
noi, nell'intervallo fra un'ora e l'altra, ci affollavamo sulla porta
dell'aula per vederle passare e fare i nostri commenti su quelle pi carine.
Cose d'altri tempi che, penso, oggi non hanno pi significato!
Infine un ricordo del periodo bellico, quand'io ancora frequentavo il ginnasio,
sempre al "Galluppi": i muretti antischeggia che erano stati innalzati nei
corridoi della scuola e che ci costringevano a seguire un percorso
obbligatoriamente tortuoso la cui utilit, nella nostra mente di giovani
proiettati nel futuro, rimaneva incomprensibile, nonostante le stranezze cui
la guerra ci aveva abituati.
Complimenti, signor Preside, per l'idea che ha avuto. Le ho scritto cos di
getto le prime cose che mi sono venute in mente dopo aver letto la Sua lettera.
Tante, tantissime altre cose potrei dire sul "Galluppi": cinque anni trascorsi
tra le mura sono lunghi se rapportati all'eta in cui sono stati vissuti ma io
sono un medico non aduso a scrivere a lungo, ed altri ricordi eventualmente
potr raccontarglieli a voce, un giorno, se avr modo, come spero, di
conoscerLa di persona.
Auguri per il Suo lavoro, ed un abbraccio ideale a tutti gli attuali studenti
del "Galluppi".

Domenico Pudia.
di Eugenio e di Elvira Canino
nato a Sorbo San Basile il 24 dicembre 1931
iscritto per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. C
(Registro generale dell'anno scolastico 1946/1947)

Illustrissimo Signor Preside
accolgo il suo invito e mi accingo a rispondere nella speranza di portare un
modesto contributo alla sua iniziativa.
Avrei molti ricordi, lieti ed un po' meno, degli anni del "Galluppi", ma non
mi pare interessante scendere nei particolari o attardarmi nell aneddotica.
Preferisco tenermi sulle generali nel tentativo di fornire un quadro
complessivo, sia pure schematico, del Liceo dei miei tempi, il pi obbiettivo
possibile.
Sar Lei a decidere della utilit o validit delle mie note ed a stabilire se
e quali siano stati i cambiamenti da allora ad oggi.
Mi muover su tre direttrici l'insegnamento, il corpo docente, gli allievi.
Sul primo punto devo segnalare deficienze vistose. Lunghe ore venivano dedicate
ad inutili traduzioni di classici. Secondo me era un modo astratto di fornire
ed apprendere notizie; non vi era discussione, non vi era attualizzazione
dell'argomento, anche quando questo si prestava ad esperimenti di tale tipo,
il metodo era generalizzato e riguardava tutte le discipline. Potrei fare una
lunga serie di esempi di classici attualissimi anche oggi, ma la cui validit
universale non veniva non dico sottolineata, ma neanche segnalata. Me ne
astengo per rispetto verso di Lei che queste cose conosce meglio di me.
Sento comunque il bisogno di citarle il particolare della matematica, della
quale mai nessuno ci spieg le applicazioni pratiche, perch nel discutere da
adulti con altri colleghi, abbiamo scoperto di avere capito questa fondamentale
disciplina, paradossalmente, dopo che siamo usciti dal liceo e quando abbiamo
smesso di studiarla.
Nelle altre discipline, alcuni autori erano decisamente banditi e la loro
eliminazione (volontaria secondo me) ha lasciato profondissime lacune nella
nostra formazione.
Ho parlato di eliminazione voluta perch sono noti a tutti casi di insegnanti
perseguitati per la violata consegna, a causa della loro fede nella libert
nell'insegnamento.
La mia impressione  che si trasmettesse istruzione, con le modalit di cui
sopra, ma non cultura; che anzi, spesso, la superbia di appartenere alla
futura classe dirigente, instillata forse anche in modo inconscio, recideva le
radici culturali del giovane allievo con danni incalcolabili.
Altro punto dolente era il corpo docente che per non mi pare offrisse un
quadro diverso dall'attuale: vi erano infatti insegnanti ottimi, altri al di
sotto della mediocrit ed altri addirittura di statura morale ed intellettuale
infima.
Gli allievi, di diversa estrazione sociale, appartenevano a tutte le
categorie: dotati, mediocri, furbi, insignificanti.
A me per la verit gli studenti come classe sembrano sempre uguali, pur
costituendo l'elemento pi mutevole e fluttuante di ogni scuola in ogni tempo.
Sono per certo che  una impressione errata perch  solo apparenza; la
sostanza , e non potrebbe essere, diversa.
Un ricordo amaro  quello della discriminazione di cui erano sempre vittime
gli allievi con minimo peso sociale o con minime aderenze. C'era chi poteva
scegliere il corso e gli insegnanti e chi invece veniva, ineluttabilmente,
relegato nella categoria dei numeri e dei separati.
La selezione, durissima, non avveniva, purtroppo, sempre in danno dei peggiori.
Ma l'amarezza  ancora nulla in confronto al fatto terrorizzante
dell'interrogazione, almeno per quanto mi riguarda: era sempre in agguato,
inaspettata, sempre a sorpresa; il nome pronunciato dall'insegnante era come
una mazzata.
Per quanto riguarda i rapporti tra docenti e discenti non vi era alcun dialogo,
con le dovute eccezioni, s'intende.
Certamente per i pi timidi il discorso della comunicabilit era chiuso in
partenza.
Mi rendo conto di non avere offerto un quadro originale della vita scolastica
perch non vi era.
Onestamente non posso escludere di essere stato, forse, non del tutto
obbiettivo. Se  cos, se cos lei ritiene, la prego di credere nella mia
buona fede. Le posso assicurare, tra l'altro, che pur parlando ovviamente dal
mio punto di vista devo ammettere di non avere mai avuto particolari problemi
scolastici e quindi non v' nulla di personale nelle mie critiche.
Lei ed i mille ragazzi dell'85 giudicherete quali e quanti cambiamenti siano
avvenuti in questi anni.
Io non sono in grado di stabilirlo.
Noto soltanto con tristezza che si lotta ancora per le cose di oltre trent'anni
fa, le aule, le attrezzature, i riscaldamenti.
E che si fa per la riforma della scuola?
Le risse governative hanno mai tentato di risolvere il problema?
E la professionalit degli insegnanti?
Ha mai sentito parlare di elementi che optano per il superiore perch ivi gli
studenti scioperano di pi e quindi pi numerosi sono i giorni di vacanza?
E gli organi collegiali dove sono?
Di fronte a tanto squallore ed a tanto sfacelo che cosa dire ai ragazzi
dell'85?
Io dico: i responsabili, si fa per dire, della scuola credono di placare le
loro cattive coscienze, di attenuare le loro pluridecennali inadempienze verso
di voi con le promozioni facili, che non vi servono e non vi serviranno mai.
Lottate per le riforme di struttura e ricordate che senza lotte (naturalmente
civili, serie e responsabili) non otterrete mai nulla da una classe dirigente
cinica, spregiudicata, opportunista e corrotta.
Fatelo prima che vi contaminino e vi guastino definitivamente.
Fatelo con fermezza, senza retorica e senza strumentalizzazione.
Fatelo anche per i vostri fratelli minori.
Questo dico ai mille ragazzi del "Galluppi" ed aggiungo di imparare a
conoscere questo Illustre di cui la loro scuola porta il nome.
Noi, nel liceo, nel mio liceo, non riuscimmo mai a conoscerlo. Che fosse uno
di quelli messi all'indice?
Illustre signor Preside, non mi ritenga lamentoso perch le ho gi spiegato che
personalmente non ho particolari giorni neri da ricordare, almeno per quanto
riguarda la scuola. Non mi giudichi pessimista perch non lo sono: pessimista 
soltanto chi si  arreso ed io non l'ho fatto mai.
A lei voglio dire ancora con tristezza che i miei figli hanno respinto l'idea
di entrare nel liceo classico con la motivazione che trattasi di scuola vecchia
e superata dai tempi.
 una decisione che hanno preso da soli, che non ho mai ostacolato e che mi ha
fatto sempre riflettere.
Ragazzi come questi meritano una risposta che deve essere la riforma da anni
elusa.
Non siamo al passo con i tempi.
Lo dicono i ragazzi che sono i padroni del presente e del futuro.
I grandi non riescono a capire che negli ultimi cinquanta anni la vita
dell'uomo  cambiata pi che nei precedenti diecimila. O non vogliono!
Ma questo discorso non vale soltanto per il liceo classico, anche se questa
scuola ha subito i guasti pi evidenti in termini di degenerazione e di
mancato sviluppo.
Il fenomeno  generalizzato e bisogna porvi rimedio subito perch  gi tardi.
Non so esattamente se sono rimasto nel tema e se ho risposto con aderenza alle
sue sollecitazioni; mi auguro di s.
Mi chiede di autorizzarla a rendere eventualmente pubbliche queste mie note ed
io l'autorizzo sempre che Lei ritenga ne valga la pena.
Le invio i segni della mia stima anche per la lodevole iniziativa e
cordialmente la saluto.

Antonio Giuditta.
di Raffaele e di Venera Musumeci
nato a Catanzaro il 19 marzo 1932
iscritto per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. B
(Registro generale dell'anno scolastico 1945/1946)

Caro Preside,
ho bisogno di fermarmi un momento e di pensare, con lo sguardo che attraversa
i vetri della finestra, per recuperare le immagini e i sentimenti della mia
vita di studente liceale.  l'effetto del tempo che passa e dissolve le
memorie, ma  anche il risultato del mio coinvolgimento integrale con la vita
di oggi e con le sue attivit.
Forse  una triste considerazione questa, perch anche allora la vita era ricca
di coinvolgimenti e di problemi, sembrava racchiudere tutto, non lasciava
spazio al distacco o all'esame dall'esterno: era la mia vita, cos come lo 
quella di adesso.
Eppure, di tutto quel travaglio, ora non restano che memorie difficili da
inquadrare nella loro vera misura. Sar quindi lo stesso della mia vita
attuale? Tra non molto i dettagli del presente spariranno ed i ricordi pi 
intensi si andranno affievolendo, nonostante sia proprio io il protagonista
della mia vita. Certamente sar cos, ma non  ironia riflettere che
continuer ad agitarmi e a farmi trascinare da quello che mi interessa, a
dispetto di questi pensieri che sembrano sottolineare la sostanziale vanit
dei nostri coinvolgimenti. Non c' contraddizione, infatti. Ad ogni epoca il
suo travaglio, sia essa la storia degli uomini, sia essa la storia del singolo.
Non ci si pu occupare seriamente del presente se si pensa troppo al passato.
Cos il cammino di ognuno di noi somiglia a quello di una barca che lascia
dietro di s una scia vistosa e spumeggiante, destinata per a confluire subito
dopo nel mare di sempre.
Ma  proprio cos? O la schiuma che solleviamo camminando  soltanto l'aspetto
pi vistoso e magari a volte affascinante delle nostre vicende, ma non per
questo il pi durevole? Non c' proprio niente di altro che resta, oltre il
nostro ricordo ed il ricordo degli altri che camminavano insieme a noi? Io
sono convinto del contrario.
Penso che ogni nostra azione, ogni pensiero, ogni movimento lasci una traccia
che ci modifica, anche impercettibilmente, facendoci diversi o confermandoci
in quello che gi siamo. Le nostre esperienze diventano per cos dire carne
della nostra stessa carne, atteggiamento e predisposizione che si fondono nei
nostri atteggiamenti e nelle nostre predisposizioni. Io credo in altre parole
ad un nostro continuo ricrearci, ad una persistente riprogrammazione se volete,
ad opera di quello che ci succede dentro, sia esso alla luce della coscienza o
nell'ombra dei meccanismi del corpo. Non  certo un processo di addizione o di
sottrazione a cui mi riferisco, ma un meccanismo pi complesso e necessario di
integrazione sempre rinnovata che ci lascia unit e mai mosaici disgregati,
qualunque sia l'impatto del nuovo. Per fare un'analogia umanistica,  come se
ognuno di noi avesse il suo piccolo ma ben pi efficiente Proust nascosto da
qualche parte, un Proust non loquace ma chiuso come una sfinge, un Proust
attento e tutto sommato implacabile. Per fare d'altra parte un'analogia in
chiave moderna,  come se ognuno di noi avesse al suo interno un calcolatore
personale a cui nulla sfugge e che tutto pesa, integra e distribuisce per far
s che il passato sia fonte di vera esperienza per il futuro. Per questo non 
molto triste che si affievolisca il ricordo.  pi importante che non si
affievolisca la vita e il desiderio di fare e di cercare. Quello che  stato
ci ha fatti quello che siamo, e noi siamo il miglior ricordo del nostro
passato.
Tuttavia in noi non c' soltanto un meccanismo oscuro di vita che ci sostiene e
ci fa crescere. Fa parte della nostra natura sentire il desiderio di allungare
lo sguardo su quella nostra scia per scoprirne le origini o per lo meno per
ritrovare, anche per un momento, gli stati d'animo e le tensioni di un tempo.
C' molta tenerezza in questo andare indietro. Ritornano alla mente i sogni di
una volta ed i proponimenti, ed  inevitabile che faccia capolino il paragone
tra quello che si voleva e quello che si  riusciti a realizzare. I conti
possono non tornare o tornare solo in parte. Dipende dalle ambizioni iniziali,
da qualche impostazione sbagliata che il piccolo Proust interno non  riuscito
a correggere, dipende anche dalla fortuna e dall'ambiente in cui ci si 
trovati. Certo ognuno parte come una forza buona.
Allora, la guerra era appena finita, vissuta da qualcuno dei giovani in modo
drammatico, ma tutto sommato come se fosse stata un gioco messo in atto per
dar fuoco a mille inventive e permettere interessanti esperienze. Sono
soprattutto gli adulti che prendono le cose veramente sul serio e fanno da
scudo ai pi giovani. La fiducia e l'alacrit dei ragazzi sono difficilmente
scalfite dagli avvenimenti, anche da quelli che li toccano da vicino. Il senso
vero delle cose viene poi, con gli anni, quando ci si rende conto che il
male pu giungere a lambirti e che esso  fatto quasi sempre dagli uomini ad
altri uomini.
Dopo la guerra, la societ si riprendeva lentamente senza immaginare quanto
sarebbe cambiata di l a poco. Le regole di prima erano tuttora valide,
ineccepibili, immortali, fondate sulla tradizione e sul rispetto dei tempi
andati. Andare a scuola faceva parte di quelle regole ed era la cosa pi 
naturale del mondo, come rispettare i professori, avere amici e fare ogni sera
interminabili passeggiate avanti e indietro sulla via principale della citt.
Ci si incontrava in molti la sera, si parlava di tanti argomenti, si
squadravano ad ogni incontro le ragazze che camminavano per conto loro, si
definivano gli interessi, si compivano le prime scelte, si paragonavano i
modelli di comportamento presi a prestito dalle letture e dai contatti coi
compagni e col mondo dei grandi. Ricordo che nella scuola media lo studio
dell'Iliade aveva fornito a molti di noi lo spunto per identificarci con
qualcuno di quegli eroi, a cui ci si sforzava di somigliare e per cui si
faceva il tifo, come per la squadra del cuore. Il mio era Diomede, non ricordo
pi perch. Forse, per ricordarlo dovrei rileggere l'Iliade, cosa che mi
farebbe certamente bene ma che non  probabile avvenga nell'immediato futuro.
A quei tempi ero anche tifoso della Juventus, ma mi erano presto venute a noia
certe interminabili discussioni sui meriti di questa o di quella squadra di
calcio e naturalmente dei vari giocatori. Esse mi sembravano del tutto
sproporzionate alla rilevanza che il gioco del calcio avrebbe dovuto avere
nella vita di un individuo. Almeno, io e qualche altro la pensavamo cos.
Ed avevamo gi in mente un certo modello di uomo a cui volevamo somigliare.
Le influenze maggiori, allora, erano colorate di umanesimo. L'ideale quindi
non era diventare manager o scienziato, ma uomo di grande cultura, soprattutto
in arte e letteratura, capace di scrivere bene e di capire a fondo filosofia e
storia. In qualche misura si valorizzava l'erudizione. Io condividevo questo
atteggiamento fino a un certo punto. Sapevo scrivere meno bene di altri, non
avevo letto tanti libri come alcuni di loro, ma mi dilettava l'introspezione,
il cercare di capire le molteplici sfaccettature dei miei stati d'animo,
influenzato in ci da un precoce amore per la psicoanalisi. A ripensarci,
quell'amore non nasceva a caso. Piano piano, infatti, le mie letture e
l'esperienza meno ricca ma pi diretta della vita mi avevano convinto che al
centro di tutte le vicende umane bisognava collocare lo spirito e che ad esso,
cio alla sua definizione e conoscenza, valeva la pena di dedicare tutte le
energie disponibili. Ricordo una volta l'esaltazione che mi prese pensando che
la storia dell'uomo poteva essere scritta come evoluzione di atteggiamenti e
disposizioni dell'uomo nei riguardi dell'uomo e del resto del mondo. Era una
storia dello spirito che volevo si realizzasse, non so bene in che forma, ma
certamente per andare alla sostanza delle cose. Mi era anche passato per la
mente che toccasse a me cominciare a scrivere, cosa che naturalmente non
avvenne. Nutrito di queste idee non avevo molta propensione e neanche molta
stima per l'erudizione fine a se stessa, con la sua inevitabile esibizione di
robuste doti di memoria. Piuttosto, nonostante le perverse suggestioni che ci
venivano involontariamente somministrate da qualche insegnante, la cultura
aveva cominciato ad apparirmi come qualcosa di vivo, qualcosa che altri
uomini avevano costruito con inventiva e sforzo, qualcosa che naturalmente
bisognava conoscere ma da cui non bisognava lasciarsi sopraffare. Mi sembrava
chiaro che ciascun uomo avesse quasi il dovere di controllare la bont di
quelle costruzioni, di verificare la loro aderenza al reale e nell'ambito
delle sue possibilit, di continuare a costruire nel campo dei suoi interessi.
Con questo fondo di speranza e di determinazione, ma anche con una certa
angoscia per un fallimento che consideravo pi che possibile, mi ero deciso a
intraprendere lo studio della medicina e delle malattie mentali. Volevo
diventare psichiatra, perch la medicina mi pareva la strada migliore per
conoscere quanto si sapeva sull'uomo e anche perch il trafficare con
l'oscurit di quelle malattie mi avrebbe avvicinato, cos ritenevo, alle
sorgenti misteriose dell'anima umana.
Le cose non andarono precisamente per quel verso, ma neanche per una strada
sostanzialmente diversa. Facendo dei conti grossolani si potrebbe perfino dire
che le variazioni di programma hanno portato pi bene che male.

Annibale Ventrici.
di Francesco e di Concetta Elia
nato a Catanzaro il 6 aprile 1932
iscritto per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. A
(Registro generale dell'anno scolastico 1945/1946)

Caro Ezio,
 passato un bel po' di tempo da quando ho avuto la tua circolare con la
quale chiedi, a noi che fummo, ricordi, fatti e testimonianze d'epoca.
La richiesta, ti confesso, mi ha colpito ed allettato anche perch, come dici,
dai nostri ricordi gli studenti di oggi dovrebbero trarre modelli di vita e di
professionalit.
E, quindi, mi sono sorpreso ad accarezzare, ignobilmente, la tentazione di
esaltare, a mio vantaggio, la diversit tra allora ed ora.
Quale piacevole sensazione poter affermare, ricordando, e su richiesta formale
del Sig. Preside, Oh! ai miei tempi. E sono tornato indietro, pi volte, a
cercare nei ricordi le prove della superiorit o, almeno, della diversit.
Ma gli avvenimenti, gli entusiasmi e le delusioni, le angosce e le gioie, le
risate e le ire di quel tempo mi appaiono confusi in un unico tempo, come sogni
fatti di musica e colori che, al mattino, non possono essere descritti, e dei
quali resta un senso di dolorosa felicit.
Oggi, come per un esorcismo, ho preso a rileggere, con attenzione, la mia
pagella della maturit.
Primo trimestre: cinque in condotta!
Ed ecco che si mettono a fuoco, nitidi e netti, alcuni avvenimenti che possono
avere un significato e - perch no? - una morale.
Bene: stammi a sentire. La storia non  lunga: credo di essere stato la prima
vittima della ritrovata libert di stampa della citt!
Io sono stato al liceo "Galluppi" tra la fine degli anni '40 e gli inizi
degli anni '50.
La fine della Guerra aveva lasciato un enorme senso di sollievo per un'angoscia
finalmente superata, che dava a tutti, e noi ragazzi ne eravamo i pi 
partecipi, una rinnovata ansia di vita.
Ma erano anche anni di grandi contrasti: il fascismo politico sembrava finito,
ma tutto intorno se ne avvertiva una sostanziale presenza.
Alcuni di noi colsero il significato dell'evoluzione culturale e sociale che
derivava dal contrapporsi delle diversit d'opinione. Partecipammo con ingenuo
entusiasmo, non per idealit partitiche, ma come per una naturale prosecuzione
dei modelli letterari e filosofici che andavamo studiando: libert va cercando
ch' s cara...
Personalmente, poi, ritrovavo tra i sollecitatori della mia formazione
culturale ed intellettuale i vari aspetti positivi che una reale analisi
critica deve considerare.
Le figure pi incisive si ricompongono in una ideale galleria: Livio
Cancellieri, Abigaille Giglio, Salvatore Morello, Giovanni Mastroianni...
Tutti maestri in cui riconoscersi, che si offrivano con assoluta onest
intellettuale; ognuno depositario e portatore di un aspetto della verit,
presentato anche in maniera diversificata in funzione della propria
personalit: chi liberale, colto, sereno e puntiglioso; chi radicale,
appassionato ed entusiasta ma insieme dissacrante con la battuta dialettale
sempre pronta; chi positivo, concreto, con un tocco elegante, moderno e finto
nostalgico; chi analitico, razionale eppure romantico, proiettato con
lucidit verso il rinnovamento.
Accadeva, quindi, che lo stesso fatto, non importa se storico, letterario o di
attualit, ci venisse presentato sotto varie angolazioni e si prestasse,
quindi, a diverse considerazioni e conclusioni: come  giusto e necessario in
una palestra di formazione puramente culturale qual  il liceo classico.
La cultura non pu portare a certezze assolute sui fatti umani, ma alla
considerazione che di essi possano coesistere diverse interpretazioni, purch
onestamente supportate.
In questo contesto, ritenemmo naturale far sentire anche la nostra opinione:
fondammo cos il giornale del liceo. Il nostro direttore era Renato Mantelli,
che ha poi continuato, nella vita, a sviluppare la sua vocazione.
Non avevamo un programma o una linea precisa; l'importante era per noi poterci
esprimere sui temi pi vari.
Il direttore mi affid una rubrica fissa Quadrante in cui trattare, con tono
leggero ed inflessioni umoristico-satiriche, fatti e fatterelli di varia
attualit. Inoltre, ebbi l'incarico di tracciare, pi o meno con le stesse
caratteristiche, profili di personaggi che presentassero qualche aspetto
peculiare.
E vennero, cos, alla luce i profili del professore che si portava a scuola in
bicicletta, di quello che quando spiegava si sbracciava agitandosi e
contorcendosi sulla cattedra e... qualche altro sullo stesso motivo.
A me pareva che fossero affettuose caratterizzazioni di aspetti, tutto sommato,
gradevoli.
Non fu dello stesso parere la Scuola: le Istituzioni erano in pericolo!
L'istituzione professore veniva minata nel suo decoro! E cos vi fu la
riunione del Collegio dei Docenti, il processo, la condanna... senza nemmeno
sentire l'imputato. Soltanto i miei buoni precedenti mi consentirono di avere
appena quindici giorni di sospensione.
Il giornale cess.
E io, che tanto amore e stima avevo per la mia scuola e per i miei professori,
cominciai a riflettere su come e perch da un consesso di uomini di cultura e
di assoluta libert intellettuale potesse venir fuori tanto conformismo.
Poi vennero gli esami, l'universit, il lavoro, la famiglia.
Oggi, come tu dici, i ragazzi protestano perch al loro liceo mancano tante
cose (biblioteca, auditorium, laboratori...), ma aggiungi io credo che manchi
ancora qualcosa.
Sono d'accordo con te: ai ragazzi, ora come allora, manca ancora la
possibilit di esprimersi ma viene, in pi , concessa quella di protestare.
Ai miei tempi la celere, metteva rapidamente a posto tutte le proteste.
Una morale?
No, meglio un auspicio: che tutti i giovani che via via si succedono sui
banchi di questo liceo mantengano sempre la volont e la capacit di
esprimersi e non cessino mai di interrogarsi su come e perch una societ di
uomini liberi esprima ancora tanta violenza, tanta arroganza, tanto amore per
il potere.
Cordialmente tuo

Domenico Porcelli.
di Filippo e di Maria Concetta De Pino
nato a Soriano Calabro il 19 luglio 1932
iscritto per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. A
(Registro generale dell'anno scolastico 1945/1946)

Ogni mattina passo
davanti al Liceo Classico, presso a poco quando si avvicina
l'ora dell'entrata, e mi confondo tra la moltitudine di studenti rumoreggianti
che si accalcano.
Talvolta, in orario diverso, vedo i loro visi alle finestre, con lo sguardo
illanguidito dal desiderio necessariamente represso di essere altrove e di
partecipare alla libert dell'esterno.
I locali non sono pi gli stessi: la mia memoria torna alla struttura del
vecchio convento dei Gesuiti dove era allogato il Liceo-Ginnasio di corso
Mazzini e vi torna perch quella che avrebbe dovuto essere la mia migliore et
si  consumata in quelle aule buie, in quei corridoi che mi sembravano enormi,
nei calcinacci delle inesauribili opere di ristrutturazione e di manutenzione,
che trovai iniziate e lasciai incompiute.
Mi sembra, tuttavia, di riconoscermi in quei giovani che, come me quando avevo
la loro et, aspettano che suoni la campanella dell'entrata.
Era il capo bidello Russo, ai miei tempi, che dava quel segno a cui ci
sottomettevamo anche noi senza entusiasmo e mi chiedo chi sia ora a scandire
alla stessa maniera quel segnale del tempo, che batteva anche i ritmi della
nostra giovinezza.
Mi sembra di riconoscermi nella ineludibile contraddizione di questa giovinezza
piena di fremiti protesi al domani, ma che per raggiungerlo distrugge se stessa
nello studio e sui banchi.
Mi sembra di riconoscermi nella loro spensieratezza, nella loro allegria, nelle
arie scanzonate e spesso provocatorie, che anche ai miei tempi mascheravano
sovente l'insicurezza di personalit in crescita.
Vedo all'esterno del liceo pi ragazze di quante ce ne fossero ai miei tempi.
Noto tra ragazzi e ragazze una colleganza ed una amicizia che a noi sono state
precluse, perch non stava bene che ci intrattenessimo insieme. Le ragazze
entravano da un ingresso, i ragazzi da un altro e solo quando suonava la
campanella e ci riceveva il preside, alto, grigio, severo, circondato dai
professori che ci accompagnavano in classe. E cos le vedevamo passare,
scambiavamo un saluto, un segno di intesa quando ci univa un sentimento di
amore, le ritrovavamo tra i banchi: le donne da una parte ed i maschi
dall'altra.
E pensando alla libert di oggi, mi rammarico perch il tempo della mia
giovinezza ci ha defraudato anche di questo.
Perch noi, quelli della mia generazione, a pensarci bene, la giovinezza non
la abbiamo avuta: al pi , e nonostante tutto, abbiamo avuto sprazzi di
giovinezza, abbiamo sentito alitare nell'aria il suo profumo. Certo, anche noi
abbiamo riso, cantato, giocato: ma la giovinezza - che non  un dato anagrafico
ma una stagione del cuore - a noi non  stata interamente concessa.
La mia  stata la generazione della guerra e, peggio, del dopoguerra. I sogni
di grandezza della Patria, di superiorit del nostro destino, di
invincibilit - che ci avevano instillato sin dall'infanzia - crollarono di
schianto, annientati dallo sgomento della sconfitta. Una generazione che non
ha saputo esprimere slanci ideali autentici - che sono la espressione e la
forza della giovinezza - perch quella stagione del cuore fu immeschinita e
turbata da diversi sentimenti e necessit materiali: paura per l'incolumit
fisica, preoccupazioni per il domani e per chi stava lontano e ancora non
tornava, privazioni, sacrifici.
Perch eravamo malnutriti e malvestiti, perch con la razione della tessera
annonaria sopravvivevamo, ma fu peggio dopo, quando dovemmo confrontarci con
il mercato nero in una economia tornata quasi alle leggi del baratto.
Per anni mia madre - come certamente tutte le mamme - non mangi pane. Ci
diceva che non le piaceva e quella spiegazione ci appagava. Solo da grande
compresi e mi commuovo ancora - che non ne mangiava perch divideva la sua
razione ai figli.
Eppure anche una condizione, che pareva accomunare tutti in un unico
denominatore, riusciva ancora ad esprimere gli ultimi bagliori di una albagia
di classe che rifiutava di confrontarsi con la realt e la mentalit nuove,
che la guerra e la sconfitta avevano prepotentemente fatto emergere.
Il Liceo Classico era considerato una scuola di elite e non faceva nulla per
smentire tale fama, perch solo a malincuore si apriva a chi non condivideva
tale provenienza dal ceto elitario.
Vi erano tre sezioni: la sezione B femminile, la sezione A, dove erano
concentrati i figli delle persone abbienti e dei notabili cittadini, e la
sezione C in cui erano relegati gli altri: i figli di chi non contava, i
ripetenti, quelli che venivano dai paesi e che erano espressione, appunto,
delle nuove classi sociali che si affacciavano alla storia.
Le sezioni A e B avevano i professori pi bravi o, quanto meno, pi noti
anche se talvolta per fama usurpata - la sezione C accoglieva gli sconosciuti,
gli avventizi, i reduci che, spesso, pi che conoscerlo, il latino e il greco
lo balbettavano.
Le sezioni A e B avevano le aule migliori vicino alla presidenza, la sezione C
faceva i turni pomeridiani quando le aule non bastavano.
Io, per chi sa mai quali motivi, ero stato ammesso al privilegio di frequentare
il ginnasio nella sezione A e fu consequenziale che per il primo anno di liceo
venissi iscritto nella stessa sezione.
Bench sia passato tanto tempo, mi brucia ancora ci che mi colp come uno
schiaffo, che avvertii come la pi grande delle mortificazioni: il
trasferimento di ufficio alla sezione C per il motivo, neanche tanto velato,
che dovevo cedere il posto al figlio di un personaggio in vista, trasferitosi
da poco a Catanzaro. Mi sentii degradato alla condizione di paria, ma questo
sentimento dur fino a che non conobbi ed apprezzai i miei nuovi compagni, che
furono per me esempio e stimolo.
 facile emergere quando si ha la sicurezza di qualcuno che ti tiene per mano e
ti spiana la strada. Ma  eroico riuscirci quando si  soli e si manca di
tutto.
Ricordo un mio compagno della sezione C - bravissimo in una classe di
bravi - il cui padre era lavorante in un panificio e tutta la famiglia abitava
in un basso, dove si vedevano solo letti. Egli, rannicchiato su un lettuccio,
riusciva a studiare - e come studiava e faceva lezioni private per
contribuire a far quadrare il bilancio familiare.
Ora  primario in un grande ospedale del nord Italia e non ne faccio il nome
perch non so se in lui prevalga un sentimento di rigetto del ricordo di quegli
anni duri o piuttosto l'orgoglio di averli vissuti.
Ricordo un altro compagno della stessa classe, oggi primario ospedaliero
anch'egli, che era arrivato da poco da un paese della provincia e abitava con
la famiglia in locali angusti: era costretto ad uscire di casa e interrompere
lo studio ogni qualvolta la madre, che era sarta, riceveva qualche cliente.
E ricordo i tanti altri, in una commossa carrellata della memoria, venuti dai
paesi anch'essi, che abitavano in camere ammobiliate prive di ogni confort e
mangiavano per settimane intere, a pranzo e cena, come unici alimenti, pane di
casa, castagne infornate e salsicce: e proseguirono per la loro strada con la
determinazione di chi ha una meta da raggiungere, perch, oltre a tutto, non
potevano ripagare, che raggiungendola, i sacrifici fatti da chi consentiva loro
di avere quelle possibilit di crescita sociale.
E quella discriminazione di classi, non avendo altra possibilita di
espressione, si manifestava in una accesa e inestinguibile rivalit calcistica.
Noi della C disponevamo del campo del Bersaglio alla Fiumarella, perch Tot
Mazzacoco, che abitava in pensione e non doveva dare conto a familiari
apprensivi, alle cinque del mattino andava ad occuparlo e quella presa di
possesso, per antica consuetudine universalmente accettata, non poteva essere
contestata.
Quelli della A avevano il pallone: magari era vecchio e fatto pi di toppe che
di cuoio, ma sempre pallone era.
Le nostre partite non duravano novanta minuti: erano duelli all'ultimo sangue e
guai a chi sbagliava e consentiva all'altra squadra di vincere!
E vincevamo quasi sempre noi o, almeno,  questa la verit che mi rimane dopo
il filtro del tempo e della memoria.
Ma la rivincita pi bella la ottenemmo alla licenza liceale, quando noi i
paria, noi gli emarginati, noi che per ragioni di condotta rischiavamo in
blocco di non essere ammessi agli esami, avemmo l'orgoglio di tenere alto il
nome del liceo. Perch noi della gloriosa terza C fummo in diciassette ad
essere promossi alla prima sessione, contro le due ragazze della B e l'unico
della A.
Dicevo, pero, che eravamo una scuola povera ed era questa una verit
inconfutabile.
Il primo segnale di tale stato lo dava il preside, pur nella sua autorit che
nessuno allora osava disconoscere: e lo dava con il rumore dei suoi
salvatacchi. Perch scarpe non ce ne erano e non vi era cuoio per risuolarle,
e, quindi, per non consumarle, punte e tacchi venivano muniti di puntali di
ferro che erano ovviamente rumorosi e pi rumorosi diventavano quando i chiodi
di fissaggio si consumavano e perdevano aderenza. E l'avvicinarsi del preside
era, provvidenzialmente, preannunziato dal rumore dei suoi inconfondibili
salvatacchi, sempre consumati. E quel preavviso sonoro era particolarmente
gradito al nostro professore di storia dell'arte, grande nella bravura ma
anche nella bont che, non riuscendo a controllare la nostra esuberanza, non
trovava partito migliore che mettersi sull'uscio a far da palo, per
controllare che non arrivasse il preside.
Ricordo che quando, in tempi in qualche modo migliori, il preside dismise i
salvatacchi, su un giornalino scolastico, tirato con tanto entusiasmo e tanta
fatica in ciclostile, offrimmo una lauta mancia a chi li avesse ritrovati.
Ed erano poveri i banchi: rottami di magazzino rabberciati alla meglio, sui cui
pianali erano incisi e stratificati i graffiti di generazioni di studenti.
Ricordo che, quando mi tocc il turno pomeridiano, altri graffiti incisi pure
io per comunicare con la ragazza che occupava quel banco di mattina e
ritrovavo puntualmente i graffiti della risposta.
Ed erano poveri i nostri abbigliamenti. I pantaloni lunghi oggi sono un
indumento d'uso sin dall'infanzia. Ai miei tempi erano una conquista, che si
poteva realizzare non prima del secondo o terzo liceo: ma era sorte comune e
nessuno poteva avere motivo per farsene meraviglia. I miei primi pantaloni
lunghi li indossai al terzo liceo ed erano formati da tre pantaloni corti della
stessa stoffa ricuciti insieme.
Un giorno doveva venire in visita al liceo un ministro, mi pare della pubblica
istruzione, che era catanzarese. Il preside fece il giro delle classi per
raccomandare agli alunni di presentarsi ben vestiti per l'occasione. E qualche
bello spirito, l'indomani, si present con il tight del nonno, riesumato dalla
soffitta, suscitando l'ilarit di tutti e dello stesso ministro quando gli fu
spiegato il perch di quell'abbigliamento.
Ed espressione della povert dei tempi era la bidella Rosina, alta,
allampanata, settentrionale trapiantata chi sa per quali vicissitudini nella
nostra terra, sempre speranzosa, ma altrettante volte delusa, di ottenere da
noi studenti, per le feste o per la promozione, una mancia che non eravamo in
grado di darle.
Ed era manifestazione di povert anche la sigaretta, l'unica di cui riuscivamo
a disporre, e che fumavamo insieme nel gabinetto nei cinque minuti di
intervallo, facendola girare per l'unica boccata consentita a turno e che
sfruttavamo fino all'inverosimile, infilando nella cicca uno spillo per non
ustionarci le dita.
Dividevamo tutto, perch la pi assoluta solidariet esprimeva la purezza dei
nostri cuori ed un tradimento a questa reciprocit di rapporti, ancora oggi, a
distanza di tanti anni, mi fa guardare con diffidenza due compagni di quegli
anni, che pure sono oggi affermati professionisti ed addirittura medici
entrambi, per una qual legge del contrappasso.
Era successo che uno dei due, spalleggiato dall'altro, si present in classe,
teso e disperato dicendoci che aveva contratto una malattia venerea, che non
osava chiedere l'aiuto dei familiari, che non aveva i soldi per curarsi.
La sua preoccupazione divent angoscia di tutti, che ci facemmo in quattro,
aggiungendo privazione a privazioni, per raggranellare la somma necessaria per
medico e medicine.
Quando scoprimmo, per, che era tutta una messa in scena fraudolenta, non
avemmo bisogno di intese per scagliarci loro addosso, come un solo uomo, per
infliggere la meritata punizione.
Ma pi povere ancora erano le passeggiate scolastiche: le donne dirette a
Siano, i maschi per la vecchia nazionale per Tiriolo a giocare a pallone. Ci
incolonnavamo, professori in testa, uomini e donne ognuno per la sua strada.
E non c'era volta che i professori addetti alla sorvcglianza dei maschi non si
ritrovassero soli al primo cantone. E ci inseguivano e ci raggiungevano
trafelati per la strada di Siano, dove ci eravamo ricongiunti con le nostre
compagne. Ed erano rimbrotti, minacce, rappresaglie, voti bassi in condotta.
Ma era ormai una costante che si rinnovava ogni volta e, in fondo in fondo,
credo che gli stessi professori sarebbero rimasti delusi se non avessimo
ripetuto la nostra fuga.
Parigi, Londra, Atene? per noi erano solo puntini sulla carta geografica,
entit irraggiungibili, non certo meta di gite, come oggi.
Villaggio Mancuso s: fu quello l'orizzonte di maggior respiro che ci fu dato
raggiungere quando, per intercessione di non so chi, furono messi a
disposizione del liceo alcuni camions.
Erano camions scoperti su cui non era possibile neanche sedersi: la strada era
tortuosa e dissestata e, ad ogni curva, si aveva la sensazione di poter
precipitare nel vuoto: partimmo abbastanza presto e faceva freddo.
Ma eravamo ricchi della nostra giovinezza che scaldava, ci accomunava il
miraggio di una meta pi lontana che schiudeva orizzonti pi aperti.
Le canzoni che sgorgavano dal nostro cuore erano voci di ottimismo nel presagio
di un futuro migliore e, forse, anche di tristezza per un anno scolastico che
si chiudeva, per i compagni che si lasciavano, per una fase della nostra vita
che si concludeva. E il tutto finiva alla sera, prima del rientro, con la
quadriglia che comandava il professore Morello nel salone dell'Albergo delle
Fate, a cui partecipavamo tutti inebbriati, con un senso di esaltazione ma
anche di languore.
Ora io vedo i ragazzi di oggi, ne scruto ogni mossa, mi sforzo di intuirne i
sentimenti e le aspirazioni ma, se analizzo il tutto, mi confronto ogni volta
con qualcosa che io non ho avuto.
Cerco solo di immaginare che essi siano quello che io avrei voluto essere e non
sono stato.
Tristezza? e chi ha detto che il mio bilancio  in rosso? quegli anni mi hanno
dato la compagna della mia vita e un legame che non poteva essere pi bello: e
non per niente, anche lei era una studentessa del Liceo!

Augusto Placanica.
di Umberto e di Concetta Cinnante
nato a Catanzaro il 20 settembre 1932
iscritto per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. C
(Registro generale dell'anno scolastico 1945/1946)

Amarezza e trasgressione
Fui iscritto alla IV classe ginnasiale del liceo "Galluppi" per l'anno
scolastico 1945-46, e incardinato nella sezione C. A quel tempo, di licei
classici, a Catanzaro, ce n'era sempre uno solo, ma con poche sezioni: queste
ultime, per, erano assai chiaramente caratterizzate. La sezione A
(prevalentemente maschile) accoglieva i figli della buona borghesia di
Catanzaro, e in essa vi insegnavano, per tradizione, i professori ritenuti pi 
valorosi (anche se, per le circostanze del confuso dopoguerra, ancor vive e
pesanti, non mancavano incursioni episodiche di docenti assai meno affidabili).
La vecchia borghesia delle professioni e della possidenza si aspettava
molto da una preparazione adeguata dei propri figli, e i genitori seguivano
con trepidazione gli spostamenti dei professori, e s'impostavano strategie di
lungo periodo, con pressioni pi o meno efficaci sulle autorit scolastiche,
ffinch il massimo di concentrazione di buoni docenti privilegiasse la
sezione A.
La sezione B, femminile, era chiamata a fare il paio con la A. Non  che,
per, nel variegato esercito degli studenti dell'A, in questa sorta di centuria
privilegiata, non s'inserissero elementi della media e piccola borghesia: si
trattava dei figli di quelle famiglie di livello pi modesto, ma catanzaresi
anch'esse, che usavano spendere tempo, energia e fantasia per ottenere ai
propri figli sia l'apprendistato sotto buoni docenti, sia la frequentazione di
compagni per bene (secondo l'antico, e mai smentito, adagio delle nostre
mamme: Va' ccu 'i megghiu 'e tia e pgaci i spisi). Per il valore dei
docenti, per la buona estrazione sociale degli alunni, per la fissit e
l'attaccamento al lavoro - anche rigoroso e intollerante da parte di
professori che potevano fregiarsi della docenza nella sezione A, questa sezione
(e un po' anche la B) erano il meglio del "Galluppi" (o si presumeva che
fossero il meglio).
La C era la terza e l'ultima sezione (la D venne qualche tempo dopo, la E solo
negli anni Cinquanta). Vi insegnavano professori giovani - pi buoni o meno
buoni - che non risultassero gi da lungo tempo ben collaudati, e quindi non
ancora promossi all'esame dell'opinione pubblica, che contava assai in citt.
In questa sezione trovavano posto, per una parte, i figli della piccola e media
borghesia catanzarese, e, in genere, i figli di famiglie non eccessivamente
preoccupate dell'immediato destino (o successo) scolastico dei propri rampolli:
figli di impiegati, di artigiani, di piccoli professionisti. Una buona porzione
degli alunni della C, per, era costituita da provinciali: in genere abitavano
precariamente o presso parenti dimoranti in citt o, pi spesso ancora, in
piccole stanze a pensione, in piccole e sacrificate case del centro storico,
dei vicoletti del corso ecc. Piccole stanze disadorne, quelle dei miei
piccoli amici e compagni, con armadi e letti che si tenevano su per miracolo,
con poche sedie impagliate e alcune grosse valigie lasciate per terra, da cui
occhieggiavano - e l'odore se ne spargeva greve nella stanza - calzini, maglie,
maglioni, pezze di formaggio, stocchi di salame, forme enormi di pane
casereccio.
A me quel tanfo dava fastidio, e mi sembrava che tenesse ancor del monte e
del macigno, quando andavo a trovare qualcuno di questi compagni paesani. Non
potevo capire, allora, quanto sacrificio ci stesse, dietro a quei pani e
formaggi e valigie: e, quanto amorosamente, oscure mamme di oscuri paesi
avessero preparato quel bagaglio e quei vestiti per i loro figli partiti
all'avventura cittadinesca: ragazzi tozzi e rozzi e impacciati, ma con due
pomelli rossi in viso e con una testardaggine, e con certi muscoli
violentemente esibiti all'occorrenza, che mettevano paura.
C'era qualcosa, in questi miei compagni di paese, che li rendeva - al
contempo - migliori e diversi. Erano taciturni, e ostinatamente disciplinati,
studiosi e assidui, senza brillare ma senza demeriti. Come tutti quelli che
sono - e purtroppo si sentono - estranei, erano sempre sulla difensiva: non
erano nemmeno permalosi, forse, ma gelosissimi della loro dignit, questo s:
e ogni volta che volessero rintuzzare la facile invadenza di qualcuno di noi,
per prima cosa contrattaccavano rispondendo nel loro pi puro dialetto, quasi
fosse, tutt'insieme, uno scudo, un'arma d'offesa e una consacrazione rituale.
E, quando eravamo fuori, a fare a pugni, o ancor pi , a sassate, lanciandoci
violentemente addosso (e con un'irresponsabilit che oggi mi lascia
esterrefatto) grosse pietre (mazzacani), b, era certo che ne uscivano
vincenti. Allora, diversamente da oggi, l'amicizia tra compagni si cementava
in questi giuochi terribilmente rudi e aggressivi, e la Villa e Pratica e Rione
Milano erano teatro di duelli, scontri e scazzottature da levare il pelo. Poi,
pi amici di prima. In questa forma di iniziazione, i buoni provinciali
difficilmente restavano secondi: dimostrata la forza, era facile andare d'amore
e d'accordo. La citt era conquistata.
In quegli anni, a ben pensare, si metteva in movimento, con velocit mai fino
ad allora conosciuta, quel processo di integrazione e di inurbamento che
avrebbe contraddistinto i decenni successivi. Quei giovani paesani erano le
prime pattuglie della futura invasione: per me che venivo dalla media
"Mazzini" (una scuola media tutta catanzares allogata all'ultimo piano dello
stesso edificio del "Galluppi", a contatto immediato coi locali dell'omonimo
Convitto Nazionale), fu una bella scoperta venire a conoscere i nomi di paesi
calabresi ignoti e figure sociali tra le meno pensabili. A quei tempi,
all'inizio dell'anno, i professori di classe - cio quelli di italiano, latino,
greco, storia e geografia - dovevano accertare la presenza degl'iscritti e,
uno per uno, col giornale di classe in mano, invitarli a declinare coram
populo le proprie generalit complete: padre, madre, data e luogo di nascita,
e finanche l'attivit lavorativa del padre (domanda crudele per non pochi
costretti a rivelare mestieri umili). Quel giorno di inizio d'anno al
IV ginnasio, uno degli alunni interpellati, un Muzz, disse d'esser nato ad
Amroni (dove mai poteva trovarsi? mi domandavo io) e, alla precisa richiesta
dell'insegnante circa il mestiere del padre, rispose con alterezza:
Costruisce orologi da torre!. Rimasi ammirato. Com'era grande il mondo!
Sentii che ora, con gente cos diversa (Amroni! orologi da torre!), io mi
trovavo in una dimensione pi grande di quella lasciatami dietro pochi
mesi prima: solo pochi compagni erano rimasti delle classi precedenti: Franco
Critelli, Gaetano Sanzi, Elio Pelaggi, qualche altro che ora non ricordo.
Sanzi era fra i primi, Critelli il primo. E io? No: io non ero bravo.
Io credo che, ancor oggi, il risultato scolastico (intendo il voto) abbia un
grande valore ai fini dell'idea che un ragazzo si fa di se stesso. Ma allora,
quando la vita di un quattordici-diciottenne si svolgeva tra casa, strada e
scuola, senza altri interessi o punti di riferimento, questo valore era
ingigantito e reso esclusivo. Per un voto in pi o in meno - proprio o
altrui - il ragazzo e la famiglia facevano una malattia o facevano una festa,
ma pi spesso la prima che la seconda. Io, purtroppo, non ero tra i
migliori - se non per l'italiano scritto - n la mia famiglia vi faceva gran
caso.
Ricordo che, ai primi giorni del IV ginnasio, la professoressa di lettere,
giovanissima ancora, un po' inesperta ma instancabile ed assai esigente e
orgogliosa (la povera Nicolina Cortese Siciliano, tragicamente scomparsa poco
tempo fa), avendo saggiato soltanto il mio valore nei temi d'italiano, mise a
studiare con me il fratello, Mario Cortese, a cui ero attaccato da simpatia
(e da un comune atteggiamento di allegra ironia verso i compagni di classe);
ma subito dovette correre ai ripari. In realt io studiavo poco o niente,
perdevo il tempo in altri interessi e finanche andavo frequentando i comizi
pro o contro la monarchia per l'imminente referendum istituzionale (con
Mario - ricordo - andammo a un affollatissimo comizio di Lucifero, a Piazza dei
Caduti). Mario, dunque, non venne pi a studiare con me: primo di una breve
serie di tentativi di studio in comune - lungo gli anni del ginnasio e del
liceo -, sempre rapidamente abortiti per legittima insoddisfazione degli
altri verso di me.
C'era in me qualcosa che non andava, qualcosa che n allora n mai pot
conciliarmi con la scuola, rendermela in qualche modo gradevole, almeno parte
non totalmente estranea di me stesso. Io avevo vissuto quasi da sempre - in
una dimensione di assoluta indipendenza. Almeno fino al 1940, cio fino ai miei
otto anni, mio padre - ufficiale di carriera - si spostava spesso in varie sedi
italiane, e mia madre spesso lo seguiva: io restavo affidato ai nonni di
Catanzaro, nel grande caseggiato in vicoletto I Maddalena: erano 15 stanze su
tre piani (con un grandissimo giardino, lavanderia, una cisterna) abitata dal
nonno, dalla nonna, dalla zia Edvige e da me: una casa piena di mille
ripostigli e di centomila oggetti; in essa si andava consumando, in dimensioni
sempre pi modeste, la tarda et di mio nonno, l'avvocato Federico Cinnante,
un d noto e facoltoso professionista di Catanzaro (era stato il legale dei
baroni Barracco e Berlingieri di Crotone, patrizi fra i pi ricchi della
Calabria), e che ora, dopo anni trascorsi nell'isolamento (aveva rifiutato, a
suo tempo, l'iscrizione alla Corporazione fascista degli Avvocati), viveva di
memorie: ricordi del foro, ricordi dell'alcova, ricordi del tempio massonico
(mi pare che fosse stato venerabile di una delle due logge catanzaresi). Dalla
seconda elementare alla terza media, poi, la mia solitudine s'era aggravata:
c'eravamo fissati per sempre in casa dei nonni, ma ormai pap era da anni
in guerra - prima in Africa e poi prigioniero in Asia -, e mia madre non
faceva che essere triste e piangere. Io la guardavo, e non sapevo che fare;
era rigorosa, e si sforzava d'essere arcigna, pensando di dovere anche supplire
all'assente figura paterna; i nonni non interferivano mai, anche se io mi
sentivo assai legato a nonno Federico, mio unico, dolce compagno d'infanzia.
Ognuno pensava ai casi suoi, e io - che non aveva n fratelli n sorelle, e
che solo come in un sogno ero costretto a ricordare mio padre - continuai a
vivere da solo e a giocare da solo, spesso correndo in giardino e giocando
alla guerra con un grande e indomabile cane lupo: un giardino denso d'aranci e
limoni e con rare zone soleggiate, diviso con alti muri dalla citt circostante
e dove trascorrevo ore bellissime a leggere romanzi di Salgari e Verne, e poi
Dickens e via dicendo. La citt m'era ostile, perch spesso i ragazzi, miei
coetanei, mi davano la baia perch ero grasso, e quella era ancora una societ
insulsa e crudele; n avevo ragazzi, della mia stessa classe sociale, che
abitassero vicini - se non Elio Pelaggi, figlio d'un medico, dal quale
prendevo libri in prestito -. Mi si form, cos, quella propensione alla
solitudine che non avrei mai pi lasciata nella vita successiva (magari
abilmente mascherandola), e forse acuita dopo il ritorno di mio padre (ero
ormai alle soglie del ginnasio). E con essa vennero accentuandosi due
disposizioni gi da tempo mie: la malinconia, e il grandissimo amore per i
libri.
L'amore dei libri lo avevo avuto sempre: nella biblioteca comunale di
Catanzaro, dove il nonno mi conduceva quasi ogni giorno, avevo mandato gi
non so quanti libri di Verne e romanzi d'avventure e libri di viaggi, e
contemplato non so quante illustrazioni di Dor, mentre il nonno, qualche
altro professionista catanzarese e Don Pippo De Nobili sfogavano la loro rabbia
contro il regime; e a casa, sempre nella biblioteca del nonno, avevo
letto - e non sempre capito - i libri pi diversi, riviste ecc., e finanche
apprezzato il vocabolario dialettale calabrese del Rohlfs - allora inviato a
dispense in abbonamento a mio nonno, che era uno dei tre sottoscrittori
di Catanzaro, con Don Pippo De Nobili e Vittorio Butera -: un dizionario che,
con mia grande meraviglia e soddisfazione, registrava anche le parolacce,
rigorosamente assenti negli altri vocabolari. Ora, l'accesso al ginnasio e il
ritorno di mio padre in famiglia quasi coincisero: da una parte c'erano pi 
materie, e dall'altra c'era mio padre che, con prediche estenuanti, esigeva pi 
lunghi tempi di studio e meno libert (anche nel leggere). Fu cos che la
scuola cominci a diventare per me veramente una sofferenza. Non abituato alle
lunghe prediche, resto alle imposizioni che mi sembravano infondate, finii
col prendere in odio tutto. Leggevo assai di notte, e la mattina dovevo
svegliarmi manu militari, magari con qualche schizzo d'acqua in faccia. La
presenza a scuola divenne una mera finzione e cominciai a marinare le lezioni.
Il disadattamento era acuito dal costatare che, per davvero, io ero un
fallimento.
Nella contesa per il primato in classe tra Franco Critelli e Rar Chirillo, io
ondeggiavo - passivamente - tra le due crosche: Tot De Laurenzi da una
parte, Sanzi e Sorrentino dall'altra. Vedevo come riuscissero a organizzarsi
bene, e a studiare con profitto, quasi tutti; ma io non ce la facevo, e mi
rifugiavo nella lettura. Spesso mi trovavo in compagnia di questi amici: loro
studiavano per bene per l'indomani e io stavo con loro - senza nemmeno
distrarli -, e non capivo nemmeno perch stessi l.
Poi me ne tornavo a casa e, tra una lettura e l'altra, m'accorgevo di quanto
fossi disutile. A scuola, poi, erano umiliazioni frequenti, solo attenuate
dal fatto che - almeno nell'italiano scritto - non avevo rivali (solo Luciano
Consarino, settentrionale, scriveva bene e parlava meglio); ma le materie
erano troppe, troppa l'applicazione che si richiedeva, ed io non ce la facevo,
per il semplice motivo che tutto mi risultava estraneo e noiosissimo e, per
colmo di sventura, tutti mi imponevano di annoiarmi.
Perdevo tempo, magari, facendo un giornalino di classe battuto a macchina
(esemplare unico), e, nella mia pretesa di scrivere cose serie, cercavo la
collaborazione di un compagno di classe, Peppino Lombardi, figlio del custode
della palestra della Villa: era un ragazzo emaciato e pensoso, e a casa sua
parlavamo a lungo, e non mi ricordo nemmeno di che: finch - non ricordo
quanto tempo dopo - seppi che era morto: cos, tra l'indifferenza di tutti,
come era vissuto.
Anch'io, forse avrei voluto morire. Non andavo pi d'accordo con nessuno, n a
casa - dove il nonno non stava pi a lungo con me - n a scuola, dove mi
sentivo pi solo e inutile che mai.
Rimandato a ottobre, nel bel mezzo dell'estate contrassi il tifo, che mi tenne
a letto per due mesi. Che settimane stupende! Non obbligato a studiare,
cominciai a leggere tante biografie della biblioteca del nonno e di mio padre:
lo Schliemann di Ludwig, Con l'Aquila verso il Polo (il diario degli
esploratori Adre, Strindberg e Fraenkel), La Storia delle esplorazioni di
Errera; e poi vite di santi, la cronaca del processo di Norimberga, antologie
italiane dei primi del Novecento (Pagine gaie e pagine forti), e ancora i
Miserabili, le Ricordanze di Settembrini, e cos via. A ottobre feci gli esami
nella sessione degli ammalati. Fui promosso in quinta.
Ma la situazione peggior. Mi chiudevo sempre pi in me stesso. Ammiravo e
invidiavo i compagni, ma non sapevo imitarli. Che io avessi sensibilit
e - se si vuole - una cultura che andava al di l dei programmi, era una
cosa che - forse giustamente - non interessava nessuno. Io ne ero consapevole.
Ma ero altrettanto consapevole che quelle cose da imparare a scuola non
interessavano me, e forse non interessavano nessuno. Quegli autori, quel
Senofonte, quel Cicerone, quella storia romana, quei periodi ipotetici - lo
sentivo -, cos come eravamo costretti a studiarli, non avevano alcun senso,
erano solo strumenti di intimidazione per noi ragazzi.
La matematica poi!... In quei due anni del ginnasio, che furono gli anni pi 
brutti e infelici della mia vita di studente, io sentii come non mai un odio
implacabile verso la scuola e verso chi l'aveva voluta o la rendeva cos
terribilmente noiosa. Alcuni amici continuavano a volermi bene, ma tutti o
quasi, erano ben impegnati nello studio. Io ero, e mi sentivo, tenuto in
disparte e, per me, gli imminenti esami di licenza ginnasiale sembravano non
riguardarmi. Vi arrivai per forza d'inerzia. Ma, nonostante tutto - e n pecco
n peccavo di superbia o di presunzione - ero consapevole che almeno in
italiano scritto (e forse anche in italiano orale) non avrei avuto rivali.
Consolazione assurda, d'accordo, che mi faceva sentire ancora pi diverso tra
gli altri compagni. Il mio odio per la scuola - poi - arriv al massimo quando
seppi che anche il tema d'italiano non era piaciuto ai commissari. Pu darsi:
ma vorrei proprio capire che cosa potesse dire, di autentico e di profondo, un
povero giovane quindicenne obbligato a commentare il passo dantesco Seggendo
in piume / in fama non si vien, n sotto coltre.
Comunque sia, non furono sufficienti n il famigerato Pechenino (scorciatoia
per individuare i verbi irregolari greci) n la preparazione degli ultimi
giorni. Fui bocciato inesorabilmente. Unica consolazione il fatto che anche il
mio cugino pi caro, Federico Giglio, anche lui della V (ma sezione A), avesse
subito la stessa sorte.
A casa, come sempre, non so se la cosa fu presa come naturale. N prima avevo
goduto di raccomandazioni (ripeto, in famiglia il disinteresse era generale, e
gli stessi mugugni predicatori di mio padre s'erano attenuati), n dopo ci
furono troppe recriminazioni. Avevo voluto tanto bene ai miei compagni
(Critelli, Sanzi, De Laurenzi, Consarino, Sorrentino, e altri ancora); ma il
fatto che da ora in poi, finalmente, potessi non subirne il confronto, mi
faceva sentire libero come una rondine. E forse anche felice, finalmente, dopo
un incubo di due anni: quell'estate, senza pi curarmi della scuola, lessi
romanzi di gran mole, Resurrezione, Guerra e Pace, altri di Hugo, Dumas e
finanche libri di cultura calabrese, storie di patrioti e di briganti, e
addirittura un'edizioncina Sonzogno dei Pensieri di Leopardi, senza alcuna
nota: di quella prosa non capii molto, ma ci sentivo dentro un'anima in pena,
e se finora quel grande mi aveva dato l'immagine di un pessimista di maniera,
buono per affliggere gli studenti delle medie e del ginnasio con i tristi
finali del Sabato o della Quiete o del Passero ora capivo che Leopardi era
stato non solo un poeta ma anche un uomo, un sofferente come tanti. Fu il
primo grande amore letterario della mia vita; e, come tutti i primi amori,
dolcissimo e indistinto. Intanto, per, ero felice d'aver superato quei due
tristissimi anni del ginnasio; ancor oggi non posso non ricordarli come bui,
tetri, infelicissimi. Adesso ne ero fuori. Ma io non ero lo stesso? Che cosa
m'apprestava il futuro?
E invece fui fortunato, il professore di lettere del mio secondo V ginnasio
fu Silverio Marasco. Fu, per me, il professore che veramente mi ci voleva.
Verso nessuno al mondo ho i doveri di gratitudine come verso questo che
considero veramente il mio primo e pi affettuoso maestro. Credo di non
averglielo mai detto, anche se verso di lui ho sempre attestato filiale
venerazione. Marasco era un giovane professore dal carattere sanguigno,
ribelle, forse anche disordinato, ma avvincente. Veniva dall'universit di
Firenze e nelle sue lezioni tutto si mescolava: memorie personali (la sua
militanza al Frontespizio), rovelli interiori, divagazioni letterarie
d'ogni sorta (il greco, il latino, l'ebraico), aggressive imposizioni di
terminologie tedesche, qualche accenno os, pugni sulla cattedra,
ma - soprattutto una carica umana intensissima,
un desiderio passionalissimo di coinvolgere in un'avventura non solo
scolastica, ma culturale e civile, tutti i suoi alunni (o -meglio - il suo
pubblico, il suo uditorio). Ci parlava della sua tesi sulle lettere di
Cicerone a Quinto, rivendicava la dignit del libero pensiero contro i
sacrestani d'ogni tempo, ci additava la morale assoluta e citava Kant, le sue
opere e i loro titoli in tedesco. Ovidio o Cicerone o Parini o Manzoni
diventavano personaggi vivi. La classe oscillava tra un silenzio
attentissimo e un'atmosfera di baldoria, in cui Marasco la faceva da
protagonista, con le sue risate fragorosissime, parlando e celiando di tutto e
di tutti. Questo professore, dalla cultura e dall'eloquenza torrenziale e
appassionata (e forse guardato con qualche sospetto dai molti tartufi
circolanti), era la negazione vivente del docente tradizionale: rigoroso nella
presenza e nell'adempimento dei doveri, era per ribelle alle formalit
stupide. Soprattutto voleva bene a tutti noi, e a ciascuno di noi.
Consentiva che dessimo libero sfogo alla nostra fantasia, al bisogno di
libert, alla nostra esuberanza. Le interrogazioni erano assai rare, e da tutti
vissute come una sorpresa e mai prese sul serio. In compenso, il nostro
professore spiegava e spiegava e spiegava, dialogava, s'entusiasmava, si
esaltava: finalmente, grazie a lui, capivo che la cultura e gli studi non
necessariamente dovevano essere tristi e uggiosi e inutili, e, anzi, la
cultura stessa (che lui inseriva in ogni discorso, ricavandola dai settori pi 
peregrini) diventava una forma di vita intensa, appassionata. E io non fui pi 
lo stesso. Quella mia stessa diversit consapevole, che era stato il mio
cruccio dolorante, ma anche l'origine di una sorta di aristocratico distacco
dagli altri, raggiunse un equilibrio e una serenit che non avrei mai sperato
e volli pi bene a tutti, a me agli altri, quasi riconciliato con la vita.
Con Marasco, finalmente, aver letto e pensato in proprio non era un delitto ma,
al contrario, un titolo di benemerenza: egli riusciva a cavare da ognuno tutto
il buono che c'era dentro, e a valorizzarlo.
Tutti, in classe, ci sentivamo uguali davanti a lui: nessuno era umiliato,
nessuno esaltato; non c'erano n primi n ultimi della classe.
 strano che, allora, a quindici-sedici anni, nascesse la mia prima opera?
Scrissi - su un quadernino a righe - un Trattato di stangologia un'opera (si
fa per dire) in cui una pornografia innocente e manierata veniva ridotta a
trattazione pseudoscientifica, con un registro tutto ironico giocato sulle
reminescenze letterarie a cui l'insegnamento di Marasco dava continua occasione
e in cui trovavano posto anche satire su compagni, professori, bidelli. ecc.:
questa fusione di elementi culturali e di utilizzazione umoristica era -in
definitiva - sintomo dell'accettazione di quella cultura come un referente
vitale. Negl'intervalli leggevo ai miei compagni, uno per volta, a mano a
mano che li scrivevo, i capitoli del Trattato e tutti a ridere, mentre Marasco
fingeva di non sentire. Non so dove quell'incunabolo sia andato a finire. Il
bello, poi, era che la cordialit del rapporto col maestro durava anche fuori
dalla scuola: nelle strade lo prendevamo in mezzo, di mattina o di sera, e via
con entusiasmi, spiegazioni, risate, in un'atmosfera degna della pi vera
tradizione dei clerici vagantes (che non piaceva a tutti i genitori). Ricordo
come tifavamo per lui allorch - tra lo scandalo dei benpensanti - Marasco os
sfidare, in pubblico dibattito, dei frati che erano venuti a tenere una serie
di conferenze alla sala della Provincia: una sera, quando, sull'onda della
polemica, Marasco apostrof il malcapitato contraddittore, scaricandogli
un'accusa, ai nostri occhi tremenda: Lei confonde trascendente con
trascendentale!, noi applaudimmo con vivacit, bench - naturalmente non ne
capissimo niente. E quando il nostro professore scagliava sull'uditorio interi
titoli e frasi in tedesco, noi ci guardavamo intorno soddisfatti.
Arrivai agli esami di licenza ginnasiale senza molti traumi e li superai con
difficolt normali (un paio di materie a ottobre). Ricordo che allora ebbi,
per la prima volta, la sensazione dell'estremo rigore di un altro docente,
severissimo, Giovanni Mastroianni, mio esaminatore. Mi chiese, in storia, di
parlare delle origini del cristianesimo. Esordii: La prima testimonianza
iconografica del Cristianesimo rappresenta un uomo davanti a un asino e, sotto,
la scritta Anassamene adora il suo Dio (lo avevo letto sull'enciclopedia
del Melzi). Mi interruppe e mi chiese, con sguardo inquisitore: Che significa
'iconografico?'. Io risposi bene e con propriet. E lui Bravo. E ricordati
di non dire mai parole di cui non conosci il significato. Fu quello l'unico
rapporto studente-professore tra me e Mastroianni: poi, nei decenni
successivi, io ho mantenuto una stima immensa per questo docente, cos
tremendamente serio e impegnato, incapace di approssimazione, mirante a
isolarsi e a rinchiudersi, e tuttavia cos bisognoso di affetto e di
espansione. Spesso mi ha rimproverato (rammaricandosene?) di non essere stato
suo alunno: e in quell'accusa puoi leggere la stima e l'affetto per l'altro, e
anche (certamente) la grande coscienza di s.
Cos arrivai al primo liceo finalmente pacificato. La mia attivit di
scrittore non si arrese davanti alla perdita della prima stesura del
trattato, e ne avviai subito, fin dai primi giorni, negli intervalli delle
lezioni, una seconda edizione, dedicandola proprio a Marasco: naturalmente,
questa seconda edizione non aveva niente a che fare con la prima, trattandosi
di scombinate (ma simpatiche) scorribande rapsodiche su tutto lo scibile umano,
trasfigurato e ridicolizzato more pornografico e sintetizzato in una
quarantina di pagine. Ma Mauro Nicotra - il docente di filosofia del primo
liceo - mi colse sul fatto e mi sequestr il manoscritto, con quel suo
atteggiamento tipico, tra il serio e il sornione, che per due anni riusc ad
avvincermi e a tenermi buono, almeno nella sua ora. (Mi avrebbe restituito,
trent'anni dopo, nel corso di una mia conferenza a Catanzaro, quel vecchio
caro quaderno). Trascorsi il triennio del liceo senza traumi, e non perch
fossi diventato di migliore preparazione, ma perch sempre pi percepivo con
distacco il mio stesso curricolo scolastico. Dir di pi , anzi. In quegli
anni, favorito dalla franchezza assicuratami dall'esperienza con Marasco,
attuai una sorta di mutazione profonda, riuscendo a farmi pienamente accettare
dal gruppo dei miei compagni di classe, in posizione se non di leader, certo
non subalterno n a individualit n a gruppi. Sia chiaro: bench continuassi
ad andare molto bene in italiano scritto, nelle altre materie non brillavo, e
una buona met dei compagni di classe - e forse anche di pi - si preparava e
rendeva meglio di me. Io, per, mi ero riservato un angolino di supremazia,
alimentando, negli altri verso di me, pi o meno consapevolmente, una sorta di
mito di genio e sregolatezza, in virtdi una mia sistematica e
incorreggibile indisciplina in classe: accorgimento - forse una spontanea
forma d'autodifesa - che, allora e per sempre, mi salv dai complessi
di un tempo. Non  che fossi considerato, dai professori o dai compagni di
classe, un maleducato o uno scortese, e meno che mai un arrogante o un
saccente. (Ho sempre ascoltato con noia avvilita le barzellette e con
imbarazzo - addirittura - quelle volgari o blasfeme; e ho avvertito sempre
fastidio per i primi della classe).
Era dunque, esattamente l'inverso. Solo che io non potevo rinunciare al bisogno
di attirare l'attenzione su di me (e in questo, credo, confluivano le
frustrazioni della sofferta solitudine e della mia debellata malinconia).
Ottenevo questo effetto col classico espediente del motto di spirito, giocato
nel momento pi opportuno: vizio o debolezza, o forma di civetteria, che mi
son portato dietro negli anni - e che n dismetto n mi sforzo di
dismettere -, ma del quale tuttavia sono prigioniero impenitente: e non di rado
in una posizione di debolezza allorch, intenzionato ad affrontare una
questione in modo serio, con gente che mi conosca solo nella dimensione
ludica del Witz, improvvisamente devo o fingere una durezza che non
ho o correre l'alea di apparire eccessivamente incostante. E ad accorgersi del
mio pi vero essere, forse fu, probabilmente tra i primi e fra i pochi, il
preside Giuseppe Fornari: questi tante volte mi aveva duramente rimproverato e
con piglio energico mi aveva sospeso dalle lezioni al tempo del mio studentato:
ma poi, qualche anno dopo, allorch tornai al "Galluppi" in veste di
professore, ai miei nuovi colleghi professori che mi conoscevano come il
classico bordellaro della sezione C, e che al mio primo ingresso nella nuova
veste sembravano volermi trattare solo come personaggio da simpatico
intrattenimento, seppe replicare, un giorno, e con una chiarezza e un
rigore di cui mi sento ancor oggi in debito, che io ero non solo quello, ma
anche ben altro, e diverso da quel che essi si immaginassero. E la cosa mi
confort e mi spron assai, e in quel solo anno di docenza sotto Fornari
(1959-60), ultimo della sua carriera, quel vecchio preside - che tante volte
m'aveva mandato a casa piangente - non fece che attestarmi fiducia e stima
assai grandi. Ma torniamo ai miei anni di studente al liceo: e chiedo scusa
per la digressione.
Nel triennio ebbi buoni o mediocri professori. Di Vito Antonio Sirago - che poi
avrei avuto collega all'universit di Salerno - ricordo la profonda cultura
(la spiegazione della questione omerica, con i sempre graditi riferimenti ai
grandi critici tedeschi, dur un trimestre!). L'incredibile rigore e
addirittura la spietatezza (ci rimand a ottobre quasi tutti; ma io mi preparai
senza lezioni private a casa mia, in compagnia di Franco Liguori, e fummo
gli unici ad aver 7 alla riparazione autunnale), e la improvvisa irascibilit
(strozzeremo l'ultimo re con le budella dell'ultimo prete!): io non ero
abituato a un docente del genere, ma la sua grande cultura mi fece accettare
di lui tutto, rinvio ad ottobre incluso. Altro docente per me importantissimo
il professor Fragomeni, anche lui di un rigore irrefrenabile e ai limiti
dell'intrattabilit: ma si pu dire che quello che so - di fisiologia umana e
di chimica organica -, gelosamente conservato nella memoria e anche ben usato
come conoscenza nella vita successiva, lo devo tutto a lui, che in tutti i suoi
alunni riusciva ad instillare una grande curiosit per tutto cio che avesse
attinenza con le scienze naturali: quell'anno - eravamo ancora al II tutti
sognavamo di diventare medici o chimici. E per il resto cos cos. Tra l'altro
mi tocc una sfortuna imprevedibile: il mio docente di lettere del
triennio era stato, ai suoi tempi, ufficiale, in subordine a mio padre quando
questi era capitano, e ora era portato a dimostrargli (forse incosciamente, e
non so se per levarsi qualche antica soddisfazione) che io riuscivo a
sopravvivere in scuola solo per merito di lui, mio docente.
Per colmo di sventura, questi miei angeli custodi il professore e pap - si
facevano la barba, un pomeriggio s e un pomeriggio no, al medesimo Salone
centrale, al corso Mazzini. Che croce! A giorni alterni mio padre veniva
sistematicamente informato: a) delle mie continue malefatte; b) del mio scarso
rendimento. Le malefatte consistevano nei miei mots d'esprit che, sapientemente
distribuiti nelle varie ore di lezione, alla fine, arrivati a un certo livello
di saturazione quantitativa, si concludevano con la trasmissione della mia
persona prelevata d'imperio dal bidello Pucci - direttamente alla presidenza,
per il di pi a praticarsi e per i provvedimenti del caso. Questi
provvedimenti dopo una lavata di testa dal preside, da me ascoltata con
sincerissima compunzione, si concretavano con la mia sospensione dalle lezioni,
a conclusione della quale - immancabilmente - mia zia Edvige veniva incaricata
di riaccompagnarmi a scuola. (Veramente - obiettavo fra me e me -, a voler
essere coerenti, era la scuola che, prima, avrebbe dovuto giustificare verso
la mia famiglia quell'assenza: ma ero dalla parte del torto, e sottilizzare
era fuor di luogo). Si faceva di tutto perch mio padre non ne sapesse
niente; ma quegl'incontri dal barbiere erano una disdetta! Meno male, per:
perch mio padre - rigoroso e predicatorio in astratto, ma rimasto sempre
incapace di farsi di me un'idea chiara, in concreto - fin con l'abituarsi a
queste lamentele e quasi non le ascoltava; e forse lo stesso docente prefer
continuare ad affliggere me senza pi interessare mio padre. Quanto al fatto
che io non andassi bene, a giudicarmi, in assoluto, devo forse essere
d'accordo, giacch io ero bravo solo in italiano scritto, anche se ero uscito,
nelle altre materie, dalla morta gora di un tempo; ma, sempre a dirla papale
papale, come in confessione, c'erano tre o quattro autentiche teste di
rapa, autentici lacch, ai quali veniva tributata ogni primazia in classe (non
credo che leggessero altri libri che non fossero quelli di scuola). Bravo per
davvero era Benito Pudia, studioso e serio, e bravissimo in matematica Pasquale
Alcaro: gli altri, i primi della classe ufficialmente intesi come tali, erano
frutto non direi tanto delle raccomandazioni ma dell'assidua attaccaticcia
presenza dei relativi genitori presso professori e istituzioni scolastiche.
Per giunta, per quanto io sentissi di valere in italiano, quel docente di
lettere ce la metteva tutta per non darmi soddisfazione di sorta (se possibile,
nemmeno allo scritto) e io mi vendicavo come potevo.
Il mio motto di spirito - che scaturiva sempre da una situazione creata
preliminarmente, istantanea e irripetibile - non era mai maligno: per me,
allora - e poi sempre, in seguito, mi pare - consisteva nell'inventare un
fatto o un riscontro o una situazione che avesse i caratteri del paradosso o
del nonsense: ma solo in quel precisissimo contesto e - altro elemento
essenziale - giocato con inesorabile seriet in viso, possibilmente in un
momento di transitorio silenzio. La faccia seria, l'uso affettuosamente
preliminare dell'appellativo (profess, signo, signor), e del
dialetto catanzarese leggermente sfumato da un tono assai familiare e dimesso,
coronavano il mio motto di spirito, che scatenava immediatamente risate
omeriche tra i miei compagni (E ho notato, e noto ancor oggi, che i bambini e
i ragazzi hanno una predisposizione particolare a cogliere la finezza del
paradosso e del nonsense: come ho notato pure, che il giocatore di paradossi
s'allegra solo delle proprie creazioni, e difficilmente s'adegua all'umorismo
comune o alle battute altrui, e in questo, anzi, fa intervenire una sorta di
riserbo geloso, che quasi lo assomiglia all'artista). Se il docente - com'era
giusto - reagiva rimproverandomi, io replicavo mantenendo una seriet di viso
ancor pi accentuata e quasi rattristata, e, fingendo meraviglia e ripetendo
con voluta ingenuit la frase, moltiplicavo l'occasione di disordine. Analogo
effetto ottenevo concludendo per mio conto le frasi del professore, con una
parola, stravagante ma paradossale, detta a mezza voce e a bruciapelo,
approfittando delle consuete pause retorico-didascaliche. (Tendenza rimastami
anch'essa connaturata, e grazie alla quale ancor oggi alleggerisco, a me e
ai colleghi, le noie dei consigli di facolt e di consimili rotture d'anima).
E questo era il mio rapporto quotidiano con la scuola.  inutile spiegare come
andasse a finire. Ma l'assurdo mi piaceva.
La mia specialit, per, erano i temi ministeriali di circostanza, da svolgere
in classe, imposti a comando, in quei tempi di feroce conformismo, a tutti gli
studenti di tutta Italia (sulla Croce Rossa, sulle Forze armate, sulla Festa di
questo o di quello). Gli elaborati non venivano valutati ai fini della
carriera scolastica, ma giudicati non so da chi, selezionati in vista di un
premio, e infine mandati non so dove. In quell'occasione, finalmente, io potevo
scrivere quello che volevo, e raccontare le cose pi assurde senza la paura di
un voto cattivo. Tutto sommato avrei potuto concorrere ai premi con fondate
speranze, ma io coglievo l'occasione per piegarla alle mie particolari
vocazioni artistiche: mi ha sempre reso felice il fascino
di una occupazione inutile, purch liberamente creata, e mi ci sono sempre
attaccato con ardore maniacale. Tanto per fare un esempio, quando ci fu
imposto lo svolgimento di un tema su un'iniziativa assistenziale denominata
Il ponte della bont, io mi lanciai sull'argomento e scrissi pagine su
pagine: nel tema sostenevo che quel ponte c'era per davvero, ed era un
manufatto costruito nei paraggi di una citt non meglio identificata, un vero
capolavoro d'ingegneria che costituiva una soluzione definitiva a
un vecchio drammatico problema, giacch - sostenevo -, prima che venisse
costruito il Ponte della Bont, tutte le persone, credendo che ci fosse,
andavano dritte per la loro strada e cadevano nel vuoto. Oppure fingevo di
fraintendere e parlavo dell'opportunit di distruggere boschi e piante per
fare la Festa agli alberi.
Il tutto in uno stile molto alto e molto serio. Frutto significativo di quei
giorni dell'ira  la poesia dialettale Laudator, mia vera prima opera a stampa,
apparsa su un ormai introvabile numero unico della III liceale A, il
Gurpignal, del 22 dicembre 1950, in cui scrissero altri miei cari amici
(Pep Sigill, Vittorio Antonini storico del "Galluppi", Mario Parisi con
una irriverentissima radiocronaca di una presunta partita di calcio, giocata
tra professori e professoresse del presente liceo, con sottintesi evidenti,
ecc.); poesia che io ripropongo pari pari al lettore, anche con gli
accenti e i segni grafici caparbiamente pretesi in quel mio primo amore con la
tipografia e con la carta stampata.
Laudator...
U bossu dcia: S, a li tempi mei
si studijava forta e ccu cchicora.
Mo mi faciti tutti i cicisbei,
ma 'e studiu 'on c' paura ca si mora.

I professori, poi, mancu li cani.
Iddi pigghiaru trenta cu lla lodi;
sapanu lu grecu sup'i mani;
parravan' 'u latinu 'n tutti i modi.

Vu' siti sulu superficjiali -
dcianu iddi - Chissu  lu progressu?
Parti 'na carrata d'animali.
V'avramu de stara semp'appressu!.

Ma i libri loru, u sai ch'eranu, caru?
'Na vrancata de babbi ccu i mustazzi,
comu chiddi de 'nu vocabolaru
chi nc'era prima 'e Mestica e Palazzi.

'Na regula cull'acqua de li rosi;
cinqu o se' dati 'e storia; 'e geografia
non janu cchipp dda de chiddi cosi
chi sapa pur 'a cambarera mia.

Nu', mbcia, 'e scienza simu 'na minera.
Sapimu certi cosi cchi non dicu;
canuscmu perfinu lu parera
d''o ziu d''o nunnu 'e Giambattistavicu.

Lamanna, Pierantoni, Lizier, Penna;
c' ma ti minti i mani a li capiddi.
Lachman, Croce, Nillson, Avicenna;
mancu ch'avram 'e cuntar 'i stiddi!

Energia nucleara, Momiglianu:
chissi, ppe nnui, sunnu d'a famigghia.
Si Orazio i noti i vida de luntanu,
u traduttora renda la parigghia.

E 'ntantu chiddi, privi de cuscienza,
ni carricnnu sacchi de lezzioni;
era megghiu, parrandu ccu decenza,
'a tribbunala de l'inquisizzioni.

Ma i professori si vendicarono, alla fine di quello stesso III liceo.
A pensarci bene, forse nemmeno avrebbero potuto, dato che io non avevo
accumulato troppe sanzioni disciplinari. Certo  che a giugno, per esplicita
deficienza nel voto di condotta, non fui ammesso agli esami di stato (Nicotra
non c'era pi per difendermi).
Con me vennero impallinati altri cari compagni e amici: mi pare Nino Ansani e
Mario Parisi, certamente Pasquale Alcaro. Mio padre finse di svenire alla
notizia. Per evitare spese, mi preparai da solo, aiutato un po', in
trigonometria, da Ubaldo Procopio, del quale dir a momenti. A ottobre, fu solo
per merito del presidente della commissione il prof, Ghersi, dell'Universit
di Messina, a me del tutto sconosciuto - che finalmente ebbi un bel 9 in
italiano. Io non ne sapevo niente, perch - come sempre - disdegnavo di
interrogarmi sugli esiti delle mie prove, sentendomene fatalisticamente
distaccato, e a comunicarmelo fu, passeggiando sul Corso Mazzini, il
professore Mastroianni, che per era estraneo alla mia commissione d'esame, e
che lo aveva saputo non so come: ricordo che mi chiam e mi diede quella
notizia, e io per la contentezza mi misi a correre per la strada come un
bambino. E cos si chiuse la mia avventura liceale. Bene, tutto sommato: e,
come sempre, da allora in poi, per merito di persona estranea a me, alla mia
famiglia e alla mia citt, incontrata lungo il mio cammino per puro purissimo
accidente.
Di quegli anni ricordo i molti amici anche non compagni di classe, rimasti
sempre cari: Giovanni Foresta, Pasquale Alcaro, Ottavio Ruffo, Bernardo
Principato, Benito Pudia, Tot Anzani, Franco Liguori, Nino Ansani, Pep
Sigill, Tot Cutruzzul, Vittorio Antonini, Mario Parisi e poi Ezio Giancotti,
Peppino Negro, Gaetano Sanzi, Franco Critelli, Tot De Laurenzi, una classe
avanti rispetto a me, per via di quella vecchia bocciatura. Per la verit,
andavo d'accordo con tutti, e addirittura mi invitavano, ogni tanto, anche a
certe festicciole da ballo, a cui io partecipavo in assoluta passivit,
goffo e invidioso perche non sapevo ballare; ma appena c'era da far baldoria o
da trasgredire, riprendevo la grinta: triste recupero d'un ragazzo che si
sentiva solo.
Ricordo che, quando marinavamo la scuola, bastava che facessimo quattro passi e
gi respiravamo la libert della campagna catanzarese, perch la citt finiva a
via Crispi e a Rione Milano, alla Porta Marina e a Pratica: arrivati alla
stazione della Calabro Lucana, o ci mettevamo addirittura a cantare nei
vagoncini in disarmo, giocando a carte sulle porte levate dai cardini e
poggiate sulle gambe, oppure, lungo le gallerie, arrivavamo a
Gagliano-stazione, a Cavor, e via e via, lungo i binari. E andando lungo i
sentieri e i viottoli verso Pontegrande, incontravamo le coppiette
degli studenti catanzaresi: lui e lei, teneramente abbracciati e finalmente
sicuri e appartati (anch'essi avevano salato la scuola), si godevano quelle
tre-quattro ore di libert invigilata: e c'era una grande complicit nella
trasgressione, perch nessuno di noi osava disturbarli. Oppure scendevamo
sotto il famigerato ponte di Siano, a vedere se, per caso, ci riuscisse di
pigliare lo spirito, cio di subire l'incarnazione di anime in pena, rimaste
laggi, povero triste avanzo di quei molti suicidi - quasi sempre giovani e
infelicissimi - che s'erano lanciati nel vuoto per raggiungere l'unica
possibile liberazione; o andavamo a giocare, con una palla di pezza, al
Bersaglio, o alla Sala, magari percorrendo la lunga e ripidissima galleria
della funicolare; e sempre giper viottoli e scorciatoie, e a correre.
E io, grassotto e tombolotto, via dietro agli altri, felice come un dio.
Ma al di sopra di tutti, un amico, in modo particolare, mi resta impresso nella
memoria: Ubaldo Procopio, tanto pi alto e serio di tutti noi e non so se -
negli anni successivi - meno fortunato di tutti noi. Era della sezione A,
sobrio e puntuale come nessun altro, e io e lui ci vedevamo solo fuori della
scuola (della quale per tacito accordo non parlavamo mai). Anche con lui
ridevamo, fino a piangere, di fronte a situazioni create da me, o leggendo
Jerome e Campanile, Guareschi o Metz. Ma Ubaldo era, soprattutto, l'amico
fraterno e l'interlocutore quotidiano dei miei momenti seri, che erano
- poi - le molte ore del pomeriggio e della sera, ogni santo giorno. A Marasco
devo la mia rinascita, a Ubaldo devo il passaggio alla dimensione politica e
storica (donde l'immediato mio trasferimento da Lettere a Filosofia, al
secondo anno d'Universit). Io avevo una grande sensibilit letteraria, e
Ubaldo mi ascoltava leggere - quasi sempre a casa sua - brani di Shakespeare,
Cechov, Lee Masters; ma poi lui mi parlava di politica, di economia, di
scienze.
Leggeva una quantit enorme di giornali, conservava una massa incredibile di
ritagli, progettavamo un'enciclopedia per i giovani della nostra et,
passavamo dal vecchio Sapere di Hoepli al Calendario del Popolo; e poi
continuavamo a parlare per strada, sul corso, nell'androne di Palazzo Fazzari,
fino a tarda sera. Ubaldo era d'una precisione maniacale (riusciva a ritirarsi,
d'estate, ogni sera un minuto prima, in modo da non trovarsi disarmato - diceva
lui - davanti alle pi corte giornate dell'imminente autunno): religiosissimo,
purissimo, sanissimo, coerentissimo.
Entr nel Partito Liberale, prima di me, ma io ne uscii un po' prima di lui:
Ubaldo mi convert al rigore e alla disciplina, io gli donai il senso della
libert e anche un po' d'intolleranza, e di sregolatezza; mi diede maturit e
seriet (lui, che era di un anno pi giovane di me), io gli diedi umanit e
sensibilit. Non ho mai visto un rapporto cos saldo e costante, e cos utile,
tra due persone cos diverse. Lo ritenevo allora - e ancora oggi lo ritengo,
dovunque si trovi - un essere superiore; da ammirare, ma anche da amare e da
comprendere, in questa societ che cos presto condanna alla solitudine chi,
per desiderio o per un gioco del destino, si trova a procedere contro
corrente.
Alla scuola non devo molto: solo un gran senso di oppressione e il ricordo
dell'imposizione inutile. (Un'esperienza che non ho mai dimenticato, e che,
quando sono stato a mia volta professore - alle scuole superiori o
all'universit -, ho cercato di ribaltare, pretendendo molto dai miei ragazzi,
ma anche dando molto, in termini di cultura, discussioni, divagazioni,
liberta, gioia, risate, allegria). Ricordo: mantenevo sempre un disprezzo
appassionato per quella scuola; e quando venne quello che per me sarebbe stato
l'ultimo giorno trascorso da studente nelle aule del "Galluppi", cio il mio
turno all'orale della maturit, osai dirlo a quel mio - gi sopra ricordato -
docente di lettere, che era rimasto membro interno. Gli dissi che tutto
quel latino e quel greco e quella letteratura e quella filosofia, per noi che
ignoravamo che cosa fosse la vita politica e come si vivesse nel mondo, e che
cosa fosse un conto corrente e come si parlasse in inglese, era tutta roba
inutile, assolutamente inutile, disastrosamente inutile; e aggiunsi che
finanche Leopardi era convinto, ai suoi tempi, che la scuola italiana fosse
crudele e non servisse a niente. Ero felice di potermi sfogare dopo tanti anni
di mortificazioni subte (pur essendomi comportato sempre da persona
sostanzialmente per bene ed educata). Ricordo come egli rimase sorpreso,
dispiaciuto, deluso: ora che, per la prima volta in tre anni, mi aveva dato
(se pure per spinta altrui) una grande soddisfazione al tema d'italiano, egli
era costretto a costatare con enorme stupore che, proprio adesso e davanti agli
altri commissari, io lo ricambiavo dando voce a un rancore antichissimo. Ora,
senza che ci fosse pi l'alibi della intemperanza e dell'indisciplina (che
m'avevano causato la non ammissione agli esami, col pericolo di farmi perdere
ancora un altro anno e di spingermi chi sa a quale gesto), io m'accorgevo
- forse per la prima volta nella mia vita scolastica - che finora ero stato
umiliato e offeso (io, pur cos buono e mite): la mia rabbia era lucida e
serena, ma incontenibile, perch non poteva essere che rabbia. E nemmeno per
un attimo pensai che in quei momenti potevo correre dei rischi, ledendo la
suscettibilit di un professore. Non ci fu polemica, non un rimprovero non
un'obiezione, in un'atmosfera - lo ricordo benissimo, campassi mill'anni -
diventata improvvisamente dura, triste, cattiva, in quella grande aula del
"Galluppi" che si apriva davanti al portone posteriore, con quel verde
sepolcrale tinteggiato alle pareti e reso pi plumbeo dalla mancanza di banchi
e dalla presenza di poche sedie e tre cattedre in fila per la commissione.
Quel professore accett tutto, come un boccone amaro. Non so se in
quegl'istanti io sentissi che gli stavo arrecando un dolore, forse anche
ingiusto, certo ormai inutile; ma era un colpo arrecato senza vilt, perch io
ero ancora l, nelle loro mani, con tutti gli esami sul groppone, con un
solo 9 a un solo scritto, che non sapevo quanto potesse pesare, tanta era
la mia inettitudine nelle strategie scolastiche.
La mia carriera liceale, dunque, si chiuse con un atto di rancore, e, per la
prima volta in vita mia, non riuscii ad essere controllato e modesto e
simpaticamente rispettoso, come sempre mi ero sforzato di essere. Forse quel
professore seppe perdonarmi, perch forse dovette comprendere, nel chiuso
della sua coscienza, quanto ingiustamente fossi stato trattato fino ad allora
e quanto male mi avesse fatto la scuola, magari contro le sue intenzioni, e
contro le intenzioni di tanti suoi colleghi, e con quali pericoli. Qualche
anno dopo, quando mi sposai, egli mi mand in regalo un servizio di tazzine.
Io ormai avevo le mie responsabilit d'uomo diventato adulto assai anzi tempo,
e mi arrabattavo con qualche lezione privata, e - almeno provvisoriamente -
avevo perduto quell'antica mia giovialit e non mi restava niente
di quell'antica rabbia. Quel dono mi commosse, mi fece pensare. Nel mio cuore
avevo gi perdonato a quel professore, e cos aveva fatto pure lui: e non a
caso sugger il mio nome per delle lezioni private alla famiglia di un suo
alunno. Andai a casa sua e lo trovai assai invecchiato: non ci vedevamo solo
da sei anni, ma tante cose erano cambiate in noi: come altri suoi colleghi,
egli era passato, ope legis, dal liceo alla media, e forse aveva sentito e
sentiva questa nuova dimensione come una sconfitta; ed io gli stavo ora
davanti, con l'imbarazzo e la timidezza di sempre, ma in atto grato per quella
sua scelta, perch avevo famiglia e avevo bisogno. Una lezione
privata era un regalo: non me lo fece pesare, e fu come se noi due ci
conoscessimo quella sera per la prima volta, lui ed io incerti sul futuro pi 
profondamente nostro e personale. Ci scambiammo poche parole, e forse un po'
di tristezza. Passati i giorni dell'ira appassionata, potevamo offrirci ormai
una reciproca piet, perch entrambi anche di questo avevamo tanto bisogno:
alla fin fine, anche lui era vittima di quella inutilissima e spesso
perniciosissima e crudelissima istituzione che era - e sotto certi aspetti
ancora resta - la scuola italiana.
So che oggi le cose vanno meglio, dappertutto, e tanto pi in quel mio vecchio
glorioso "Galluppi": il mondo  andato avanti, e tanto i giovani quanto i
loro maestri respirano un'aria meno greve e meno triste e meno povera, in cui
c' pi libert e pi gioia. Certo: quelle di quei tempi furono le poche gioie
e le molte tristezze di alcuni ragazzi, e forse di tanti ragazzi: e
anche - perch no? - di qualche professore che gi la vita, la guerra, la
famiglia e gli stenti avevano reso apatico o ignavo o cattivo, e a cui
nessuno - n colleghi n alunni - risparmiava le crudeli occasioni della
quotidiana convivenza a scuola. Fuori, nel grande mondo, la tempesta era
passata, tanto pi alta sulle nostre teste (anche se non pochi ragazzi,
compagni di quei giorni, recavano ancora nelle carni le tracce di qualche
ferita, e nell'anima la paura di un'infanzia aggredita dai tristissimi tempi
della guerra e del dopoguerra); ma, per di pi , noi giovani eravamo costretti
a subire le laceranti contraddizioni di una societ al tramonto, e a
scontrarci con adulti che, spesso, non avevano alcuna vera gioia di vivere, e
che non potevano darci n quella n altro.
Dolori piccoli, infelicit piccole, e da ragazzi, lo so: ma per noi ragazzi,
allora, erano tutto; e che meraviglia c' se qualcuno di noi cercava di
crearsi da solo una vita, e di difendersela con le unghie e con i denti?
Sono passati ormai dodici anni da quando mi sono allontanato dalla mia citt,
dove ho trascorso i primi quarant'anni della mia vita e dove ho visto crescere
(prima come professore nelle superiori e poi come direttore della Biblioteca
Comunale De Nobili) alcune generazioni di studenti. E spesso, quando torno a
Catanzaro, mi scopro a guardare con curiosit i ragazzi e le ragazze che
escono a frotte dalla scuola, da quel mio "Galluppi" di un tempo. E mi domando
tante cose. Vanno ancora a marinare la scuola, su, verso Siano e Jan e
Gagliano, a maggio e a settembre soprattutto, quando la natura  cos dolce,
e cos limpida l'aria, e gli alberi svettano ancora contro il cielo azzurro?
o a rinchiudersi in casa di qualcuno, a fare la nottata a studiare, per poi
salare l'indomani, e sempre l a giocare a rimpiattino con la scuola
e con la vita? Oppure - ed  cosa che temo - anche il gusto della
trasgressione  finito, assorbito e deviato dal tifo sportivo e
dall'imbonimento di massa? Non lo so e non ci voglio pensare. Le gioie e i
dolori di quel tempo o non esistono pi o sono pi equamente distribuiti:
e - nel bene come nel male - pare che non decenni, ma secoli siano
trascorsi da allora, da quegli anni Cinquanta, quando, nella vita
normale d'ogni giorno, c'era qualche tono crudo in pi .
A me, un giorno - ero al II liceo -, accadde di marinare la scuola, con
Giancotti, Ruffo e qualche altro compagno: andavamo pei campi di grano e di
fave, lungo la linea della Calabro, e io, ad un tratto, dimentico, mi tolsi
la giacca, perch c'erano i primi calori dell'avanzata primavera: e di sotto
la giacca comparve, goffamente indossata, una povera, triste, improvvisata
camicia bianca, fatta di chi sa quali resti di antichi indumenti, su cui
spiccavano il petto e i polsini a strisce verdine, ricavati da qualche altra
vecchia camicia in disarmo: misero patetico inganno, ormai disvelato.
Me ne vergognai come un ladro. E nemmeno per un istante pensai - io, nato e
cresciuto in una famiglia cos per bene, nella quale il dovere, l'onest e il
rispetto erano innanzi a tutto -, nemmeno per un istante pensai che il mio
povero padre, dopo una vita durissima, spesa al servizio di quella che egli si
ostinava a chiamare Patria, era adesso soltanto un ex tenente colonnello
dell'esercito, alle prese con le conseguenze dello sfoltimento degli
ufficiali di carriera, e con le relative difficolt economiche. So soltanto
che in quel momento, in quella bellissima mattinata di sole goduta tra i campi,
io mi sentii improvvisamente un nulla, un povero patetico nulla, ed ebbi un
misto di piet, di rancore e di rabbia verso di me e verso i miei; e
so che queste cose pesano, e pesano assai, sulla sensibilit d'un ragazzo.
Solo dopo, negli anni successivi, avrei riflettuto su quanti, e quanto a
lungo, in quegli stessi tristi anni, avevano gi saputo approfittare di
tutto (e continuavano tranquillamente a farlo), in mezzo alla indifferenza
della gente, ma a spese della gente, pigliandosi della vita le gioie, la
spensieratezza e il dolce far niente, e lasciando agli altri il dovere, la
sofferenza e la malitia diei (che per alcuni non sufficit mai). E ne ho tratto
una repulsione irrefrenabile e un rancore aspro verso quel mondo di inetti
felici e di mediocrit soddisfatte sulle cui fortune si regge - da tanto
tempo! - il destino del nostro paese.
Sentimento ingiusto, forse, ma nato in quegli anni l, quando grandi gioie e
grandi mortificazioni s'ottenevano con nulla, ed erano a portata di mano.
Un'amarezza rimasta irrisolta, come una persuasione profonda, e che nessuna
soddisfazione personale, nella vita e nella professione,  valsa a placare.
E non c' pi niente da fare, proprio niente: e me ne accorgo quando, nel bel
mezzo d'una festa o d'una gioia, sento imperiosa risorgere la malinconia d'un
tempo.
Quando, tornando a Catanzaro, rivedo i vecchi amici del "Galluppi", insieme
rievochiamo le gioie e le marachelle di quei giorni: le tristezze - ed erano
tante, e diverse, per non pochi di noi - le ricacciamo indietro, nel fondo
dell'anima, con abile complicit, con la stessa dignit amara con cui i
genitori tentavano di celarle a noi e noi ragazzi, disperatamcnte, cercavamo
di celarle agli amici: ora con pi , ora con meno fortuna. Dunque, quel po' di
gioia che ci prendevamo - magari contro tutti - era un diritto sacrosanto di
quell'et ancora verde. Perci, vorrei chiedere con Brecht ai ragazzi d'oggi,
ai miei figli d'oggi:
Voi che sarete emersi dai gorghi
dove fummo travolti,
pensate,
quando parlate delle nostre debolezze,
anche ai tempi bui
cui voi siete scampati.
Ma voi, quando sar venuta l'ora
che all'uomo un aiuto sia l'uomo,
pensate a noi
con indulgenza.

Antonio Scaramuzzino.
di Giuseppe e di Giuseppina Apicella
nato a Palermo il 1O ottobre 1932
iscritto per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. C
(Registro Generale dell'anno scolastico 1946/47)

Si era appena usciti dal secondo
conflitto mondiale e la citt si presentava sempre nel suo tortuoso aspetto
anche aggravato dai resti degli edifici colpiti dal cruento bombardamento del
27 agosto 1943.
Ma, nonostante le distruzioni della guerra, l'edificio Galluppi che sorge
nel cuore della citt si presentava nella sua tradizionale maestosit,
esponendo una sua nobile tradizione particolarmente nei confronti della
popolazione studentesca dell'epoca. Quando noi, usciti dalle scuole medie,
abbiamo ottenuto l'ammissione alla quarta ginnasio, sentivamo l'orgoglio di
frequentare il vecchio e storico palazzo Galluppi nel quale trovavano sede il
ginnasio ed il Liceo Classico che a tutti ricordavano i vecchi maestri
Vivaldi, Patari e Luigi Settembrini che os pensare ed operare per
l'Indipendenza d'Italia.
Entrando, la prima nostra conoscenza non poteva non essere che quella del
bidello Russo che, provenendo dal Convitto Nazionale, era diventato capo di
tutti i bidelli della scuola. Altra simpatica conoscenza  stata quella del
segretario Settimo Grillone che ricordava sempre il suo servizio militare
prestato quale ufficiale di artiglieria durante la I guerra mondiale.
N si pu dimenticare la figura del preside Giuseppe Fornari che, alla fine
di ogni trimestre, veniva a leggere le pagelle e quando le suddette
presentavano espressione di tanti 5, egli bonariamente e con autorit
commentava: questa pagella non  n carne e n pesce.
I corridoi erano ampi ma poco luminosi e vi si notavano diverse lapidi, fra
le quali quella dedicata a Nobile Accettella Preside-rettore del Galluppi di
Catanzaro. Tale ricordo marmoreo era collocato accanto a un riquadro che
riproduceva le immagini degli studenti del Galluppi che avevano sacrificato
la vita in guerra per la Patria e noi guardavamo tali ricordi come cose
superiori alla nostra condizione di alunni e di fanciulli quali eravamo.
Lasciando da parte tale aspetto descrittivo della scuola non possiamo non
ricordare la figura del prof. Ugo Giordano che, col suo rigore accompagnato
da innata bont, tanto teneva a che la nostra classe fosse migliore delle
altre.
La classe era mista e perci noi alunni avevamo le nostre preoccupazioni di
non fare brutta figura con le compagne di scuola mentre ognuno di noi poteva
sentire qualche particolare simpatia verso qualcuna delle compagne di classe
che avevano sempre l'alta protezione del prof. Giordano.
Di quel tempo ricordiamo una nostra gita, faticosamente conquistata, a
Copanello Lido durante la quale, anche se non era ancora incominciata la
stagione estiva, tutti ci siamo affrettati ad indossare un costume da bagno.
In tale occasione la nostra maggiore preoccupazione  stata quella di vedere
le nostre compagne in costume da bagno, ma il prof. Giordano, sempre con il
suo amabile rigore, ci ha saputo tener lontani da qualsiasi atto che potesse
essere suggerito dalla nostra condizione di quasi fanciulli e cos, solo a
distanza dovuta, abbiamo potuto manifestare la nostra attivit visiva verso
le diverse Franca, Silvia, Anna Maria, Antonella.
Durante la frequenza del ginnasio ogni nostro comportamento era improntato a
quasi infantilit, ma quando siamo passati al Liceo ci siamo sentiti pi 
maturi per cui i nostri contatti con il corpo insegnante dell'Istituto erano
improntati a questo senso di maggiore maturit che veniva percepita dagli
insegnanti stessi.
Chi pu dimenticare il prof. Mario Corace che noi sottoponevamo a distrazione
dalle discipline scolastiche sollecitandolo a raccontarci le sue vicende
guerresche; il prof. Mauro Nicotra il quale amava denominare pesci il
punteggio uno che poteva attribuire ad un alunno; il prof. Silverio
Marasco, il prof. Aldo Fiorito che tutti insieme si preoccupavano non solo
dell'insegnamento cui erano preposti, ma principalmente a portarci ad una
condizione di maturit dacch tutti avevamo come nostro fine l'Universit.
Al liceo la nostra fratellanza di compagni di scuola non aveva, con
dispiacere di tutti, una soluzione di continuit dacch quegli alunni che
avevano la residenza nei vari paesi (Chiaravalloti, Giorla, Gigliotti, De
Septis, Russo etc.), quando le lezioni dell'anno scolastico avevano termine,
raggiungevano i loro genitori e noi, in questa nostra Catanzaro, rimanevamo
in pochi dedicandoci durante le vacanze alla frequenza di qualche lido che
ancora aveva le caratteristiche di deficienti attrezzature balneari ed alle
passeggiate lunghissime attraverso il tortuoso Corso Mazzini che una
volta costituiva, con i suoi negozi e con i suoi caff, il salotto della citt.
Alla fine del triennio del liceo alcuni eravamo stati convocati dal prof.
Mario Corace per la formazione del programma e nello stesso tempo, altri,
mai identificati, si sono dati ad un atto di liberazione per il quale hanno
danneggiato alcuni banchi e suppellettili della scuola. Una inchiesta interna
coordinata dal preside Fornari con l'assistenza anche di mons. Pietro Fragola,
insegnante di religione, condotta con senso di comprensione verso detto atto
di indisciplina, si  conclusa con la mancata individuaziono di coloro che
avevano tanto fatto.
 stato questo l'ultimo atto di quel periodo studentesco e perci l'atto
stesso, come tutte le precedenti cose, sono passate fra il numero delle
mancanze attuate nel segno di quella giovinezza che per noi non pu tornare
pi .

Leopardi Ciriaco.
di Antonio e di Vincenzina Greto
nato a Maida il 19 gennaio 1933
iscritto per la prima volta alla quarta ginnasiale sez.E
(Registro generale dell'anno scolastico 1947/1948)

Agli inizi degli anni '50
ero uno sbarbatello emigrato a Catanzaro da qualche anno.
Tempi durissimi; venivamo da una guerra che aveva portato, soprattutto in noi
ragazzini, pi che un tipo di educazione, sofferenze fisiche inenarrabili.
La fame  una brutta bestia. Ebbene, allora si faceva la fame, ma si sperava
tanto nel cambiamento radicale di situazloni contingenti.
L'impatto, dopo il ribaltone del '46, con una nuova scuola, aveva significati
diversi a seconda della sfaccettatura del problema sul tappeto.
Ci si trovava di fronte ad una edilizia scolastica paradossale: banchi rotti,
finestre senza vetri, doppi turni, elettricit mancante, riscaldamenti neanche
a parlarne; avevamo di fronte professori che avevano acquisito questo loro tipo
di professionalit in tempo fascista. Ed in tempo fascista, pi che il bravo,
andava avanti colui che aveva la tessera.
Ricordo, a tal proposito, un episodio delle elementari: vi era un maestro che
arrivava impettito con tanto di divisa della Milizia.
La sua unica attivit era quella di pestare i tacchi degli stivaloni e
chiedere ogni giorno agli alunni: Chi ci sugnu io?, e mostrava i gradi sulla
giacca; l'alunno, timoroso, rispondeva: Tinenti, e lui di rimando: Bravu,
primossu.
E si andava avanti. I presupposti al "Galluppi" non erano quindi dei pi 
felici.
Arrivati al liceo, si incominciava a discriminare con la divisione in sezioni:
nella sezione A c'era la gente bene, cittadina; nella sezione B vi erano le
ragazze; nella sezione C i disperati e gli emigrati. Ecco, io ero uno
di questi.
Eravamo in tanti, in moltissimi nella classe; una classe compatta, di ragazzi
intelligenti, una classe che studiava poco, ma aveva gran voglia di primeggiare
sempre e nei confronti di tutti.
I nostri professori non erano gran che. Ma ci si adattava comunque.
Per il professore di greco, ad esempio, l'aoristo del verbo orao era quello
detto da Tot Ameduri, da me, da Caviano, da Tomaino, e cos dagli altri venti;
ed ognuno era diverso dall'altro: tutti giusti!
Compito in classe di latino: Michele Rotella aveva scoperto la rivista dalla
quale il professore tirava fuori la traccia; naturalmente, accanto, era la
traduzione.
Ebbene; copiavamo tutti la stessa traduzione ma i voti poi erano diversi, a
seconda se si trattava di uno dei pi bravi e studiosi o di uno dei pi 
irrequieti.
La famosa II C; e chi non ricorda l'episodio del topo?
Incredibile.
Da Catanzaro Lido, ogni mattina arrivava, stracarico, un treno che, per la
salita della Sala, era stato spinto a fatica da una locomotiva esausta; in
esso era Achille Tomaino con una tagliola per topi; dentro una sventola di
quelli da fogna. Ce n'erano tanti allora.
Ad un cenno, dall'ultimo banco dove era situato, Tomaino alz la porticina ed
il topo fil via.
Ognuno di noi si mun di regolare tavoletta e gibotte da orbi a quel povero
animale; qualcuno, in posizione strategica, apr la porta ed il topo fil nel
corriodio: un caos, una confusione indescrivibile.
Trionfante il professore mise un piede sul topo ormai ridotto un cencio per le
botte ricevute e disse, rivolgendosi alla bidella: Da domani, Rosina, porta
un gatto.
Il colpo del topo poi divenne abitudinario anche se talvolta mancava la materia
prima. Riuscito con il topo, la scelta cadde su di un uccellino; anche qui la
confusione fu enorme.
Ma la scuola, il nostro liceo, non fu questo e solo questo. Allora, senza
denominazione di ragazzi del '50, cos come si fece di quelli del '68 e
quelli dell''85 in una qualificazione strumentale e quanto mai pericolosa per
l'eccessivo protagonismo cui siamo soggetti giornalmente, l'argomento principe
per lo sciopero non era la mancanza di riscaldamento od i doppi turni o altro;
c'era da risolvere il problema di Trento e di Trieste; e l eravamo tutti
d'accordo, tranne la polizia di Scelba che allora picchiava veramente forte.
Quante manganellate in testa! Quante volte il ritorno a casa era un dramma: i
vestiti strappati per la furia dei poliziotti che, ancora oggi me lo chiedo
senza riuscire a comprendere, per il solo fatto di vedere incolonnati gli
studenti in piazza, picchiavano con i loro manganelli.
C'erano anche gli agit-prop comunisti, ma non ci pensavamo neanche. I fatti
politici, se pur stuzzicanti, non ci interessavano gran che salvo
nell'associazionismo esterno alla scuola e nel quale, chi pi chi meno,
eravamo impegnati.
Il Galluppi. C'era Peppino Fornari come preside; aveva difficolt di pronuncia
e figurarsi in che modo riuscivamo a fargli il vezzo, In verit, c'era anche
qualche versaccio di troppo, all'insegna della goliardia, ma poi, tutto
sommato, gli volevamo bene. Il 19 marzo, festa di San Giuseppe, spenti i
microfoni della sezione A, noi della C, con un mazzo di fiori, gli facevamo
dei discorsi lunghissimi di augurio; ed a lui luccicavano gli occhi dalla
commozione. Avevamo solo un cruccio col nostro beneamato preside: lo scrivemmo
su un diario la cui responsabilit era affidata alle mie mani; naturalmente mi
riferisco a quel che restava del diario di classe.
Dopo circa una decina di note dei vari professori contro le nostre malefatte,
scrivemmo testualmente: La II C  indignata per i mancanti provvedimenti del
sig. Preside nei suoi confronti.
Un atto di sfida che veniva capito e perdonato; come tutte le nostre cose.
Interrogatorio del povero Michele Rotella: era uno di quelli che sgobbava e
molto; ci mettevamo davanti in due o tre, e, mentre Michele rispondeva
puntualmente alle domande del professore, noi scuotevamo la testa in segno di
diniego: Vai a posto, Rotella, - sbottava improvvisamente il professore -
non hai studiato affatto! ed era vero il contrario.
In classe qualche volta veniva fuori l'argomento politica; ed il professore di
rimando: La politica fuori la porta!.
Ora di filosofia: Rosario Caviano, oggi avvocato, non voleva essere
interrogato e, per evitarlo, o meglio per evitare il puntino nero della
professoressa Varano, si nascondeva sotto il banco su cui erano accatastati i
cappotti di tutti.
Caviano, vieni - gridava la professoressa che non ci vedeva gran che; e
mentre qualcuno mormorava che il Caviano era assente, qualche altro - pure io
mi ci metto - con dei calcioni ben assestati scopriva il segreto. Ed anche
Caviano non poteva sfuggire al puntino nero.
Che lotta quel giorno nell'intervallo: Ciccio Sacco, oggi professore, e
Giovanni Maccarone, un prodotto del vibonese e precisamente di Calimera, nome
greco ben augurale, oggi avvocato, facevano la lotta e tutti noi intorno a
parteggiare chi per l'uno chi per l'altro. Arriva il professore e partecipa a
quella battaglia; naturalmente mena pure lui senza ritegno. E poi tutto fin
l.
La mattina eravamo la disperazione del capo-bidello Russo; aveva il compito di
aprire il portone; si entrava dall'ingresso sul cortile perch dal portone
principale vi era l'ingresso di altre scolaresche: elementari, medie,
ginnasio etc.
Ebbene, bastava un Fesso il primo... e la nostra classe rimaneva fuori anche
dopo l'ingresso di tutti. Poi qualcuno rompeva questa solidariet e via a
valanga con l'appellativo che, come un testimone, passava dal primo
all'ultimo; non eravamo contenti: fesso il primo s, ma anche l'ultimo.
Studiare? Be', s. In questa baraonda si riusciva anche a studiare come si
poteva. Lo facevamo in collaborazione; vi era il bravo Tot Ameduri, ad
esempio, e c'eravamo gli altri... Molta intelligenza e poca disposizione allo
studio; bastavano poi quei due o tre mesi finali ed il risultato era positivo.
I ricordi si accavallano; anche le nostalgie. E chi non ne ha!?
Per le difficolt dei professori in un periodo in cui bisognava rieducarli ad
un insegnamento corretto e democratico, l'ansia di libert e di conoscenza
degli alunni, cose quest'ultime di gran lunga pi veloci delle esigenze dei
primi, la necessit di partecipazione ai problemi politici del momento, la
volont di sfuggire alla logica tremenda del sacrificio per ribaltare in
un'unica componente arretratezze sociali e culturali da una parte ed
economiche dall'altra, furono le vere realt del Galluppi.
Ecco perch da quella scuola venne fuori la classe dirigente che fece l'Italia
del futuro; quella del boom economico i pi precoci, quella di transizione
negli anni '70, l'attuale.
I paragoni non possono far testo perche i momenti e le storie sono diversi. Ma
la nostra felicit  che noi, ragazzi del '50, abbiamo fatto una rivoluzione:
in silenzio e senza protagonismo di sorta; a poco prezzo, naturalmente, perch
le rivoluzioni si fanno con poco.
Siamo diventati adulti con le nostre responsabilit, grosse per aver operato
in quel modo, e ci siamo trovati dinanzi ai ragazzi del '68: un compromesso
tra rivoluzione e riforma. Ma anche l vi  un punto di riferimento ben
preciso nella storia della seconda met del secolo. Ora ci troviamo con i
ragazzi dell''85 ad un processo di riforma esclusivamente tale, che comporta
perci stesso una enorme spesa. Ma questo processo  necessario perch si va
verso il duemila con una tecnologia ed una mentalit diverse: l'era del
computer, quella dei servizi,  un'era pi di consumo che di piattaforma
produttiva. La nostra felicit  che il consumo di oggi  nato dal
sacrificio, dalla scuola, dalla rivoluzione, dal Galluppi del 1950.
Questa  una nota di merito che abbiamo effettivamente conquistato.
Io insieme ad Ameduri, Caviano, Gallelli, e via via Maccarone, Rotella, e gi
fino a Tomaino, Turco.
Gente che vale.

Pasquale Alcaro.
di Antonio e di Rosa Ardito
nato a Napoli il 6 maggio 1933
iscritto per la prima volta alla prima liceale sez. E
(Registro generale dell'anno scolastico 1948/1949)

....i muri, i compagni
La mia teoria la conoscete tutti, tanto che la enuncio solo per i pochi
forestieri di passaggio.
Sono arrivato al Liceo Classico crudo, proprio crudo. Vi ho trovato il preside,
pardon, il Signor Capo di Istituto, leggermente rimbambito oltre che
professore di matematica.
I professori, tolte due o tre eccezioni: ignoranti, vagabondi o disonesti o
tutte e tre le cose assieme. Io studiare non studiavo e sono uscito maturo,
credetemi sulla parola.
Saranno stati i muri del vecchio Liceo a maturarmi o i compagni di scuola.
Questa la teoria e, popperianamente, tanto pi scientifica quanto pi 
falsificabile.
Andiamo a dimostrar:
Che sia arrivato crudo non c' dubbio, tutti possono testimoniare. Perch
possiate giudicare anche voi forestieri: arrivato al primo liceo classico non
avevo mai sentito pronunciare il sostantivo Shakespeare e tanto meno
l'aggettivo shakespeariano.
Arrivo al vecchio "Galluppi", di fronte al "Guglielmo"; in effetti muri
spessi, sostanziosi; interni in penombra diffusa, claustrale, procurata da
alte, sbarrate persiane di settembriniana austerit.
Dentro un vociare ed un caos di conseguenza, cio da case chiuse, I E, 27,
tutti maschi. Anni fine '40.
Il professore di greco si faceva correggere i compiti da un suo collega pi 
bravo: farlo di persona non era cosa sua, e spesse volte mostrava imbarazzo a
dover rendere conto dei segni rossi e blu.
Gli citavamo (iniziammo noi, giovanotti di ora che credete di essere originali)
il Sorhensen, ala sinistra dell'Atalanta o il Pallaoro, equivalente di destra
della locale squadra di calcio, tra la bibliografia sui classici greci, con il
suo compiaciuto, anche se leggermente critico, assenso.
Il professore di scienze del secondo anno era molto bravo e lavorava sodo; con
la sua chimica organica ho campato di rendita all'universit, ma apparteneva
alla...terza categoria. Per essere promossi bisognava andare a lezioni private
da un suo collega giovane, distinto e sfatigato, del reggino pure lui. Privata
per modo di dire: 10-12 ragazzi per volta. La lezione era simbolica: 20-30
minuti di chiacchiericcio; il pedaggio alla fine del mese no.
La professoressa di storia e filosofia era buona con noi, ci voleva troppo
bene; ragazzacci s, ma tutti maschi, ricordate?
E noi ricambiavamo l'affetto intonandole un coretto di una sola parola che
descriveva sue supposte virtamatorie, non strettamente finalizzate alla
prosecuzione della specie (non era bolognese), il gioved all'ultima ora
quando, ordinati, ci accompagnava all'uscita. Un coretto ben intonato e ben
scandito. E riusc bene il coretto pure all'uscita dalla chiesa, quella di
Montecorvino, il giorno del suo matrimonio. Le stava bene il velo bianco; lei
era tutta commossa.
Il Signor Capo di Istituto veniva ogni tanto a sostituire qualche professore
mancante; chiedeva un volontario alla lavagna ed i compagni spingevano me. Mi
irritava la sua ostinazione a non volersi capacitare, a non voler ammettere
che la mia dimostrazione del teorema era pi semplice, con meno passaggi e pi 
lineare della sua; tanto che alla fine, stizzito, mi costringeva a sgridarlo:
o c..., non dire di no!.
Io non studiavo per niente, ve l'ho detto, ma chi inferse il colpo di grazia
alla mia residua ed esigua voglia di studiare fu un figurativi. Vi racconto:
II liceo; II trimestre. Professore di latino era uno di tutte e tre le cose
assieme, pace all'anima sua.
Alcaro, preparati che prossimamente ti interrogo.
Ed io, per amore di mio padre, studiai sodo per due settimane. Mi interroga,
un'ora intera, su tutto il programma fatto; vado bene, rispondo su tutto, a
puntino.
Pap, se vuoi andare a chiedere... Maresci, iu propriu bonu, non me
l'aspettavo da lui, sapia tuttu... FIGURATIVI che gli ho messo 5 meno meno.
Quel figurativi, che ancor mi brucia, fu il mio alibi e la mia salvezza. Da
quel giorno alla villa, quasi sempre!
Ma torniamo alla teoria, questo da me vi attendete.
27, I E, appena formata. Di questi, 17 provenivamo dall'Istituto Salesiano;
due o tre da altri ginnasi, di Santa Severina forse, o comunque presilani;
gli altri, ripetenti, da altre sezioni. La selezione non era naturale
ma predeterminata come nella genetica moderna.
Io ero abituato cos: V ginnasio, professore di lettere Don B.., voce nasale:
Scrivete: il capitolo 4 dei "Promessi Sposi", per quanto riguarda i
contenuti si divide in unoromano, dueromano, treromano; unoromano si pu a sua
volta suddividere - devo andare pi piano? - in agrande, bigrande, cigrande...
Agrande si divide in alfa, beta, gamma, delta...
Ed all'interrogazione, il giorno dopo: Tu, dimmi cosa narra il Manzoni in
treromano-agrande-delta. Una vera battaglia navale letteraria.
Cos ci trovo, al "Galluppi" il professore di filosofia al suo entrare in
classe, ma forse non se ne rese subito conto. Ieratico e paglierino tornava da
anni di fronte, e si vedeva.
Le ore erano di 50 minuti, a scuola di pomeriggio a trimestri alterni. Spiega
per le prime cinque lezioni, noi tutti zitti non perdevamo una parola; al 6
giorno interrog.
Chiam il primo, si rese conto alla seconda, terza domanda che non aveva
capito niente. Lo rimand al posto ed, aiutandosi col registro: sotto un altro:
Nisba!
Al terzo abbass un poco il tiro, non solo domande ma avvii, incoraggiamenti,
mettere sulla strada, ma anche cos niente; diventando ancor pi 
comprensivo... fine a se stesso, figlio mio, che vuol dire? Lo sai bene....
Lui non lo sapeva per quanto i tempi di attesa e la pazienza del professore si
fossero allungati. Dillo tu, interrogando dal posto quello del primo banco,
e poi un altro, ed un altro ancora.
L'avrete capito, nessuno di noi, su 27, sapeva che cosa volesse significare la
frase fine a se stesso.
Il professore si fece serio, non divent pi pallido perch non poteva. E,
dopo un po' di riflessione, Basta, chiuse il libro, non si fa pi scuola,
non far pi lezioni... Che romanzi avete in casa?.
Io scelsi, ricordo, Storia di San Michele di Axel Munthe, ma poi ripiegai,
non so perch, su Due prigionieri di Zilahy: era un po' pi eccitante.
Fra una settimana ne riparleremo in classe... Venerd sera alle 6 tutti
davanti al Politeama-Italia a vedere insieme "Ladri di biciclette" ... Domani
tu porta il "Corriere della Sera", lo leggeremo in classe...
Mantenne la parola, non fece pi scuola. In pochi mesi ni rivotau!
...i muri, i compagni.
...Poi all'ospedale, molti anni dopo, trovai il professore Spadea, ma questa 
un'altra storia, ve la racconter un'altra volta o forse ve l'ho gi
raccontata.
Salve.

Vittorio Antonini.
di Luigi e di Laura Peronaci
nato a Catanzaro il 31 maggio 1933
iscritto per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. A
(Registro generale dell'anno scolastico 1947/1948)

Sono Vittorio Antonini,
ex allievo del liceo ginnasio "Galluppi" di Catanzaro.
Il cortese invito, rivoltomi dal preside Ezio Galiano, di collaborare alla
stesura di un libro, destinato a raccogliere i ricordi di ex alunni di quella
scuola che fu la nostra, mi ha lasciato in un primo momento perplesso e
scettico sulle mie possibilit di rievocare, fra i tanti, piccoli, quotidiani
e banali fatti rimasti nella mia memoria, episodi degni di interessare
veramente nel contesto del tipo di pubblicazione che si vuole, con pregevoli
intenti, preparare. Poi il riferimento che il preside (il ventiquattresimo
della serie, secondo la mia ricostruzione storica, certo il primo che ha
conseguito la maturit classica nello stesso "Galluppi") ha fatto
espressamente nella sua lettera all'opportunit che il nostro liceo abbia
la sua storia saldando il passato al presente mi ha riportato alla mente un
mio modesto lavoro dei tempi in cui frequentavo la terza liceale.
In quell'epoca, per collaborare ad un giornale pubblicato periodicamente dalla
mia classe, la terza A, con nomi sempre diversi (Megafono, Aziopirical,
Gurpignal, Festivissimal 1951, Rapinantal), effettuai delle ricerche presso la
Biblioteca Comunale, allora diretta dall'indimenticabile don Pippo De Nobili,
proprio per rintracciare le origini e lo sviluppo del liceo "Galluppi".
Cos fu pubblicato a puntate sul giornale gran parte del risultato di quelle
mie ricerche, condotte certo con diligenza e buona volont, approfittando anche
di qualche suggerimento di don Pippo, ma con la scarsa esperienza della mia
condizione.
Sono riuscito a ritrovare il vecchio materiale oggetto di quel mio lavoro ed 
questo che invio al preside Galiano il quale, se vorr, lo potr pubblicare
eventualmente a conclusione dei pochi ricordi personali che accludo.
La mia sommaria, ed inevitabilmente lacunosa, storia del "Galluppi" si ferma
al 1937, anno in cui assunse la presidenza del liceo il professore Giuseppe
Fornari che fu il mio preside dall'ottobre 1946 al luglio 1951, il preside
Peppino Fornari che ancora spesso ci viene simpaticamente ricordato dalle
perfette imitazioni che del suo singolare modo di parlare fa un noto e
brillante personaggio catanzarese, Pino Chiaravalloti, mio carissimo collega
ed amico.
Dei miei professori, che ricordo con affetto ma che non nomino perch furono
molti e correrei il rischio di dimenticarne qualcuno, non posso assolutamente
non menzionare, tuttavia, il professore Giovanni Mastroianni, col quale sono
rimasto sempre in contatto, anche se la sua docenza universitaria, negli ultimi
tempi, ce lo ha sottratto alquanto. Tutti noi, suoi allievi, siamo debitori
della nostra formazione culturale di base a lui che, in un periodo in cui
l'insegnamento era ancora astratto, autoritario e cattedratico, aveva
anticipato di decenni i tempi nuovi scendendo dalla cattedra, abbandonando le
strettoie dei libri di testo ed insegnando filosofia col dialogo e con il
costante riferimento al concetto che gli uomini vanno inquadrati e capiti nei
tempi in cui vivono. (Mi capit pi tardi, all'universit, quando sostenni con
successo l'esame di filosofia del diritto, di sentirmi chiedere dal professore
a mo' di congratulazione chi fosse stato al liceo il mio insegnante di
filosofia).
Con il professore Mastroianni ci abituammo ad integrare lo studio dottrinario
con l'osservazione della realt che ci circonda.
A lui  anche legato un simpatico episodio erotico-sportivo che allora, per la
verit, fu tragicomico e che, forse, vale la pena di ricordare. In uno di quei
famosi nostri giornali, un mio compagno, Mario Parisi, che attualmente esercita
la professione di ingegnere in Bari, fece la descrizione di una partita di
calcio tra docenti di ambo i sessi, assegnando a ciascuno il ruolo a lui o a
lei pi confacente, secondo il suo insindacabile giudizio tecnico. Al
professore Mastroianni diede il ruolo di centravanti e alla professoressa di
filosofia di un altro corso, Emilia Pignato, quello di portiere avversario. Il
resoconto dell'incontro culminava con una brillante azione d'attacco di
Mastroianni il quale, abilmente, riusciva a segnare una rete facendo
passare la palla fra le gambe della Pignato.
Orbene, quest'ultima frase, allora maliziosa ma che oggi, dopo La Zanzara,
farebbe appena sorridere, fu intesa, nell'anno di grazia 1951, dall'Autorit
Scolastica costituita come un attentato all'onorabilit della docente violata
da quell'incauto passaggio di palla e come un brutale richiamo alla sessualit.
Il fatto fu considerato particolarmente grave, anche perch la professoressa
Pignato era figlia del provveditore agli studi del tempo ed il professore
Mastroianni, notoriamente comunista, era ritenuto, all'epoca, un uomo
di... punta.
Certo  che Mario Parisi, per effetto di quella sua pubblicazione, fu sospeso
dalla sessione estiva degli esami di maturit e dovette sostenerli, su tutte
le materie, nella sessione autunnale.
Prima di chiudere, mi corre l'obbligo di ricordare che il "Galluppi" fu anche
il luogo in cui mi innamorai di mia moglie, Liliana Maraziti, mia compagna di
classe nel secondo e terzo liceo.
Dopo la maturit classica le nostre strade parvero dividersi definitivamente
per la diversit delle rispettive facolt universitarie e pi tardi perch,
mentre ella insegnava matematica a Catanzaro, io facevo il magistrato altrove.
Senonche, trascorsi quattordici anni dalla maturit, ci rincontrammo e, in
pochi mesi, saldando il passato al presente - come dice nel suo invito il
preside Galiano -, convolammo a giuste nozze.
Ora, in occasione di qualcuno di quegli inevitabili banali litigi nel corso di
una serena vita matrimoniale ormai protratta oltre quattro lustri, ci capita
talvolta di chiederci scherzosamente se, in fondo in fondo, l'aver frequentato
il liceo "Galluppi" non sia stato per noi... un danno.
I giovani studenti di oggi ne traggano insegnamento perch dal "Galluppi" si
pu arrivare... anche all'altare!
DA MEGAFONO AZIOPIRICAL GURPIGNAL FESTIVISSIMAL 1951 RAPINANTAL
IL COLLEGIO DEI GESUITI
La fondazione di quello che sar il liceo classico di Catanzaro risale al
sedicesimo secolo, quando i padri Gesuiti svolgono la loro opera per la
soppressione delle eresie e per l'educazione della giovent. Uno di questi
padri, Niccol Alfonsi detto il Bobadilla, capita a Catanzaro e vi tiene delle
prediche in occasione della quaresima del 1553. Vi ritorna dopo cinque o sei
anni ed incontra molte simpatie per il vigore della sua oratoria e per i suoi
modi affabili. Nasce cos l'idea di fondare un collegio e di affidarne la
direzione e l'amministrazione ai Gesuiti: il che avviene il giorno 1 febbraio
1563.
Per ospitare tale collegio si costruisce un nuovo edificio sul suolo occupato
dalle case De Cumis, Malacuvo, De Nobili, Lioy che vengono, perci, abbattute;
a sovvenzionarlo si provveder con lasciti di privati e concessioni pontificie.
Le materie d'insegnamento sono: lettere italiane, latine e greche, filosofia,
teologia morale e dogmatica ed, in seguito, medicina e diritto.
Primo rettore  il padre gesuita Giuseppe Biondo.
Tra gli insegnanti di rilievo vanno ricordati: il catanzarese Decio Strivieri
(poi recatosi in Polonia e mandato, nel 1696, dal re Sigismondo come
ambasciatore a Mosca per indurre il granduca Boris ad allearsi con lui contro
Carlo Di Svezia), il napoletano padre Costanzo Bulgarelli, latinista ed
insegnante di filosofia, Desio Vincenti da Lecce, Giovanni Maria Santoro, Luca
Pinelli, professore di umane lettere, il napoletano Alfonso Caracciolo,
insegnante di letteratura latina.
Alunni da menzionare sono: De Cumis, Francesco Susanna, Luigi Marincola, Marco
Ferrari, Antonio Schipani.
IL REAL COLLEGIO
Quando i Gesuiti vengono cacciati dal regno di Napoli, sono costretti a
lasciare anche il collegio nella notte tra il 29 ed il 30 novembre 1767.
Il Collegio dei Gesuiti in Catanzaro dur, quindi, 204 anni.
Il ministro napoletano Bernardo Tanucci, nell'editto del 6 febbraio 1768 De
regimine studiorum, dichiara che i Gesuiti hanno approfittato dell'incarico
loro affidato per tornaconti personali e che si sono arricchiti con le rendite
assegnate per l'amministrazione del collegio. Dopo la cacciata dei Gesuiti,
quello che sar il nostro liceo prende il nome di Real Collegio. Vengono
nominati, come insegnanti, sei laici per le lettere e la filosofia e quattro
sacerdoti per la religione. La scelta degli insegnanti viene affidata
al preside (titolo corrispondente a quello attuale di prefetto).
Tra i professori di questo nuovo periodo vi sono: Giovanni Bianchi che insegna
matematica, Francesco Saverio Barberi, Antonio Bagnati, Tommasino Susanna,
Bernardo De Riso (chiamato poi dai catanzaresi Padre della Patria), l'abate
Jerocades che istitu a Catanzaro la prima loggia massonica ed Orazio Lupis,
scrittore, che insegn per quarantasette anni.
Insigne alunno del Real Collegio  Giuseppe Poerio barone di Belcastro,
oratore ed uomo politico, propugnatore della Repubblica partenopea, partigiano
di Napoleone e pi volte condannato per le sue idee.
Altro celebre studente di quell'epoca  Guglielmo Pepe che, com' noto,
combatt dapprima in difesa della Repubblica partenopea contro gli uomini del
cardinale Ruffo, poi al servizio di Murat, indi sotto i Borboni e nei moti del
1821 fu a capo dei rivoltosi. La nomina a generale nella rivoluzione italiana
contro gli Austriaci e l'eroica difesa di Venezia aggiungono nuova gloria a
questo ex alunno del nostro liceo.
IL REAL LICEO
Il nome di Real Collegio dura dal 1769 al 1812, quando il re di Napoli,
Gioacchino Murat, decide di chiamarlo Real Liceo.
Sotto il regno di Murat vengono istituite le prime scuole universitarie
catanzaresi. Le facolt sono: diritto, farmacia, ostetricia ed i primi quattro
anni di medicina.
Fra i primi docenti dell'istituita universit sono degni di particolare
menzione: Francesco Aracri, Giuseppe Fajelle, Raffaele Larussa. Nel Real Liceo
insegna anche, dai primi di ottobre 1835 all'otto maggio 1839, Luigi
Settembrini, l'insigne letterato e patriota che ci ha lasciato, fra l'altro,
nelle note sue Ricordanze, i ricordi del suo processo di perseguitato
politico e del quale il De Sanctis, commemorandolo in Senato, disse: sereno
nel martirio quando la Patria era schiava, quando Essa fu liberata nulla volle,
nulla chiese. Con decreto reale del 9 ottobre 1849 il liceo viene
affidato ai padri Scolopi i quali, mirando ad istillare nei giovani l'amore
per la propria terra e per la libert, tendono a considerare la scuola come
formatrice del cittadino pi che del letterato astratto.
Notevoli insegnanti di questa nuova fase sono: Giuseppe Vincenzo Ciaccio,
destinato ad affermarsi come scienziato di fama europea, e Francesco Acri per
le lettere e la filosofia.
Si hanno in quel periodo scolari che poi saranno illustri statisti come
Giovanni Nicotera (due volte ministro dell'Interno), Bernardino Grimaldi
(due volte ministro delle Finanze, poi ministro dell'Agricoltura Industria e
Commercio ed ancora ministro del Tesoro nel governo Giolitti), Bruno Chimirri
(giurista, deputato, poi senatore e ministro dell'Agricoltura Industria e
Commercio, di Grazia e Giustizia, delle Finanze); o saranno illustri filosofi
come Felice Di Tocco e Francesco Fiorentino.
IL REGIO LICEO GINNASIO PASQUALE GALLUPPI
Nel 1861, alla costituzione del Regno d'Italia segue la laicizzazione
scolastica e gli Scolopi consegnano la scuola, il 13 ottobre di quello stesso
anno, al Commissario di Governo avvocato Liborio Menichini. Si mantiene il
convitto per gli alunni interni e convitto e liceo vengono intitolati al
filosofo calabrese Pasquale Galluppi.
 la fine dell'intromissione ecclesiastica, ma anche l'inizio della crisi delle
scuole universitarie catanzarcsi, le quali erano sovvenzionate dai Borboni per
impedire che gli studenti del meridione affluissero insieme all'universit di
Napoli e provocassero disordini rivoluzionari. Gi nel settembre 1860 Giuseppe
Garibaldi, arrivato a Napoli e considerata la nostra universit come
espressione della tirannide borbonica, stabilisce che, alla morte dei
professori, essa sia abolita.
Successivamente, con un decreto del 1890, vengono soppressi tutti i corsi,
tranne quelli di farmacia, ostetricia e notariato. Un tentativo di Bruno
Chimirri, che chiede nel 1910 il ripristino della vecchia normativa, ottiene
il voto favorevole della Camera dei Deputati, ma la questione  destinata a
rimanere irrisolta negli archivi del Senato.
L'abolizione definitiva dell'universit catanzarese, ove svolse il suo
insegnamento di diritto anche il professore Antonio Iannoni (cospiratore,
processato nel 1848 e nel 1852 per attentato al governo e condannato ad otto
anni di ferri, dopo l'unit d'Italia consigliere ed assessore del comune di
Catanzaro, deputato, vicepreside della Provincia), sopravviene con la riforma
Gentile.
Il primo preside rettore del "Galluppi" dal 1861  il piemontese Antonio
Ghiglione, destinato a perire tragicamente per mano di un folle alunno dello
stesso liceo. Nel cimitero di Catanzaro gli studenti posero, a suo ricordo, un
monumento marmoreo che tuttora esiste.
Primi professori del liceo ginnasio sono: Pasquale Serravalle, Domenico
Torchia, Luigi Tamburini, Domenico Marincola, Carlo Tarantino, Mauro da Gioia,
Antonio Tarzia, Giacomo Correa, Giovanni Capparelli, Francesco Cardamone,
Carlo Marcantoni.
I presidi rettori che succedono a Ghiglione fino alla conclusione del 1800
sono:
Filippo Patella, Nicola Stranieri, Pietro De Bellis, Paolo Pavesio, Luigi
Cobau, Pietro De Zotto, Luigi Moschettini.
Nel 1900 il preside rettore  Pietro Malusa che resta appena un anno. Infatti
dal 1902 al 1906 svolge le funzioni di preside rettore Pellizzari.
Nel 1907 ricopre la suddetta carica Nobile Accettella di cui ci rimangono
alcune pubblicazioni su elementi di chimica. I dati della sua vita e i
discorsi pronunziati per la sua morte, avvenuta il 4 febbraio 1910 furono
raccolti dal professore Giovanni Patari. A Nobile Accettella  dedicata una
lapide nel nostro liceo, lapide che lo ricorda per quella figura integra e
nobile che veramente fu.
 l'ultimo preside rettore, perch dopo di lui le cariche si dividono.
Dal 1910 al 1918 troviamo il preside Pasquale Todeschini; dal 1918 al 1924
Luigi De Rosa; dal 1924 al 1931 Giovanni Tancredi; dal 1931 al 1932 dopo la
breve supplenza affidata al professore Domenico Miceli,  preside Mario
Battistrada, mutilato di guerra.
Fra i tanti illustri professori che insegnarono negli ultimi anni del 1800 e
fino al 1932  opportuno menzionare almeno coloro che pi profondamente
contribuirono alla formazione umana della maggior parte dei professionisti
catanzaresi.
Va ricordato Sante Calabria, nato il 18 gennaio 1848 e morto nel 1938.
Dopo aver insegnato dal 1866 al 1873 nel ginnasio di Scigliano e dal 1876 al
1879 latino e poi italiano e greco nel ginnasio superiore e nel liceo
dell'ateneo Galileo Galilei di Napoli, il 29 novembre 1888, in seguito a
concorso, ottiene la cattedra di latino e greco nel nostro liceo.
Come illustre professore di italiano va ricordato Vincenzo Vivaldi, incaricato
in questo liceo dal marzo al luglio 1891 e poi titolare nell'anno 1901.
Mario Corbino, nato ad Augusta il 30 aprile 1876,  nominato reggente di
fisica con decreto dell'ottobre 1896.
Alfonso Notarantonio, dopo aver insegnato lettere nel ginnasio superiore
durante il 1901, passa all'insegnamento nel ginnasio superiore. Giuseppe
Schiavello da Sorianello, insegnante durante il 1901 nel ginnasio inferiore,
diviene ordinario di ginnasio superiore nel 1906. Nei due ginnasi insegna
anche Antonio Torchia, nato il 30 marzo 1874 e morto il 6 dicembre 1950.
Non si pu omettere il nome di Giovanni Patari, anch'egli insegnante nei due
ginnasi, poeta e scrittore, particolarmente amato dai catanzaresi, collocato
a riposo il 2 novembre 1933.
Tra i professori di lettere ricordiamo ancora: Vincenzo Sando, Arangio Ruiz
trasferito nel ginnasio superiore nel 1916, Francesco Bellusci del periodo
1925/1926 e Domenico Miceli collocato a riposo l'1 ottobre 1941. Tra i docenti
di latino e greco vanno menzionati: Felice Greco, poi provveditore agli studi
di Napoli, e Giuseppe Morabito, vincitore di vari premi Amsterdam di
composizione latina.
Gli alunni che in questo periodo lasciano ricordo di s sono numerosissimi.
Simbolicamente, per brevit, basti ricordare: Giuseppe Casalinuovo, avvocato
di altissimo livello e grande cultore di lettere e poesia, egli stesso autore
di poesie raccolte ne La lampada del poeta, Corrado Alvaro che nel 1913
consegue qui la maturit classica, Ercole Scalfaro che generosamente immola la
giovane esistenza sul campo di battaglia durante la guerra 1915/1918 con
azione eroica riconosciuta degna del conferimento di medaglia d'oro.
Dal 1932 al 1934 viene nominato preside Giuseppe Morelli e nei successivi tre
anni (l934-1937) Carlo Pane.
Nel 1937 a capo del nostro liceo troviamo Giuseppe Fornari.

Antonio Anzani.
di Mario e di Nicolina Capilupi
nato a Crotone l'11 settembre 1933
iscritto per la prima volta alla quarta ginnasiale sez A
(Registro generale dell'anno scolastico 1947/1948)

Caro, vecchio "Galluppi"
 assai difficile, per i ragazzi di oggi, perfino immaginare la Catanzaro degli
anni 1946-1951, ed, in quegli anni, la centralit del Galluppi.
Una centralit che, forse, aveva anche qualche risvolto classista, almeno nel
senso che frequentare il liceo classico, allora, significava necessariamente
dover proseguire gli studi all'Universit e, viceversa, la gran parte degli
altri Istituti secondari la precludevano.
Ma, sicuramente, v'era una centralit culturale del liceo Galluppi, un tipo
di studi sui generis, mirante ad una formazione culturale generale, di fronte
agli Istituti Tecnici, al Magistrale, ai Professionali che miravano ad una
cultura specifica, per un immediato inserimento nel mondo del lavoro.
Di questa diversit di taglio avevamo coscienza, fors'anche un po' di
giovanile orgoglio; e i nostri professori ce lo evidenziavano per ottenere da
noi il massimo impegno.
Una schiera di docenti, alcuni dei quali ormai non vivono pi se non nel
ricordo di noi, ragazzi di allora, consapevoli di dover loro l'impostazione
della nostra cultura, il metodo di studio che ci ha consentito di affrontare
agevolmente studi pi severi.
Mi sembra ingeneroso citarne alcuni omettendone, per ovvie ragioni di brevit,
altri.
Ma tutti, tutti, erano docenti impegnati, colti e, in conseguenza, avevano
grande ascendente su noi giovani, su tutti i giovani, pi o meno studiosi che
fossimo.
Erano tempi nei quali le distrazioni erano pochissime e le possibilit
economiche assai modeste: il cinema e una passeggiata sul corso il sabato,
l'opera lirica sul loggione del Politeama una volta l'anno, la gita scolastica
di un giorno in Sila o a Mater Domini (allora era campagna) sui traballanti
camion del CRAL o sul trenino sbuffante della Calabro-Lucana.
Frequentavamo le due librerie di allora, Mauro e Bottega del libro,
acquistavamo i volumetti della BUR a cinquanta lire l'uno, che spesso
rappresentavano l'alternativa al cinema.
Le ragazze erano assai meno abbordabili di oggi; con le compagne di scuola il
rapporto era cameratesco e... nulla pi .
A scuola si andava in giacca e cravatta e le ragazze ermeticamente chiuse in
grembiuli neri lunghi fino al polpaccio: divise inderogabili, tanto che ed 
l'unica eccezione che faccio al mio impegno di non fare menzioni personali - la
Professoressa Giglio, di venerata memoria, apostrof un incauto ragazzo
presentatosi un giorno senza cravatta, col collo della camicia aperto:
Tu cchi ti cridi, ca s a la putica e mastru Santu (noto morzellaro)? v a
la casa e cangiati!.
Ho spesso rivisto alcuni compagni e compagne, almeno quelli che hanno
intrapreso la carriera dell'insegnamento; altri li ho persi di vista; ma li
ricordo tutti, nei banchi anteguerra delle aule severe, un po' tetre, del
vecchio Galluppi.
Ho rivisto molti dei miei docenti, taluni divenuti presidi. Mi  capitato, in
quanto Provveditore agli Studi, di pronunciare, per qualcuno, il discorso di
commiato; per qualcuno, purtroppo, l'elogio funebre.
Quanta malinconia a volte, ma quale tuffo nella giovinezza nel ricordare quegli
anni!
Anni duri, difficili, ma sereni perch ci accontentavamo del poco che avevamo
e vivevamo intensamente e gioiosamente quella dolce stagione.

Mario Iannuzzi.
di Francesco e di Ester Concolino
nato a Catanzaro il 3 gennaio 1934
iscritto per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. A
(Registro generale dell'anno scolastico 1947/1948)

Caro Ezio,
no, non posso dire che noi studenti degli anni '50 al liceo "Galluppi"
amassimo molto l'istituzione.
Del resto come si poteva amare una struttura che non ci forniva una biblioteca
appena decente o un laboratorio didattico, che riduceva molto spesso l'attivit
sportiva ad una passeggiata ai giardini pubblici, che ci si presentava quasi
sempre con provvedimenti burocratici senza incisivit?
Ma allora, da dove ricavavamo quegli stimoli ideali e culturali che ci hanno
permesso di seguire, sia pure da lontano, gli avvenimenti nazionali con
l'ansia di essere informati e di capire, con l'aspirazione a fare da adulti
qualcosa di significativo in Calabria o lontano dalla Calabria?
Penso che ci che ha contato sia stata la struttura umana dell'istituzione,
cio i professori e gli amici della stessa classe e delle altre classi, che
incontravamo anche fuori dal liceo, arricchendo di tante cose la nostra
giornata.
Col professore di storia e filosofia, Giovanni Mastroianni, i rapporti
continuavano nel pomeriggio, durante interminabili passeggiate lungo il Corso
fino all'ora di cena. Era durante queste passeggiate, di due o tre o quattro
studenti a fianco del professore, che la storia e la filosofia diventavano
cose vive, direttamente collegate agli avvenimenti del tempo.
Ed il professore di italiano, Livio Cancellieri, ci suggeriva letture di
alcuni romanzi appena editi, ci prestava il suo libro, e voleva poi conoscere
le nostre reazioni, discutendole sempre con rispetto, guardandoci con quella
sua espressione sempre imbronciata.
In questo modo la scuola ci ha offerto un terreno di rapporti interpersonali e
sociali che ha condizionato le nostre stesse scelte di vita adulta.
 questo, ad esempio, l'humus culturale che, al di l della povert delle
istituzioni, ha motivato la mia scelta di lavorare nella ricerca di fisica, a
quei tempi materia astronomicamente lontana da ogni realt locale.
Per altri la scelta  stata quella del disinteressato impegno politico e
sociale, vissuto in maniera totalizzante, in Calabria o lontano dalla Calabria.
Per tutti, gli anni del liceo furono importanti.
Per questi motivi, ancora oggi, dopo circa trenta anni, quando un giovane
studente di Catanzaro, su suggerimento di qualche vecchio amico o conoscente,
viene a chiedermi consiglio prima dell'iscrizione all'universit o durante gli
studi post-liceali, sento subito che parliamo lo stesso linguaggio, come se
tutti questi anni fossero cancellati in un istante.

Giuseppe Chiaravalloti.
di Domenico e di Caterina Chiaravalloti
nato a Satriano il 26 febbraio 1934
iscritto per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. E
(Registro generale dell'anno scolastico 1947/1948)

La sera andavamo da Colicchia (1950-1952)
Questa  la piccola cronaca di alcune insignificanti vicende accadute migliaia
di anni fa, nel piccolo liceo di una sonnacchiosa citt di provincia,
saltuariamente frequentato da improbabili figuri dal cuore gonfio di paura e
di fantasia, poi cresciuti, forse troppo in fretta, e smarritisi mano mano per
i mille impervi sentieri di una vita troppo pi grande e troppo pi complicata
di quei loro sogni di allora.
Vagamente oppressi da un contesto cittadino che sentivano inadeguato alla loro
sconfinata ansia di vivere, si ritrovavano a sera a celebrare l'orgia
innocente e sapida del morzello nella vecchia osteria di Colicchia, gonfia
anch'essa di umori, di fumo, di speranza.
Fu certamente una stagione fresca e ruggente.
I mattini erano chiari e come pervasi da una grande febbre di pensieri, di
progetti, di desideri...
L'aria era verde-azzurra e gli sguardi delle fanciulle rivelavano abissi
profondissimi ed insondabili.
A primavera, quando cominciava a farsi sentire la stanchezza dei lunghi
pomeriggi d'inverno trascorsi sui libri, giungevano dai prati e dai burroni
intorno alla citt ventate di odori, ora inebrianti ora inquietanti, e nessuno
aveva un progetto che non fosse meraviglioso.

GAETANO
- S, facciamo sciopero! facciamo sciopero perch vogliamo tornare a
Trieste - disse Gaetano, l'occhio scintillante di eroici furori, alta nel pugno
la bandiera gualcita, arrotolata sul manico di scopa.
Il Preside ci guard accigliato ed apparentemente perplesso dietro gli
autorevolissimi occhiali cerchiati d'oro.
- Ma per tornare in un posto bisogna esserci andati almeno una volta - disse,
con lapalissiana, ferrea logica - ed io a Trieste non ci sono stato mai!
Ci guardammo negli occhi smarriti, mentre Gaetano sembrava annaspare.
Eravamo preparati a sostenere la discussione sul piano ideologico e sindacale:
ad impegnarci sul buon diritto della Patria a far sventolare il tricolore sul
Castello di S. Giusto e sull'italianissima Dalmazia, sull'Istria, su
Mogadiscio ecc.
Ma questo sleale spostare la discussione sul piano grettamente lessicale ci
trovava francamente disarmati.
- Ma tornare... noi... l'Italia - balbett confusamente Gaetano perch...
Il Preside, nonostante tutto, si era reso conto dell'insperato vantaggio
dialettico:
- E voi, meschinello, credete d'essere l'Italia? Voi siete soltanto un cattivo
ragazzo che non vuole studiare. Andate in classe, subito. In classe, o comincio
col dare, proprio a voi, venti giorni di sospensione...!
Gaetano si liquefece completamente e cominci a masticare amaro: venti giorni
di sospensione da portare a casa proprio in quel momento, dopo la disastrosa
pagella del primo trimestre, rappresentavano una prospettiva inquietante ed
insopportabile.
Pens subito a fughe disperate da casa, a lunghe notti da trascorrere in
fienili disabitati sulle alture; lo folgorarono orribili visioni di collegi
tenuti da gesuiti intransigenti...
- Ragazzi, andiamo - disse tra i denti - qui non capiscono proprio niente.
Tornammo mogi tra gli altri, che aspettavano fuori rumoreggiando.
Capirono a volo che avevano scelto male i loro rappresentanti diplomatici e
presero a fischiare, non risparmiando graziosi complimenti a certe nostre
parentele, per lo pi di genere femminile.
- Beh, forse per noi, oggi,  meglio entrare - Gaetano tentava di ammorbidire
la pillola - tanto abbiamo solo quattro ore e forse non interrogano.
Ci avviammo verso il portone d'ingresso, mentre molti maturavano, rapidamente,
la decisione di una ferma intransigenza, sorretta da motivazioni strettamente
personali.
AUGUSTO
Augusto guardava, inferocito e sprezzante, deciso fermamente a non entrare.
All'angolo si profil, lenta e corposa, la figura del padre, ufficiale in
congedo. Calmo e taciturno, fiss il figlio con un suo sguardo gelido, e che a
noi parve di inaudita ferocia.
Capimmo subito che tra quei due lo sguardo faceva parte di un sistema di
comunicazioni convenzionale ed eloquente, che non aveva bisogno di parole.
Ed infatti Augusto rest muto, mentre due lacrime rabbiose gli si facevano
strada sulle gote, sbucando da dietro gli occhiali spessi da miope.
Slacci la cravatta e l'annod coscienziosamente sull'impermeabile abbottonato
fino al collo; poi, aperse l'ombrello - e malgrado il sole avesse
definitivamente debellato ogni minaccia di pioggia - lo spieg in orizzontale
davanti a s, avviandosi verso il portone.
Venimmo apprendendo, cos, che, nei momenti difficili, l'insopprimibile libert
dello spirito pu ancorarsi anche ad un ombrello incongruamente aperto o ad una
cravatta annodata in maniera impossibile.
Augusto entr cos, con l'ombrello aperto in avanti, accompagnato dal coro
tambureggiante dei compagni della terza C, che battevano sui libri e scandivano
l'urlo semplice e disperato di tutte le nostre grandi battaglie:
- Eh-Oh!... Eh-Oh!... Eh-Oh!...
Il preside controllava accigliato e severo il faticoso processo di entrata dei
ragazzi: accanto a lui: Morello, autoritario e grintoso, con l'immancabile
bavero di pelliccia; Mastroianni con l'eterna smorfia di disgusto di cui
continuavano a sfuggirci le motivazioni ed i destinatari; poi Ciccio Talarico,
ilare e chiassoso: lui, la cosa, la vedeva sotto l'aspetto sportivo:
professori-scioperanti 2-0.
Si, avevamo perso, infatti!
FEDERICO
Anche Federico si avvi, pigro e malinconico, verso l'entrata.
- Per non  giusto! - mi grid, rovesciandomi addosso strali d'invidia e
d'odio - Non e giusto!
La dottrina Federico era che poich le sezioni entravano nell'ordine, prima la
A, poi la B, poi la C, lui che era della terza A era costretto ad entrare
ogni giorno almeno quarantacinque secondi prima di ciascuno di noi della terza
C, il tutto per un totale - secondo i suoi calcoli - di circa ben
centocinquanta minuti di scuola in pi all'anno.
- E pensare - continu - che all'Istituto Agrario fanno addirittura un intero
giorno di vacanza in pi , per la festa degli alberi!
C'era qualche vuoto nei banchi - le strategie solitarie si erano sovrapposte
alle ragioni comuni - e l'appello fu abbastanza rapido.
Poi, subito, esplose il primo incidente: dagli ultimi banchi venne un cupo
tramesto, infiorato di urla gutturali, culminanti nella pittoresca bestemmia
profferita dalla voce inconfondibile di Peppino.
- Fuori...! - url la professoressa di scienze, rivolta a Peppino - Fuori...
immediatamente!
Peppino aperse rassegnato la porta ed usc nel corridoio fidando nella
contumacia del Preside per evitare la solita, tragica, sospensione.
Aveva appena richiuso la porta che Federico si alz grave e si avvi alla
cattedra:
- La mia coscienza non mi consente di tacere. Sono responsabile dell'incidente
almeno quanto il mio amico Peppino.
- Fuori... anche tu, allora - esplose esasperata la professoressa - fuori... e
subito.
Federico coperse con passo lento e lo sguardo levato in alto i pochi passi che
lo separavano dall'uscita e richiuse la porta alle sue spalle.
Dal corridoio giunse agghiaggiante l'urlo di Peppino:
- Se non avevi neppure mezza sigaretta... che sei uscito a fare? Cretino!
No, la riconoscenza non abitava al "Galluppi". Del resto  notorio: i ragazzi
dei licei non sono ingrati, sono spietati.
PEPPINO
L'approccio con le ragazze era uno dei nostri drammi quotidiani. Avessimo
almeno saputo che era un dramma anche per loro...! Ed invece no, niente:
vestite dei colori smaglianti e acerbi della giovinezza, lleno parevano
sicure ed inaccessibili: ad ogni loro rapido schiudersi di ciglia, ad ogni loro
scarto per ricacciare indietro l'onda dei capelli, corrispondeva un nostro
privato inferno, quasi senza speranza, specie per quelli di noi che venivamo
dai paesi vicini, ed eravamo, perci pi impacciati e pi sensibili al gap
sociale, pi profondi erano la suggestione ed il tormento.
All'uscita di scuola, o la sera, al pomeriggio, le nostre ragazze usavano
incedere a gruppetti di due o tre, cicalando tra loro ed ostentando assoluta
indifferenza per noi che le incrociavamo, famelici ed imbranati, come reclute
al C.A.R.
Per segreto calcolo o per concorso meccanico di cause inesplorate - usavano
raggrupparsi in formazioni omogenee: le leggiadre assieme alle leggiadre,
quelle pi scialbine con le loro simili.
Quel giorno - eravamo usciti da scuola alla terza ora ed il sole ancora caldo
del nostro dolce autunno ci pioveva addosso, sfacciato ed impietoso - quel
giorno, ce ne trovammo, pochi passi avanti, tre delle pi belle: due bionde e
una rossa, tutte e tre col passo flessuoso, gli occhi splendenti, lo sguardo
altero...
Peppino acceler il passo per raggiungerle. Le sorpass di scatto,
trascinandoci nella sua scia e, girandosi verso la pi vicina, le esplose in
viso:
- Matal, Matal! Cangiati a giarrettera ca ti cala a cazetta.
Poi, rivolto a noi, ci incit ad accelerare ancora il passo:
- Avanti mirisci!
(Sempre cos: Peppino, noi, ci chiamava tutti miriscialli e le ragazze
Matalena o Mmecolata).
Vedemmo per la prima volta, finalmente, lo smarrimento ed il panico disegnarsi
sul volto della nostra collega bionda, mentre tutte e tre abbassavano
velocemente lo sguardo a controllare la tenuta delle calze.
Peppino ci stava insegnando a vendicarci.
Incrociammo, che risaliva in senso contrario al nostro, la madre di un'altra
delle nostre compagne.
- Sign, sign - le grido Peppino - duva l'aviti a cambarera, ah?!
PASQUALE
Il professore Nicotra era entrato nervoso.
- Oia ni 'ncriscimu - disse - perci, interrogamu...!
Poi chiam alla cattedra Ciccio Moraca:
- Morachio, parlami di Laibnizio!
Pasquale si alz dall'ultimo banco sollevando la mano col ditino teso nel gesto
classico di chi chiede il permesso di uscire.
Pasquale, d'incerta origine bolognese, due o tre anni pi di noi altri, era
alto 1,92 ed aveva le braccia lunghe in proporzione. Col ditino per aria
giungeva praticamente a pochi centimetri dal soffitto.
Nicotra lo guard inferocito per l'interruzione e perch osava chiedere di
uscire.
La dottrina Nicotra, a proposito del soggiorno dei ragazzi in classe, era che
ciascuno, prima di venire a scuola, doveva coscienziosamente provvedere ad
esaurire tutti i suoi bisogni attuali e prevedibili per un futuro di almeno
quattro o cinque ore, in maniera da non dare fastidio durante la lezione con
postulazioni di sorta.
Questa dottrina era stata da lui addirittura codificata in una strofetta a
rima baciata non scevra di piacevolezze goliardiche.
Alla muta richiesta di Pasquale il professore scatt subito con l'attacco
della strofe: ma Pasquale lo blocc con il suo largo sorriso di uomo maturo e
disincantato:
- Professore, non  per la pip... e per via di quella mezza sigaretta,
capisce?
Per la prima volta, dunque, qualcuno ammetteva a voce alta, che a gabinetto
si andava, vivaddio, per fumare e non per debolezze renali o enterite cronica.
Passando un colpo di spugna su una consolidata tradizione di ipocrisia di
rapporti, Pasquale parlava finalmcnte da uomo. Restammo costernati; ma rest
preso in contropiede pure il professore.
- Non pi di cinque minuti - sibil a denti stretti, e poi, rivolto al povero
Moraca - Allora Morachio, sto Laibnizio? dui su i cosi: o ollu sai o ollu voi
dire... a posto. Due in filosofia!
Un cruccio feroce di Pasquale era rappresentato dall'alfabeto greco (Questi
geroglifici sono una canagliata! soleva dire l'amico - la traduzione qualche
secchione che te la passi lo trovi, ma i geroglifici come fai a copiarli? Va a
finire che per l'esame di maturit dovr almeno imparare l'alfabeto...).
Oltre che dell'ignoranza completa del greco e del vizio del fumo Pasquale era
titolare anche di due graziose sorelle, mica-male, il cui fascino aveva subito
steso Gaetano (non si era capito - e per la verit non lo aveva capito neanche
lui - se si trattava del fascino dell'una o dell'altra o di tutt'e due).
Gaetano era sostanzialmente furbo e si credeva furbissimo.
- Perch - propose ilare a Pasquale perch non proviamo a studiare insieme?
Oggi alle tre sono a casa tua.
- Vieni figliolo - acconsent Pasquale con l'occhio umido di gratitudine e di
commozione - ti aspetto alle tre.
Gaetano arriv in anticipo azzimato e scalpitante. Pasquale lo aspettava
dall'alto dei suoi 1,92, bovino e paterno. In cucina si sentivano cinguettare
le leggiadre sorelline.
- Figliolo - disse Pasquale sornione, buttando a Gaetano un vecchio paio di
guantoni da boxe e calzandone egli stesso un altro paio - penso che un po' di
sport, prima di attaccare a studiare, sia proprio una cosa santa: scarica e
predispone, vieni, figliolo, che ci scambiamo quattro pacche salutari.
Fu una pestata epica.
E salutare: a Gaetano venne una gran voglia di studiare da solo. Si assimila
meglio - spieg al suo compagno di banco - e si risparmia tempo...
CICCIO
La professoressa di filosofia aperse il registro e cominci a scorrere l'elenco
dei nomi per cercare chi interrogare: era uno dei rari attimi di silenzio della
III C, il silenzio della paura, del rimorso, dell'angoscia.
- Signor, signor! perch non interrogate Gigliotti? - la voce di Ciccio
tranquilla e beffarda ruppe il magico incanto di quel momento.
Il mite Gigliotti lo guard disperato ed implorante.
Ed il Dio dei deboli lo risparmi, la professoressa non mostr di avere sentito
il perverso suggerimento e si rivolse invece a Nicola.
- Venite voi in Storia. Siete stato interrogato una volta sola, all'inizio, ed
il trimestre  quasi finito...
Nicola impallid. Era la prima volta in vita sua che veniva colto impreparato.
Cerc riparo in qualche modo, muovendosi verso la cattedra:
- Veramente  meglio se posso venire la prossima volta; io, per oggi, avevo
capito male l'assegno, credevo che ci fosse ripetizione...
- Signor, signor! interrogatelo sulla ripetizione - propose implacabile
Ciccio e poi subito cerc di farsi piccolo piccolo sotto lo sguardo apertamente
omicida di Nicola.
Al luned, dopo quella di filosofia, veniva l'ora di matematica.
Il professore Corace, ex ufficiale di marina, era ancora valido come
calciatore - aveva detto - e noi lo avevamo subito portato al campo della
Fiumarella. Giocava all'ala sinistra, e si mostr per la verit piuttosto in
gamba.
Aveva praticamente soffiato il posto a Ciccio Russo che cominciava a scoprirsi
una vaga vocazione di centrattacco. Il professore Corace era forse un po'
individualista e gli piaceva assaporare l'ebbrezza del goal:
- Profess! passate! profess, passate la palla!
Corace tirava, fuori!
- Eh, guarda che professore! - borbottava qualcuno.
Oltre il goal sui prati della Fiumarella, Corace amava anche inseguire il
fatidico come volevasi dimostrare alla lavagna, in esito agli astrusi teoremi
ed agli assurdi segni che vi tracciava. (Ogni tanto la dimostrazione era pi 
laboriosa del previsto ed allora dai banchi di fondo giungeva la sottolineatura
beffarda: Ti 'nda si gghiutu ntre ciciari!)
Il professore Corace sembrava sempre stupirsi del nostro esser giovani ed
immaturi.
Chiss perche pretendeva che ci comportassimo come si comportavano i suoi
subalterni.
A fronte delle nostre indisciplinatezze e dei nostri schiamazzi ci ricordava
sempre:
- Ma io, sotto le armi comandavo un cacciatorpediniere. Ad un mio cenno
quattrocento uomini si piombavano sull'attenti; ed ora un branco di mocciosi
come voi...
Poi scrollava il capo sfiduciato e ritornava alle formule ed agli esercizi.
Quel giorno, ormai verso la fine dell'anno, eravamo stanchi, nervosi per
l'approssimarsi degli esami, inquieti delle nostre inquietudini adolescenziali.
Serpeggiava per l'aula quell'elettricit incontenibile che rende ingovernabile
qualsiasi scolaresca.
Il professore Corace scatt.
- Ma io, sotto le armi...
- Profess, profess, ce la raccontate quella del cacciatorpediniere... ah!?
Vedemmo l'ira sbollirgli e lasciare il posto ad una sdegnata disperazione.
Si avvicin alla lavagna ed a voce bassa, incurante se qualcuno lo stesse
veramente a sentire:
- Ripetiamo la formula della prostafresi - disse - chi vuol venire?
La carrellata in flash-bacK sfuma ormai in una dissolvenza non pi 
ricomponibile.
So per certo che il quadro non andr pi a fuoco; che le immagini non
torneranno pi nette, n i contorni appariranno ben disegnati e nitidi sul
fondale.
So per certo che  questa l'ultima volta che abbiamo scostato un poco il
sipario dei ricordi per gettare indietro il nostro sguardo tenero ed inquieto,
timoroso e commosso.
Ed  bene che sia stata l'ultima volta.
Perch ho il sospetto grave che questi ricordi non servano davvero pi a
nessuno.
Sono grato al Preside Galiano che ha voluto, con generosa piet, regalarci
l'illusione di poter recuperare qualcosa della nostra esperienza per questi
strani, incomprensibili giovani che ci passano svelti e vogliosi davanti,
senza, per fortuna, dar segno di averci notato pi che tanto.
In realt noi non abbiamo nulla da dar loro, all'infuori forse di quello che le
canaglie potrebbero averci gi rubato, senza accorgersene e senza farcene
accorgere.
Siamo noi per la verit che abbiamo bisogno che ci si racconti la loro
esperienza: per capirli, per capirci.
Ed allora, Preside, La prego: l'anno venturo lo faccia scrivere a loro, ai
ragazzi, il libro dei ricordi.
Poi, di soppiatto, ci chiami ad uno ad uno per consegnarci una copia ciascuno
di quel bellissimo libro.
Di nascosto per. Mi raccomando!
Che non si accorgano di essere spiati.
Che non abbiano la sensazione di avere paura o piet di noi.

Giovanni Bruni.
di Guido e di Elena Catizone
nato a Roma il 28 ottobre 1934
iscritto per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. A
(Registro generale dell'anno scolastico 1947/1948)

1. La lapide
Ed una mattina del lontanissimo ottobre 1944 (Dio mio, quanti anni sono
passati...) feci il mio ingresso, quale iscritto alla prima classe media,
nell'androne del liceo ginnasio "P. Galluppi".
Calzoncini corti e gambe gelate (per i calzoni da grande bisognava ancora
attendere), andatura rassegnata, salii, con la mano, anch'essa gelata per
l'emozione, in quella di mia madre, la breve scalinata che segue il portone
principale.
E poi, nel grande corridoio, vi fu la fermata d'obbligo dinanzi al... monumento
che avrebbe pesato, per gli otto anni di frequenza nel "Galluppi", sulla mia
carriera di studente: mia madre lev il braccio ad indicarmi la lapide
murata, posta add XXX gennaio 1895, che cos esordiva: Ad Antonio Jannoni
che in queste scuole universitarie dettava lezioni di diritto....
Vedi - disse mia madre - non vorrai certo venir meno alle tradizioni di
famiglia. Ricorda quello che ha saputo fare il tuo bisnonno e sappi esserne
degno.
Per un ragazzino di dieci anni, tremante di freddo e di emozione, quello fu un
colpo micidiale. Anche perch il mio bisnonno occhieggiava, ed occhieggia,
severo dal grande quadro del salone di casa, sicch, in quel momento, mi parve
quasi che uscisse da quella lapide ad accertarsi di come e quanto avrei saputo
perpetuare le tradizioni gloriose della famiglia.
Non ci crederete ma per otto anni, i cinque di ginnasio ed i tre di liceo, non
ci fu giorno che, passando per l'ampio corridoio, non abbia guardato quella
lapide.
Qualche volta con soddisfazione, la maggior parte delle volte, purtroppo,
consapevole di aver tradito le speranze riposte in me dal bisavolo (che certo,
ai suoi tempi, avr immaginato dei posteri meritevoli) e le illusioni della mia
povera mamma.
E dopo oltre trenta anni, sono tornato adesso, per poter scrivere queste poche
righe, a rileggere quella lapide: l'emozione  stata la stessa di allora.
Ma, nel 1944, era emozione che nasceva dagli anni verdissimi e traspariva dal
mio viso imberbe; oggi,  duro dirlo, nasce dalle tempie grigie e dagli anni
che cominciano a pesare.
2. La partita
La rivalit tra le due sezioni maschili della prima liceale del 1950 - la
sezione A e la sezione C, visto che la B era tutta femminile era di duplice
natura: una, diciamo cos, intellettuale, l'altra sportiva.
La sezione A, cui mi gloriavo di appartenere, aveva senza dubbio una netta
preminenza dal punto di vista del rendimento scolastico: tra ragazzi davvero
svelti ed intelligenti e tradizionali secchioni si riusciva a fornire un
rendimento globale apprezzato da Livio Cancellieri (italiano e latino) da
Giovanni Mastroianni (storia e filosofia), da Salvatore Morello (matematica e
fisica), mentre la sezione C, che raccoglieva, pensate un po', anche i
ripetenti, su questo piano non poteva assolutamente concorrere.
Dove per i rivali della sezione C primeggiavano incontrastati era nel settore
sportivo - che allora, in fondo, si riduceva solo al calcio - tanto che scontri
ad alto livello avvenivano tra quella sezione, che rappresentava tutto il
"Galluppi", e gli altri istituti scolastici.
Sicch, quando giunse il tradizionale guanto di sfida, noi della sezione A
ci sentimmo sprofondare. Non accettare ci avrebbe dato la patente di codardi
in aeternum; accettarla significava certo esporsi ad una figuraccia
memorabile anche perch quelli della sezione C annoveravano tra le loro file,
quale centravanti, un certo Franco Maiorino, terrore di tutti i portieri di
Catanzaro.
Dopo lunghe ed infuocate discussioni, si decise di accettare la sfida e, visto
che tutti facevano a gara per limitare le proprie responsabilit, and a finire
che alla guardia del temutissimo Maiorino, nel delicatissimo ruolo di
stopper, venisse destinato il sottoscritto.
Inutile raccontare delle notti insonni trascorse ad immaginare gli sfracelli
che sarebbero nati da uno scontro che si annunciava decisamente impari. Ma il
grande giorno, sul fondo ghiaioso della Fiumarella, fin miracolosamente sul
pareggio: uno ad uno; ed il famoso Maiorino non riusc a segnare.
Alla fine della gara, ancora incredulo, sentii il loro allenatore, mi pare il
padre di uno di quelli della sezione C, inveire contro il mancato cannoniere
con questa testuale frase: La colpa  tua, ti sei fatto annullare da un Bruni
Giovanni qualsiasi!.
Quel qualsiasi, che mi catalogava inesorabilmente tra quanti non avrebbero
mai avuto speranza nel mondo del calcio, in un certo senso mi offese. Ma,
finalmente, giunse una notte di quiete completa, di sonno profondo,
nell'immagine dell'unica, vera prodezza calcistica della mia vita.
3. La diaspora
Luglio del 1952: siamo tutti l, noi della III A, ad affollarci dinanzi ai
quadri della licenza liceale, alla ricerca del passaporto" verso
l'Universit che significa anche addio alla citt, scelta di professione,
dividersi dopo tanti anni trascorsi assieme, sugli stessi banchi.
C' tanta felicita, naturalmente: ci si allontana da casa, si comincia ad
essere indipendenti, potremo cominciare a valutare noi stessi. Le frasi sono
le solite: Ci vediamo ad agosto al mare... Ci incontreremo a Roma... Vieni
con noi a Pisa.... Le stesse che sempre si ripetono, nella stessa occasione,
ad ogni anno.
Eppure, molti di noi gi sapevano che, dopo quella mattina di luglio, in ben
pochi ci saremmo ritrovati...
La verifica la faccio oggi, dopo 35 anni. E mi accorgo che di quelle amicizie
che sembravano dovessero restare eterne, poche ne son vissute; in quanti siamo
rimasti qui a Catanzaro, in quanti ci incontriamo ancora, frettolosamente, con
la solita battuta sul tempo che passa e sui figli che crescono?
Peppino Marincola, avvocato, la cui figlioletta, guarda caso,  oggi alunna di
mia moglie; Federico Giglio, preside, e Manlio Bevilacqua, ingegnere, con cui
gli incontri si limitano alle riunioni conviviali del Rotary; Gianni Mazzuca,
veterinario, che ora ha in cura la tribdi gatti allevati da mia figlia;
Sergio Tarantino, avvocato, e poi Mimmo Agosto, Cesarino Scalise, che qualche
volta intravedo di sfuggita.
E gli altri, tutti gli altri?
Raccolgo, ogni tanto, notizie confuse, lontane, che rendono ancora pi 
sfuocata l'immagine ed i ricordi di tanti anni passati assieme. So che Gigi
Carpino e Natino Giancotti vivono a Roma, ottimi medici; Filippo Giubilei (una
volta secco ed allampanato, oggi chiss quanto cambiato),  ingegnere a
Trieste; Mario Iannuzzi, il primo della classe, si interessa di fisica ed
ingegneria nucleare a Roma; Peppe Morabito, ingegnere non so dove, mi ha
telefonato mesi fa per conoscere come vendere bene la sua vecchia casa di
Catanzaro; Mimmo Caratelli ha coronato il suo sogno d'infanzia di fare
giornalismo, prima a Napoli, oggi a Bologna; Nin Pingitore vive lontano, in
Svizzera, mentre Nicola Stinchi, a Bologna,  addirittura pensionato!
Sento pi spesso Pierino Gallerano, il colonnello del nostro liceo, che
colonnello  diventato davvero e comanda la Capitaneria di porto di Ravenna e
mi telefona spesso alla ricerca di fumetti degli anni Trenta.
A Roma sono anche Nando Lomanno, avvocato, e Camillo Turco, pezzo grosso del
Credito Fondiario. Non ho pi saputo nulla di Franco Ricciardulli e Mario
Repice; di altri non ricordo pi il nome Anche Bruno Bruni, mio
fratello-cugino, ha avuto il coraggio di spezzare ricordi ed abitudini ed
andare via, a Bologna.
Chiss con quanti di loro mi incontrer ancora un giorno: in trentacinque anni
pochi ne ho sentiti, pochissimi ne ho visti. Chi certo non vedro pi e Tony
Silipo, sfortunato amico e compagno della mia infanzia, oltre che degli anni
di liceo, scomparso anni fa.
Facile dire  la vita!, pi facile cercare di non pensare a quegli anni che
sono stati anche gli anni delle illusioni e delle speranze. Perch, se ci
ripensi, ti accorgi che assieme agli amici di un tempo, sono anche svanite
quelle illusioni e quelle speranze.

Domenico Carratelli.
di Orazio e di Enrichetta Monaco
nato a Fiumefreddo Bruzio il 3 aprile 1934
iscritto per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. A
(Registro generale dell'anno scolastico 1947/1948)

Quel gigante di pietra che era il Galluppi
tra amori, bocciature e i filoni alla Fiumarella.
Si entrava da un cancelletto laterale perch l c'era lo spazio giusto dove
aspettavamo che suonasse la campanella dell'inizio delle lezioni. Il portone
principale del "Galluppi" dava sulla strada leggermente in salita. Non c'era,
in quell'inizio degli anni Cinquanta, un gran traffico di macchine. Passavano
gli autobus che salivano a Pontegrande. Nessuno di noi vestiva alla marinara
ma non c'erano ancora neanche i jeans.
La scuola aveva una severit da non farla amare troppo. Ma c'erano almeno due
professori che amavamo. Uno era Cancellieri, il professore d'italiano. Uomo
robusto, era la sua robustezza a dargli un tono di grande severit. In realt,
era un uomo burbero che sapeva nascondere, sotto la sua maschera scolastica,
un sorriso ricco di comprensione e generosit. L'altro professore che amavamo
era Mastroianni, magrissimo, con un paio di baffetti, credo, e gli occhiali.
Era il professore di storia e filosofia. Diceva che ero un ragazzo pi vicino
alle nuvole che alla Terra. Non ricordavo mai le date di storia, mi
arrampicavo in filosofia. Aveva una gran pazienza con tutti. Il liceo
classico sembrava una cosa molto seria. Non credo che studiassimo
nel modo migliore, ma era una scuola che ci faceva maturare. I professori, quei
due che ho detto, ci aiutavano molto a diventare grandi. Il loro giudizio
non si soffermava sulle lacune del nostro nozionismo, ma valutavano la nostra
capacit di cominciare a stare al mondo in un certo modo.
La professoressa di scienze aveva una voce flebile e una grande passione per
la sua materia. Nelle ore di botanica a noi sembrava che lei stessa fosse una
pianta. Sapeva cose che le invidiavo. Oggi faccio fatica a distinguere gli
alberi l'uno dall'altro.
Il latino fu una buona esercitazione per arrivare a scrivere in italiano, ma
non c'era gran che di tempo per leggere, tradotte, le opere pi belle, e ce ne
sono tante. Il preside, se ben ricordo, era un uomo piccolo. Beccai una
sospensione pesante perch sul giornalino scolastico misi una foto che non
piacque: una ragazza nuda che si copriva con un tavolo. Non era l'ultimo tango
a Catanzaro. La foto era bella e anche la ragazza. Non capivo come non fosse
piaciuta al preside.
Si andava al cinema per vedere i musical americani a colori. Due film mi
affascinarono: Il postino bussa sempre due volte e Accadde in settembre.
Mi innamorai in entrambe le occasioni. Una volta di una biondina che era la
figlia di un orologiaio; poi di una ragazza che si chiamava Annamaria, di cui
cercavo di disegnare il volto bruno e il caschetto dei suoi bellissimi capelli.
Ci riuscivo a stento. Detti la colpa al professore di disegno del ginnasio.
Innamorandomi, fui rimandato due volte. Quando facevamo filone, andavamo
alla Fiumarella per giocare al calcio. Erano i tempi della Catanzarese.
In porta giocava un certo Masci. Scrivevo cronache sportive avviandomi al
bellissimo mestiere che faccio oggi, il giornalista. Vicino al "Galluppi"
c'era la UPIM: coi libri sotto al braccio, vi andavamo a sussurrare parole
dolci alle commesse. Ma erano fondamentalmente tempi di timidezze. In classe
avevamo una ragazza un po' intellettuale. Naturalmente lei era innamorata del
primo della classe che si chiamava Iannuzzi. Abitava in una casa di grandi
stanze. Quand'era malata andavamo tutti a trovarla, Mi dava l'idea che fosse
per noi come una giovane Gertrude Stein. Aveva i capelli lunghi e la pelle
olivastra.
Io ero indeciso se fare il calciatore come Pallaoro, che era il bello della
Catanzarese, o l'inviato speciale come Egisto Corradi, che era il mio dio
sul Corriere della sera.
Avevamo in classe una meravigliosa ragazza alta e bionda, avrebbe potuto fare
basket. Quando mi invit a casa sua a bere un caff tremai di emozione. Questi
erano i tempi. Io mi sentivo molto romantico, pi vicino alle nuvole che alla
terra, come diceva Mastroianni.
Il "Galluppi" a giorni mi sembrava come un'immensa prigione, altre volte come
un grande castello in cui potevano nascere amori fantastici. Avrei potuto
studiare di pi o avere un migliore metodo di studio. Erano i tempi di
Trieste italiana: sotto l'emozione vera intrigava l'opportunit di saltare
le lezioni per un corteo con le ragazze in cui agitare amori profani e l'amore
di patria.
Non conservo un buon ricordo dei muri possenti del "Galluppi": mi sembravano
troppo grossi e la nostra giovinezza era cos fragile. Lasciai Catanzaro dopo
il secondo liceo per andare a vivere a Napoli. Tornando nella citt dei miei
anni liceali trovai tutto pi piccolo, le strade e i posti dove avevo
vissuto. Ma il "Galluppi" conservava la sua maestosit, con quel bugnato di
base, la vasta facciata bianca, le finestre incorniciate di rilievi in grigio.
Avrei voluto rivedere Cancellieri e Mastroianni per dirgli grazie: non solo ai
professori che erano stati, ma agli uomini che mi erano apparsi con le virt
della saggezza e di una giusta ironia.
A Catanzaro cominciai a fare il giornalista con i Greco, con Ansani, con
Fabiani, con i fratelli Paparazzo, con Mim Bruni cronista sportivo, con mio
padre che mi ha trasmesso il mestiere, con Mario Procopio. Erano tempi magici.
Geg Greco era bello come Gregory Peck. Si passeggiava lungo il corso, di sera,
avanti e indietro, su e gi.
Fu quella la mia seconda scuola. Il morseddu e il buon vino di Cir erano
mastici sufficienti per serate di grande amicizia e di scherzi. Milano e i
grandi giornali del nord ci sembravano immensi e lontani. Crescevamo nel vento.
Beb Greco, che ora non c'e pi , aveva una sorella bellissima. Andavo presto a
scuola per poterla salutare davanti al "Galluppi".
A Catanzaro vidi la prima lynotipe. Il "Galluppi" era sempre l, come un
gigante di pietra addormentato. Lo facevano vivere i nostri cuori di ragazzi
ed eravamo orgogliosi di questo.
I ricordi sono tanti attorno a quel gigante di pietra.

Angelo Donato.
di Domenico e di Barbara Donato
nato a Chiaravalle Centrale il 12 aprile 1934
iscritto per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. C
(Registro generale dell'anno scolastico 1947/1948)

Avevo tredici anni e mezzo
quando arrivai a Catanzaro, nel 1947, per frequentare la quarta ginnasiale
presso il liceo ginnasio Galluppi. Venivo da Chiaravalle Centrale, un paese
allora eminentemente agricolo, e da una famiglia di piccoli coltivatori
diretti.
Mi accompagn mio padre nel viaggio che non finiva mai in un pullman a muso
lungo, tipico di quei tempi, che partiva da Fabrizia ogni mattina alle ore 3
per arrivare a Catanzaro intorno alle 8.
Non finiva mai quel viaggio perch io avevo fretta di vedere la citt per la
quale ero pieno di curiosit.
Da un paesino delle pre-Serre (pure non disprezzabile) ero andato immaginando o
desiderando notevoli estensioni abitate, con edifici disposti regolarmente in
modo da formare vie di comoda transitabilit, selciate o lastricate o
asfaltate, percorse continuamente da mezzi pubblici e ricche di tutto il
necessario per favorevoli condizioni di vita sociale.
Una volta arrivato, la mia aspettativa non rimase delusa. Era tutto diverso da
quello che, all'alba, avevo lasciato al mio paese; ora, nella luce del mattino,
le differenze mi apparivano n piccole n poche.
Mio padre rimase con me due giorni e mi guid in lungo e in largo per Catanzaro
che non conosceva bene, ma nella quale si muoveva con disinvoltura per la sua
esperienza di emigrato vissuto nelle grandi citt degli USA.
La funicolare, il tram scampanellante, gli strilloni che percorrevano il corso
facendo a gara tra di loro e gridando il nome del giornale che ciascuno teneva
sul braccio e i titoli delle notizie pi clamorose, la villa comunale, le
grandi chiese, i grandi palazzi della Prefettura, del Tribunale, le tante
carrozzelle ferme e viaggianti, la tanta gente per la strada, i tanti bar con
tante buone cose, i gelati del Polo Nord furono le meraviglie mai viste
prima.
Mi colp il palazzotto con una splendida targa all'ingresso Corte dei Conti.
Non ne parlai a mio padre ma segretamente, in cuor mio, mi riproposi di
appostarmi, prima o poi, per vedere entrare i conti che sicuramente l avevano
il loro circolo.
Non lo feci, in verit, mai perch, prendendo alla larga il discorso, mi feci
dire pi tardi dal mio padrone di casa, don Luigi, di che si trattava e si
trattava egli mi disse - di un ufficio dello Stato. Quei due giorni felici
passarono velocemente ed io piombai in una sorta di malinconia.
E fu quando mio padre se ne torn al paese.
Allora, per la prima volta, pensai che abitavo in una casa non mia: ero ospite
in una pensione.
La citt mi si strinse addosso come mi si strinse nella tristezza il cuore.
Mi accorsi che mia madre non c'era; mi mancavano i fratelli, i miei compagni
di sempre, i luoghi abitualmente frequentati per passare il tempo libero, i
volti tutti noti dei miei concittadini.
Dalla finestra di una casa, sita in Vico VI n. 1 in via Bellavista, guardavo
lontano verso il golfo di Squillace e cercavo invano i segni del mio paese che,
pero, non vedevo, nascosto com'era dalle alte colline.
Fu storia di pochi giorni.
Nella famiglia ospitante trovai molta comprensione e fui trattato subito come
uno di loro; a scuola cominciarono a nascere le prime amicizie e le prime
solidariet fra ragazzi che, dopo tutto, erano nella maggior parte nelle mie
stesse condizioni.
La scuola era allora su Corso Mazzini, nel vecchio edificio del Galluppi.
Nel primo giorno di frequenza me ne stetti circospetto: guardai tutto, osservai
tutto.
L'edificio mi apparve immenso ed io vi entrai come in un tempio dedicato a
Pasquale Galluppi, un tempio dove aveva tenuto cattedra Luigi Settembrini e
dove insegnavano maestri come Sirago e Di Rosa (tutti insigni per i quali, per
quel poco che mi aveva detto mio fratello, portavo venerazione).
Trovai senza difficolt la quarta C a cui ero stato assegnato; me la indic
laconicamente con due parole, accompagnate da un gesto della mano, un bidello
anzianotto e segaligno con i piedi piatti, di cognome Alfieri e meglio
conosciuto (lo seppi qualche giorno dopo) come il pi veloce. Non fummo in
molti in aula in quel primo giorno e la cosa fu positiva perch mi consent
di avere un rapporto meno rarefatto con i compagni e di legare con loro in
maniera pi stretta da subito.
Assieme agli altri e sotto la sorveglianza di un bidello che andava e veniva,
impegnato com'era a custodire altre classi, attesi l'arrivo di qualche
professore.
Arriv, infatti, una signora piuttosto anziana, elegante e finemente truccata,
bruna e bruttina. Disse subito di chiamarsi Giuseppina Lacca e di essere
insegnante di francese. Le apparenze che la davano per aristocratica e forse
cattiva ci avevano ingannati. Volle sapere tutto di noi, specie di quelli che
venivano da fuori; manifest per ognuno tanta comprensione e ci diede dei
consigli sul modo di vivere in citt.
Capimmo che ci si trovava di fronte a persona profondamente umana. Il giorno
successivo fummo di pi gli studenti in classe e furono di pi i professori.
Venne anche il preside, Giuseppe Fornari.
Era chiamato don Peppino ed era un bell'uomo: alto, capelli brizzolati, passo
svelto, qualche caratteristico difetto di pronuncia, ma deciso nelle
affermazioni: questo  il Galluppi; qua si studia; voglio ragazzi preparati;
chi non  d'accordo pu tornare a casa.
Il desiderio della casa era grande, ma la minaccia non mi impression perch
avevo intenzione di fare sul serio (intimo impegno era che, con me e con un
altro mio fratello, la mia famiglia si affacciasse per la prima volta nel mondo
della professione con laurea).
Durante la velocissima visita del preside era presente la professoressa
Filomena Comito in Bova. Giovanissima, la professoressa di lettere era di una
bellezza che colpiva: su di un corpo slanciato, tornito se ne stava il suo
volto splendido.
E pi tardi vedemmo che dentro quel corpo albergava un animo nobile, ricco
anche di una seria preparazione professionale e di un grande spirito di
dedizione all'insegnamento.
Era moglie del primo cittadino di Catanzaro, del sindaco della citt. Non era
poco per quei tempi; era molto, moltissimo per me, ragazzo di paese; era un
motivo di ulteriore considerazione e di rispetto. Non sto a dire degli altri
professori conosciuti man mano che i giorni di scuola avanzavano.
Dico subito, invece, che in quella quarta C stetti bene fra coetanei garbati,
volenterosi e intelligenti che nell'anno successivo ritrovai tutti nella
quinta C.
La vita scorreva tranquilla fra poche cose: lo studio, una partita di pallone
ogni tanto, una passeggiata sul corso lungo il quale risuonavano le musiche e
le canzoni di un'orchestra che allietava le serate delle famiglie e degli
amici raccolti intorno ai tavolinetti del Bar Colacino.
A scuola il rigore e l'austerit del Galluppi non consentivano grandi cose,
almeno per uno come me assai tranquillo e di carattere riservato; perci non ho
aneddoti interessanti da raccontare.
Qualcuna la feci anch'io e mi presi la puntuale nota sul registro e la
conseguente inesorabile punizione di qualche giorno di sospensione.
Dopo il quinto ginnasio andai via da Catanzaro e passai a frequentare il liceo
appena avviato presso l'Istituto Salesiano di Soverato.
Fu una sorta di rimpatriata nel senso che mio padre volle che fossi pi vicino
a casa e per pi ragioni fra il sentimentale e l'economico. Mi cost non poco
e devo dire che ne soffrii.
Catanzaro e il Galluppi erano stati la mia prima vera palestra di vita, il
mio primo vero incontro, in campo aperto, con nuovi modi di essere e di
confrontarmi con gli altri.
E sicuramente in Catanzaro, durante i miei primi studi superiori, cominciarono
a covare, senza che io me ne accorgessi, quelle forze intime che poi mi
avrebbero spinto ad interessarmi della cosa pubblica fino a farmi divenire
senatore della Repubblica.
E, forse, l'ammirazione per quella giovane professoressa, arricchita dal
fascino di essere la moglie del giovane sindaco di Catanzaro, mi avevano,
inconsapevolmente, fatto porre la domanda se mai un giorno durante il percorso
della mia vita, avrei potuto anch'io aspirare ad essere primo cittadino di
quella citt che mi aveva accolto bambino.

Antonio Gassi.
di Donato e di Rosa Masotti
nato a Noicattaro il 9 maggio 1934
iscritto per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. C
(Registro generale dell'anno scolastico 1948/1949)

Egregio preside,
sono Antonio Gassi e sono di fronte alla sua graditissima lettera con le stesse
emozioni, gli stessi tremori di quando, tanti anni fa, sedevo nei banchi di
scuola.
Sensazioni queste di ora fatte, per, pi di nostalgia e di rimpianto che di
paura e di timore.
Rivedo come in un film le immagini ora nitide, ora sfocate e fugaci, di quegli
anni; non mi chiedo quanti: il tempo sembra essersi fermato,
Il vociare allegro di noi tutti, alunni della terza C, stanchi di sedere nei
banchi, ma felici di ritrovarci insieme, di ridere di nulla.
La voce di un professore che scandisce, con tono severo ma pacato, la traccia
del tema e quella di un altro docente che detta lentamente il testo della
versione latina. Il nostro incubo, ma anche il segno della nostra amicizia,
del nostro aiutarci.
In latino non eravamo delle cime ed i nostri compiti, dopo la correzione,
sfoggiavano segnacci rossi che si inseguivano e si intrecciavano con segnacci
blu. Un giorno il professore, il terribile e strano quanto bravo e giusto
professore Sebastiano Madia, arriva in classe portando sotto braccio un fascio
di compiti legati con dei nastrini colorati e, con la consueta severa seriet,
ci annunzia: Andando a casa potrete dire ai vostri genitori di aver fatto un
compito coi fiocchi.
Un esempio questo, tra i tanti, che ha il sapore della barzelletta ma che fu
vero nella realt di quegli anni spensierati ed un po' incoscienti.
Il suono della campanella alla fine di ogni ora! Quel nostro riversarci liberi
nei corridoi, fuori dall'aula, oscuro pozzo di declinazioni, formule, versi e
teorie, per andare nei bagni e fumare qualche mozzone e lungo il percorso
sussurrare brevi parole d'amore ad una bella ragazzina, sempre inseguiti dalle
occhiate sospettose e vigili dei bidelli: il cavalleggiero pie' veloce Alfieri,
la gentile signora Rosina dal candido colletto di piquet sul grembiule nero,
il ligio all'autorit costituita Puccio dal dito d'oro, tutti e tre, ormai
avanti negli anni, ospiti della mia divisione ospedaliera, curati da me
personalmente come familiari di quella famiglia del Galluppi in cui
erano stati custodi della mia adolescenza, e confortati sino alla fine dai
ricordi comuni che, a volte, schiudevano le loro labbra stanche al sorriso.
Erano quelli del nostro liceo aule e corridoi bui, eppure, ripensandoci e
rivedendo con gli occhi della memoria, come mi appare bello e luminoso il
Galluppi di Corso Mazzini!
E quelle spiegazioni, quei libri, quei compiti, quei lunghi esercizi, allora
tanto odiati e bistrattati, hanno creato l'uomo che sono oggi.
Quell'Io tanto cercato e poi trovato  nato proprio l, tra quelle mura. E se
oggi sono contento di quel che sono, non per le cognizioni scientifiche su cui
fondo il mio lavoro, non per l'esperienza che ho accumulato negli anni, non
per i traguardi raggiunti, ma per quello che, quotidianamente, riesco a dare
di me aiutando e confortando chi soffre, mi e facile capire di chi  il merito.
All'ospedale Pugliese, con me, nella divisione di geriatria, aveva iniziato
il suo lavoro un giovane e valente neurologo, il figlio del professore Mauro
Nicotra. A me sembrava, in quei giorni, di aver l'occasione, guidando i primi
passi di Salvatore verso la professione, di poter restituire al figlio almeno
una parte di quello che avevo ricevuto dal padre tra i banchi del Galluppi,
ma Salvatore, falciato nel fiore degli anni da un male incurabile, ha
abbandonato la vita che tanto amava ed il mio debito nei confronti del
professore Nicotra si  accresciuto perch egli, pur nel suo strazio di
padre, ha saputo darmi un'altra lezione di vita.
Sono passati degli anni, ma quando incontro il professore Nicotra entrambi
desideriamo restare insieme e parliamo di ricordi lontani ed entrambi troviamo
conforto pensando al solo ricordo sul quale, volutamente, taciamo.
Ed  quell'umanit respirata nel Galluppi che ci accomuna ed  quella stessa
umanit che mi fa capire che bisogna regalare la professionalit ai giovani e
guidarli verso i valori umani.
Quante volte, passando di corsa, tra un impegno e l'altro, davanti al liceo
che, pur nella nuova sede, resta sempre mio, ho sentito il desiderio di
entrare, di riprovare le stesse sensazioni di un tempo! Ma l'incoscio timore
di non ritrovare la stessa atmosfera e gli stessi colori, forse la martellante
consapevolezza di constatare che il tempo  passato, mi ha impedito di farlo.
Vigliaccheria? No. Solo puerile tentativo di fermare il tempo, di trovare
nell'oggi il passato intatto ed immobile.
Forse un giorno trover questa forza, torner a sedere nei banchi e, come
allora, risentir la voce di chi, con tanta passione ed amore, ha utilizzato la
propria esistenza per forgiare una generazione matura, consapevole e,
soprattutto umana.
 questo il resoconto di un bilancio che, se pur fatto pi con il cuore che
con la mente, risponde a verit.
Ed  questo l'augurio che faccio a chi ora ha preso posto in quegli stessi
banchi, a chi oggi trema, ma non tanto visti i tempi, davanti agli insegnanti
che si alternano alla cattedra.
 vero: i tempi sono cambiati, forse il vociare delle manifestazioni e degli
scioperi  pi incalzante di allora, ma mi auguro, anzi sono convinto, che i
sentimenti, le emozioni, i tremori, i dubbi, la ricerca di qualcosa di stabile
e di duraturo degli odierni liceali siano gli stessi dei nostri perch la
giovinezza, con tutto il bello ed il brutto che essa comporta,  la stessa
sempre, ieri come oggi, come domani.
Grazie, signor preside, per avermi dato l'occasione di poterle scrivere che la
professione umile e dura che esercito con tranquillit mi  stata insegnata
nelle aule del suo, del nostro liceo Galluppi.
Ai giovani del 1985 tengo solo a ricordare che il giovane medico del 1968,
quale io ero,  divenuto nel 1980 giovane primario di una specialit medica
molto difficile e scarsamente remunerativa, ma moltissimo apprezzata anche
presso gli altri Stati con cui siamo vicini con relazioni congressuali, solo
perch non  stato pragmatico.

Annunziata Sala.
di Luigi e di Emanuela Fabiani
nata a Maida il 15 giugno 1934
iscritta per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. B
(Registro generale dell'anno scolastico 1948/1949)

Precluso il ritorno
al giardino del passato, rintraccio varchi nella memoria per spiare luci,
cogliere profumi della stagione che fu mia. E ascolto il vento, insonne
cerimoniere del tempo, e odo voci ed echi: richiami.
Il vento... in Piazza Indipendenza, a Catanzaro, si misurava con la nostra
giovanile baldanza: andavamo come polene di prua.
Pi avanti... il liceo "Galluppi".
Ora qui, non posso che sostare, raccogliere esche di immagini: non vestivamo
alla marinara, noi ragazze del "Galluppi" anni Cinquanta, ma gli abiti smessi
delle sorelle maggiori, quando, addirittura, non era un vecchio cappotto di
pap.
Solo pi tardi avremmo scoperto la seduzione delle vetrine di Mazzocca.
I capelli, per, erano sempre lavati di fresco, asciugati al sole, gonfi di
aria.
Il "Galluppi" e il Corso: grigi, bui, l'uno e l'altro.
Ma c'erano gli sguardi di velluto dei ragazzi, c'era la nostra giovinezza di
smeraldo.
Ora battono i ricordi: sono nomi da tempo non pi pronunciati eppure mai
scordati, richiami di primavere andate, carezze lievi di mani che appena si
sfioravano.
Dietro la cortina degli anni, a volte scanditi con tenacia ossessiva di gocce,
riaffiorano le voci: la poesia greca acquistava trasparenza sacra se spiegava
Madia e noi continuavamo a soffrire con Saffo quando Nicotra leggeva Leopardi
e ci diceva che ella contemplava la natura prima di gettarsi nel mare dalla
rupe di Leucade. Noi odiavamo Faone e pensavamo, rabbrividendo, al ponte di
Siano.
Platone bandiva i poeti dalla sua repubblica, ma Caputi scriveva poesie ed
intitolava la sua raccolta Amanita, il fungo, a volte, insidiosamente
velenoso.
Anche la vita, diceva,  miele e veleno.
Robustelli spiegava i logaritmi - noi, per, gli avevamo fatto giurare che non
ci avrebbe mai interrogati su questa parte del programma - e poi, nel suo
studio, dipingeva palpitanti marine e giovani donne con gli occhi pieni di
lusinghe.
Ci apparivano sicuri i nostri professori, detentori della luce della sapienza e
della forza della pazienza, ma erano anche loro visitati dalle incertezze.
L'ho capito dopo e li ho amati di pi .
Cos, interrotta la corsa del tempo, respinto il dolore presente, ho ripercorso
la strada che mi portava al "Galluppi", l'ho ripercorsa, in un aroma di
lontananza, con le mie compagne della sezione B: Lina, Anna, Mila, Mirella,
Irene, Jole, ridando vita a immagini tracciate in filigrana nel taccuino della
mia esistenza dove annoto perdite e acquisti, disinganni e attese.
E mi accorgo che nel lungo intrigo della vita, nella diaspora sentimentale che
sempre ci insidia, della durata memoriale del passato, i miei anni del liceo
ginnasio "Galluppi" rimangono come un punto fermo, un reddito sicuro, perch
fu certo l che cominciai a capire che profondo  il respiro della vita.

Antonio Carnovale.
di Francesco e di Margherita Marincola
nato a Soverato il 10 febbraio 1935
iscritto per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. A
(Registro generale dell'anno scolastico 1948/1949)

Quella terza liceo del 1953
Quando, tempo fa, dopo moltissimi anni, rimisi piede nel vecchio Liceo
"Galluppi" per accompagnare mio figlio alunno di prima elementare, fui preso
da una stranissima sensazione di tristezza e allegria insieme che derivava
dalla constatazione di trovarmi irrimediabilmente invecchiato proprio nel
momento in cui ero spinto a rivivere un passato di spensierata giovinezza. Ai
soliti ricordi che ciascuno prova in queste situazioni, uno si sovrapponeva
agli altri: l'ultimo giorno di scuola nella mia terza liceo sezione A del 1953.
Proprio quel giorno, n prima n dopo, il Ministero della Pubblica Istruzione,
con la solerzia che nel nostro Paese hanno sempre avuto le amministrazioni
statali, aveva mandato in dono a noi studenti un libretto di Luigi
Salvatorelli 1920-1945: Venticinque anni di storia italiana. La lettura
sommaria di alcune righe del libretto aveva suscitato in molti di noi un
vivissimo senso di disappunto in quanto le interpretazioni di alcuni fatti ci
sembravano eccessivamente faziose. A quel punto il prof. Mastroianni, che pure
non condivideva le nostre critiche, ci disse pi o meno queste parole: Vi
prego, non lasciate la scuola protestando. Prendete questo libro, al di fuori
di quello che esso scrive, come un piccolo e affettuoso invito che la
Scuola vi d a proseguire sempre nello studio e poi, rivolto a me che avevo
assunto la funzione un po' rumorosa di capo del gruppetto contestatore: So
che tu vuoi fare il medico; ti auguro di riuscire bene ma ricorda che prima di
prendere posizione contro occorre approfondire le cose.
Inutile dire che la discussione cess d'incanto sostituita da una intensa
commozione che mi prende anche oggi, a distanza di oltre trent'anni.
Quando gli studi professionali mi portarono per lungo tempo lontano dalla
Calabria e in situazioni non sempre all'inizio favorevoli, spesso mi ricordai
di quell'episodio apparentemente banale ma che aveva contribuito a dare una
impostazione alla mia vita.
Era stato l'episodio conclusivo di una vita scolastica che ci aveva offerto
altri esempi significativi e formativi per cui, negli anni successivi della
contestazione, mi convinsi sempre pi del fatto che molti aspetti di quella
problematica noi, nel "Galluppi", l'avevamo in parte risolti 10 anni prima, a
modo nostro.
Che dire infatti dell'impronta non cattedratica, ma profondamente umana oltre
che umanistica, che il prof. Cancellieri dava alle sue lezioni d'italiano! E
non erano didattica moderna, efficace e concreta le spiegazioni di matematica
e fisica che il prof. Morello ci faceva in dialetto catanzarese infarcito di
proverbi gustosissimi? Non rappresentavano forse una vera forma di democrazia
nella scuola le discussioni che ci permetteva il prof. Mastroianni sugli
argomenti pi vari e che ci vedevano e mi vedevano spesso in aperto contrasto
con lui?
Tutto questo e anche altro che sarebbe troppo lungo ricordare ci formarono sia
come cittadini sia come uomini.
Perci quel giorno che accompagnai mio figlio e mi venne di dirgli la frase di
rito: Vedi, qui pap ha studiato, quelle parole mi uscirono non solo con
nostalgia ma con una, per me stesso imprevedibile, carica di orgoglio.
E oggi che per il preside Galiano ho scritto queste poche righe, mi
perdonerete se, pur avendo cinquant'anni, mi viene spontaneo di concluderle
come se ne avessi ancora diciotto; cos: Viva la terza liceo A, Viva il
"Galluppi"!.

Antonio Bilotta.
di Domenico e di Maria Griffo
nato a Soriano Calabro il 23 novembre 1935
iscritto per la prima volta alla quarta ginnasiale Sez. B
(Registro generale dell'anno scolastico 1949/1950)

Caro Professor Galiano,
anche se con ritardo, rispondo con piacere alla Sua lettera in quanto gli
anni passati nelle aule del Liceo Galluppi sono per me un ricordo vivo sia per
alcuni punti fermi che mi hanno aiutato a vivere, sia per una singolare
nostalgia che sempre pi frequentemente mi assale.
Proprio a Lei (o a Voi?), Professore, devo il Conosci te stesso e
l'ammonimento socratico Impara ci che non sai ed  vero che
l'autoeducaziono non ha mai fine; ad essa ci si sottrae soltanto con la morte.
I Docenti del Liceo Galluppi mi hanno fatto capire che educarsi significa
allenare quotidianamente la propria intelligenza nella soluzione dei problemi
e superare l'egoismo nobilitando i sentimenti ed attingendo, cos, quelle
virtche nel loro insieme formano il carattere ed abituano gradatamente la
volont a vincere difficolt sempro maggiori; la vita mi ha insegnato, poi,
che l'uomo senza carattere  nulla. A Lei devo ancora il senso della Storia
che mi ha aiutato a capire come non solo i popoli, ma anche i singoli hanno
costantemente bisogno di sprofondare nel passato le proprio radici per
succhiare la linfa che aiuta a risolvere per s e per gli altri, i problemi
del presente.
Quando cerco di conoscere pi profondamente me stesso mi accorgo che a nulla
sarebbero servite le nozioni o le tecniche, che via via nel corso degli anni
ho dovuto assimilare, se non si fossero innestate su quella struttura che il
Galluppi o Lei (o Voi?) Maestro di vita e non solo di scuola, anche se allora
giovanissimo Maestro, mi avete dato.
Ebbene, tutta la mia vita di manager  stata guidata da questo concetto e
tutti i cambiamenti che ho provocato od ai quali ho comunque partecipato
hanno sempre tenuto conto della realt nella quale operavo.
 proprio vero: la storia ci consente di valutare meglio l'uomo e le sue
azioni; ci consente di valutare i suoi vizi e le sue virt, i suoi mali ed i
suoi beni e quindi di procedere meglio nel cammino della vita, la quale altro
non  che superamento e creazione ed esige pensiero, visione della realt,
comprensione, caratteristiche tutte indispensabili allorch siamo chiamati a
decidere.
Oggi, dopo un decennio trascorso a Genova, vivo a Roma, sposo felice con un
vecchio amore incontrato nel Galluppi, padre di tre splendidi ragazzi e
lavoro in un grande gruppo assicurativo.
Ogni anno, quando posso, ritorno tra i miei ulivi di Calabria, saluto i
parenti e sento il desiderio di andare per le strade - Corso Mazzini...
quante passeggiate, quanti discorsi, quanti progetti! - Non conosco quasi pi 
nessuno; non riesco a capire. I vecchi amici stentano a riconoscermi ed
anch'io mi smemoro nell'osservare i loro visi.
Apprendo che Nin Mannella  morto; mi dispero, poi penso che in fondo  la
vita; forse il destino.
Parlare di morte e sentirla incombente significa conquistare gli elementi
biologici della vita.
Ricordo che tanti anni fa Nin mi disse che Catanzaro era una brutta citt di
provincia dove per era viva la cultura. Sono parole lontane.
La sua morte diventa un fatto mio; penso alla sua camminata dondolante, alla
nostra gita in vespa nella vecchia casa di paese dove l'anziana zia ci
cuoce al camino cose buone della nostra terra; ne sento l'odore, il sapore;
nella chiesa l vicino si prepara la grande festa di Pasqua: la Resurrezione.
 un mistero o  storia? Per me  storia. Guardo il vecchio Galluppi dove
passeggiano le ombre di Corrado Alvaro, Umberto Bosco, Vincenzo Vivaldi, Don
Sante Calabria. Poi sono venuti gli altri; siamo venuti noi che non abbiamo
amato abbastanza la nostra terra per dedicare ad essa l'impegno, lo studio,
la volont di crescere e migliorarla.
Perduta la speranza di amare e di soffrire, non rimane che la giungla.
Forse  una forma di saggezza per uscire dalla congiura ossessiva dei
sentimenti. Si dice che i vecchi semplificano i sentimenti e i rapporti con
gli altri per la saggezza di essersi liberati dalle passioni.
Il pensiero torna l nell'ombra degli ulivi: una fetta di pane raffermo, un
pezzo di formaggio pecorino, un sorso d'acqua dalla vozza e l'alba sul
mare. Diventare vecchi senza aspirazioni; vivere cos, come un fatto naturale.
Sono solo: il dolore si  trasformato in pazienza e la pazienza mi riporta al
reale.  mezzanotte, in casa tutti dormono, penso a domani che sar un altro
giorno.
Nel rinnovarLe il mio grazie per il buon viatico che tanti anni fa
ebbe a darmi cordialmente La saluto.

Nicola Cantafora.
di Alfredo e di Francesca Votta
nato a Catanzaro il 19 gennaio 1937
iscritto per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. B
(Registro generale dell'anno scolastico 1950/1951)

Sono passati molti anni
dal tempo in cui frequentavo il nostro liceo "Galluppi". Essere assaliti da
una intensa nostalgia ripensando quei tempi e quell'et,  ben immaginabile,
cos come  dolcemente inevitabile. Tempi, oramai, lontani s; ma tempi, ore,
giorni, momenti, fermi nel misterioso e grandioso ingranaggio che si chiama
memoria. Chi sa far funzionare questo ingranaggio tanto bene da produrre
poesia, narrativa, musica, pittura si chiama artista. Io non sono un artista
e in me la memoria  solo uno strumento per ricordare e, naturalmente,
ripensare.
Questo piccolo quadro nostalgico che ho, modestamente, evocato rappresenta
persone e fatti, a cui mi sento fortemente e sempre legato, anche se lo
scorrere impetuoso della vita ha, ma sempre invano, fatto di tutto perch le
une e gli altri si dissolvessero quasi in una sorta di nebbia invincibile e
impenetrabile.
Di l da tutto ci che ho fin qui detto, per, mi pare giusto e onesto
esternare la mia gratitudine verso maestri e colleghi che, in quel tempo ormai
lontano, mi consentirono, in condizioni oggettive sempre precarie, di
costruire le fondamenta di quella che, forse genericamente, si chiama cultura,
che  fatta di studi, di conoscenze, di giudizi, in una parola, di vita degna
di questo nome, cio adeguata e in armonia con i tempi in cui essa si svolge e
si consuma.
Non mi solletica la rievocazione aneddotica, che  la parte certamente meno
notevole di un periodo cos intensamente vissuto e tanto formativo. Se la
pensassi diversamente, facile mi sarebbe contare e raccontare.  invece
l'attenzione al presente che viene pungolata dalla vostra lettera, caro signor
preside, cos che io, riflettendo sulla notizia che voi comunicate e cio
sulla protesta dei ragazzi di oggi che chiedono, forse invano, laboratori
scientifici e linguistici, non mi sento ottimista e, quindi, di credere (come
voi mostrate di sperare e di credere nel vostro scritto) che noi studenti di
ieri possiamo donare in alternativa ci che gli studenti di oggi inutilmente
chiedono. Ci che voi dite, questa  la verit,  la dimostrazione
che la scuola non sta in cima ai pensieri di chi ha il potere di decidere nel
nostro Paese, perch la scuola  un mezzo ritenuto pericoloso da chi non vuole
il vero progresso sociale del Paese. Un tale discorso diventa addirittura
penoso e drammatico, se si pensa al mezzogiorno d'Italia e, quindi, alla
nostra Catanzaro. La questione meridionale  stata, , e sar sempre e
soprattutto, una questione di cultura. Chi non la vuol veder risolta vorr
sempre che nella nostra societ domini la mediocrit ignorante, con tutto ci
che le  concesso e che ad essa consegue.

Raffaele Notarangelo.
di Libero e di Maria Squillace
nato a Catanzaro il 4 luglio 1937
iscritto per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. C
(Registro generale dell'anno scolastico 1950/1951)

Notarangelo: Presente!
Confesso che man mano che gli occhi scorrevano le righe della lettera, la
curiosit mista alla sorpresa per una missiva del tutto inaspettata, andava
rivestendosi di una certa incredulit ed alla fine, mi si perdoni, venne
insinuandosi anche un pizzico di orgoglio. Certo chi mi stava davanti avr
notato il sorrisetto di autocompiacimento, di cui immediatamente mi vergognai,
uso come sono ad una buona dose di razionale autocontrollo che non mi concede
mai di dare la stura ad atteggiamenti di presunzione: cattiva qualit che,
senza falsa modestia, riconosco e mi riconoscono di non possedere.
D'altro canto, n la polvere degli anni, n l'appannarsi di personali ricordi
potrebbero mai trasformare d'incanto i modestissimi miei risultati scolastici
per sempre fissati nei registri d'archivio.
Ma la lettera mi chiedeva qualcosa che fa parte del tanto di cui ciascuno di
noi dispone e che e il connettivo stesso (mi sia concesso l'uso di termini
familiari) del nostro essere oggi: la Memoria di s.
Per la prima volta per, devo concretizzare sulla carta gli estemporanei e
improvvisi flash che rimescolano nel flusso della nostra coscienza visi e fatti
e suoni e atmosfere di tanti ieri fa, attraverso quel meccanismo automatico di
analogie, di contrasti, di consonanze di situazioni che ripropongono
esperienze passate a sostegno e talora a disdegno di esperienze presenti.
Allora devo fare il punto e mi accorgo, con una certa sorpresa, di non provare
rammarico per gli opachi risultati nel profitto scolastico. Una certa
convinzione di non colpevolezza si  via via, col passare degli anni, andata
rinforzando in quel simulacro di processo che ognuno di noi allestisce per
conto suo, di tanto in tanto, sottoponendovi il proprio passato. Per quel che
mi riguarda, se qualcuno dovesse essere costretto a sedere sul banco degli
imputati questa  proprio la Scuola, non il mio Liceo, ma la Scuola che la mia
data di nascita mi impose di frequentare e quel tipo di classe docente che mi
tocc in sorte, non il mio antico e pure lucido vecchio caro Liceo Galluppi,
con i suoi ampi corridoi, la cui pavimentazione mi ricorda una enorme, non
regolamentare, scacchiera di marmo bianco e nero, con quella fila
di alte porte chiuse, da cui si sciamava al suono di quella adorata campanella,
dotazione esclusiva del bidello Alfieri detto Achille dal pi veloce (sfido
chiunque a usare la dantesca legge del contrappasso con la stessa incisivit
di un giovane studente!).
Talvolta per, si sortiva del tutto impunemente anche dai bassi finestroni
attraverso cui ci giungevano i rauchi clacson delle vecchie Topolino e delle
nuove giardinette, rinforzando l'impressione spiacevole di essere dei
reclusi in detenzione preventiva e in perenne attesa di giudizio. La qualit
dell'ora successiva: storia e filosofia con la zia Bianca, alias Prof. Varano,
o latino e greco, era il motivo principe della mia fuga del tutto temporanea,
perch attraverso lo stesso pertugio rientravo prima del termine delle lezioni.
Ricordo poi una breve introduzione di tipo modulare per una qualsivoglia
interrogazione di letteratura italiana e storia dell'arte e che
immancabilmente suonava: Spirito veramente irrequieto fu quello dell'Alfieri
(o di Leonardo, di Leopardi o di Michelangelo) non tanto per quanto... e gi
con le alte qualit, sempre le stesse, che solo gli uomini illustri sembra
posseggano.
Del resto, le continue e mai scoperte fughe servivano da stimolatore cardiaco,
erano autentiche boccate di ossigeno per il periodico redde rationem delle
interrogazioni alla cattedra o alla lavagna che certo non mi davano scampo e
la cui prognosi era pi spesso infausta.
Una rassegnazione che aveva del sublime, in fondo, mi assicurava una
resistenza feroce alle soferenze scolastiche, perch ero convinto che la
mancanza di un qualsiasi pedigree familiare mi avrebbe pur sempre proibito di
stazionare negli stalli dei cavalli di razza per far parte di quella fauna
scolastica che andava, senza distinzione di specie, dalla crapa al ciuccio
e talvolta nella confusione dei Regni, mi toccava di essere perfino apostrofato
vrocculu o petra e timpa!
Sar stata forse questa mia simultanea appartenenza agli Animali, ai Minerali
e ai Vegetali a permettermi di aumentare le mie capacit di resistenza nel
lungo braccio con la prof. di scienze che tanto a malincuore fu, una volta,
costretta a trasformare un brillante originale due in un grigio anonimo sei.
Intanto per, la mia infaticabile attivit extra scolastica, intendo quella
sportiva, (s perch la palestra esisteva ma solo per l'un - due - passoo!
fianco destr - destr), mi aveva permesso di collezionare allori: colmo dei
colmi ero diventato Campione Nazionale di lotta Greco-Romana, a dispetto della
mia insufficiente conoscenza delle lettere classiche! Credo proprio che il mio
iter scolastico si sia, malgrado tutto, svolto al positivo grazie alla mia
resistenza fisica e psichica; la lotta sul tappeto corroborava
quella vissuta tra i banchi. Ricordo, per esempio, che appena approdato in IV
ginnasio e uscito da una precedente incomprensione piuttosto malconcio
all'interno, risolsi di spianare le difficolt di inserimento con una serie di
scontri di tipo non propriamente dialettico. L'ultimo gong suonava di solito a
mio favore e il gioco fu fatto.
Le continue immancabili sospensioni, le scazzottate fra compagni avevano
convinto professori e preside che ero un cattivo soggetto, mentre la mia
analisi logica mi faceva ritenere di essere l'oggetto sul quale si scaricava
l'azione insistente e corrosiva del verbo docere. Fra le tante, definite di
tutti i colori, ci fu quella che portammo a segno assieme ad altri compagni
quella volta che, esasperato per i continui richiami comparativi col meno
nobile fra gli equini, architettammo di introdurre nella scuola
l'asinello che ogni mattina, di ritorno dai mercati dove aveva trasportato le
solite rape, stazionava presso il cancello sul retro del Galluppi in paziente
attesa del padrone che, intanto, si faceva un bel morzello col solito
quartino in qualche osteria della zona. La cosa non ci sembr infamante o
diffamatoria o smitizzante: erano questi concetti che mal si adattavano agli
studenti di allora; una volta le ragazzate erano niente altro che ragazzate,
oggi  d'uso rivestirle sempre di misteriosi intenti.
Ci sembrava del tutto naturale che l dove c'erano tanti ciucci uno in pi 
passasse inosservato. Aspettammo che le petulanti e civettuole compagne
entrassero dal portone principale e i maschi dall'entrata secondaria
(il femminismo non era ancora alle porte), appunto quella che immetteva nel
lato pi corto del corridoio, accanto alla palestra, per mettere in atto il
nostro piano. Restammo per ultimi e ci tirammo dietro la consenziente ed
ignara bestia, ma avevamo sbagliato i tempi di manovra. La confusione non si
era del tutto placata all'interno della scuola, la seconda campanella
non era ancora suonata e le porte erano aperte nell'attesa di alunni e
professori ritardatari. Lo zoccolo sul marmo produsse il suono di mille
nacchere e per giunta il dannato cominci a scalciare e ragliare cos
spudoratamente che fuggimmo terrorizzati abbandonando le redini.
Furono giorni di grandi promesse di redenzione fatte a me stesso, di grandi
batticuori ogni volta che tentavo di leggere sul viso di mio padre un qualche
sintomo di consapevolezza delle bravate del figlio. Questo mi faceva davvero
star male. Mio padre continuava ad essere l'unico ad avere piena, illimitata
fiducia nel poderoso quoziente intellettivo del figlio, e nella sua grande,
tenerissima ingenuit non riusciva a capire perch il concetto che lui aveva
di me non collimava mai con quello dei miei professori.
La sua ostinazione era pi forte della mia: suo figlio doveva uscire da quella
scuola!
S, mi sarebbe dispiaciuto addolorarlo ancora una volta.
Feci tante scorpacciate di sole e alla fine rientrai. Erano trascorsi due soli
giorni, un mio compagno si divertiva a ripetere il verso di un uccello con un
richiamo di metallo nella bocca, in fila tutti allineati e coperti
all'uscita.... chi poteva essere lo screanzato?
Notarangelo Raffaele, II liceo sezione C anno scolastico 1953/54. Giorni tre
di sospensione! Ma la Scuola non era una snervante partita a scacchi fra la
cattedra ed il mio banco, era anche tante altre cose: travasi di umana
solidariet, sfoghi di libert fra compagni, scoppi di allegria prorompente,
sboccio di amori sconvolgenti ritmati dal pulsare scombinato del cuore per uno
sguardo pi intenso, o una carezza rubata di soppiatto, messaggi segreti fra
le pagine di un libro imprestato per finta, convinte promesse di eterna
fedelt (una perfino mantenuta!), attese snervanti di scrutini,
assalti al prof. di Religione, il quale di segreti manteneva solo quelli
confessionali, e rimaneva impunito per la violazione del segreto professionale.
Il dipanarsi confuso di questi miei ricordi non puo certo permettermi di
vestire i panni di Catone il Censore, faccndomi assumere atteggiamenti di
falso paternalismo con gli studenti di oggi. Penso che la Scuola in quanto
tale non sia mai stata molto amata dai giovani se non dopo che questi ne sono
usciti per sempre.
I motivi di sciopero sono certo cambiati, e al fatto patriottico di Trento e
Trieste dei primi anni '50, si sono sostituite le richieste di svecchiamento
dei contenuti e di compartecipazione degli alunni alla vita della Scuola che
hanno caratterizzato gli anni '70. E ora eccoci alle istanze di ammodernamento
delle strutture da parte dei ragazzi dell'85, alla loro pressante richiesta di
una scuola finalizzata all'inserimento nel mondo del lavoro. Ai giovani
potrebbe sembrare artificioso ed incongruente studiare le lingue in vitro
pi di quelle in vivo e, comunque, ritengono giusto sostituire i
logoranti calcoli mentali e le razionali deduzioni con il semplice ticchettio
digitale del computer. Personalmente non ho riserve di alcun genere, anzi
sarebbe auspicabile che i giovani non perdessero quest'ultimo treno, ma sono
anche dell'avviso che l'insostituibile strumento TESTA possa evitare un
probabile degradante condizionamento del tipo 1984 prossimo venturo, per cui
mi auguro che saldamente resistano e Latino e Greco con Storia dell'Arte e
Filosofia, perch continuino a dare alle generazioni che si inseguono il senso
ed il valore della tradizione che non consente la perdita di quella identit
culturale e storica che, saldando ognuno di noi alle proprie radici, fissi nel
cuore e nella mente l'indelebile imprinting del popolo cui appartiene.
 per questo che, tutto sommato, riconosco che i miei cinque anni di Liceo
sono il punto chiave della mia formazione umana, ancorch non culturale. Ma
quanti altri meno resistenti sono stati costretti dalla Scuola a perdersi la
Scuola stessa!
Certo la Scuola non potrebbe esaurirsi nella interpretazione di una terzina di
Dante o nella soluzione di un problema.
Andare a scuola  imparare a vivere a proprie spese, e imparare a discriminare
fra varie possibilit,  apprendere la costanza della lotta per, e talvolta
contro, la qualit di vita che Loro ti offrono,  assaporare il successo che
tu lentamente hai raggiunto senza barare,  continuo confronto con s e con
le proprie capacit,  infine non demordere mai e comunque.
La Scuola  l'inesauribile vivaio da cui, attraverso inspiegabili metodi, la
vita operer, (molto spesso senza la firma dei professori) il suo
inappellabile scrutinio finale.

Giuseppe Critelli.
di Raffaele e di Maria Custo
nato a Tiriolo il 14 settembre 1937
iscritto per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. C
(Registro generale dell'anno scolastico 1950/1951)

I miei studi ginnasiali e liceali,
compiuti nel Liceo Ginnasio "P. Galluppi" di Catanzaro, risalgono al periodo
1951-1955.
Erano gli anni della ricostruzione e dei sacrifici, ma anche gli anni
dell'entusiasmo e delle speranze. Il ricordo, ora triste ora lieto,  sempre
vivo.
Nel clima di generale disagio proprio del tempo, un sentimento di mestizia
suscitavano in me quei compagni pendolari che raggiungevano tutte le mattine
la scuola da un paesino lontano, dove facevano ritorno nel tardo pomeriggio o
in serata. Costretti a svegliarsi all'alba, arrivavano in classe infreddoliti e
stanchi, dopo un viaggio di ore in treno o in corriera. Il loro pranzo
consisteva in una merenda consumata alla stazione ferroviaria o dell'autobus;
il loro studio si svolgeva in gran parte durante il non comodo tragitto. Quei
ragazzi, dall'aria spaurita e con i libri unti, costituivano per
me - privilegiato dall'abitare con la famiglia a qualche centinaio di metri
dalla scuola - un mirabile esempio di sacrificio e di volont. Altri
disponevano di una fredda camera in una pensione; qualche fortunato alloggiava
nel Convitto annesso all'Istituto, privo comunque del calore familiare.
I ricordi lieti sono legati alle amicizie profonde nate fra quei banchi, alle
gite al mare o in Sila, alle emozioni di un flirt.
L'atmosfera era austera: i professori incutevano rispetto (se non timore) e le
rare visite del preside in aula generavano - non soltanto in noi ragazzi, ma
sovente anche nel professore - una tensione quasi mistica. Gli stessi bidelli,
con l'eccezione della solita vittima delle nostre cattiverie, erano guardati
con diffidenza in quanto potenziali delatori.
Il rapporto con i professori, ben lontano dal cameratismo che cos spesso
caratterizza l'odierna relazione docente-discente, era difficile: il dialogo,
pressoch inesistente, era condizionato dall'atteggiamento di costante
distacco del primo e dal conseguente stato di soggezione del secondo.
L'autorit del preside e dei professori veniva riconosciuta per dogma e le
manifestazioni di intemperanza erano eccezionali.
Il profitto era l'obiettivo del corpo docente, il giudizio dei professori la
maggiore preoccupazione del ragazzo e della famiglia, la raccomandazione
pressoch sconosciuta, il compagno raccomandato bollato come sleale. A
prescindere dal solito irritante secchione, i pi brillanti godevano del
riconoscimento e dell'ammirazione generale ed un sano spirito di emulazione
stimolava a far meglio.
Ovviamente, importanza preminente veniva attribuita alle discipline classiche,
non essendo stata ancora coniata l'espressione lingua morta. La scelta degli
studi classici - a quel tempo considerati studi di lite - era generalmente
motivata dalle tradizioni familiari.
I liceali degli anni cinquanta non mostravano certo l'emancipazione degli
studenti delle generazioni successive ed accettavano supinamente l'impostazione
rigorosa, caratteristica della scuola di quel tempo. Non esistevano, in
compenso, le degenerazioni manifestatesi parallelamente alla emancipazione del
giovane: l'autogestione dei programmi didattici, il sei politico, gli scioperi
abusati, la violenza erano, infatti, sconosciuti.
I soli scioperi di cui ho mcmoria trovavano una motivazione patriottica,
essendo relativi alla questione di quel territorio di Trieste, la cui
amministrazione era affidata agli anglo-americani. Risale al 1954, infatti,
il memorandum d'intesa che annetteva alla Italia la zona ad ovcst della
linea Morgan. In occasione di quegli scioperi la partecipazione era corale,
il tricolore il simbolo dci cortei, Trieste libera lo slogan.
La disciplina era ferrea e durissime erano le sanzioni per qualsiasi
manifestazione di intemperanza. Ricordo, a tale proposito, un episodio che pu
dare contezza dell'autoritarismo di quella scuola: un episodio che
l'ingiustificato rigore trasform da semplice espressione di vivacit in un
atto da punire severamente. Si era in palestra ncll'ora di educazione fisica;
alcuni di noi, approfittando di un momento di distrazione dell'insegnante,
accerchiarono un compagno con il proposito di privarlo degli indumenti. Era,
insomma, un gioco innocente che sicuramente non sarebbe stato portato a
compimento, ma che la reazione emotiva del malcapitato fin con il conferirgli
i connotati dell'atto violento e indecoroso. Si tennero numerose riunioni
del Consiglio dei professori e si minacci un severo provvedimento disciplinare
per l'intera classe. Dopo una settimana di clima da inquisizione, i tre autori
del fattaccio, rei confessi, subirono una sospensione di ben 15 giorni.
A parte questo limite, nella scuola di allora si respirava aria di seriet e di
impegno.
La continuit delle lezioni era garantita, le strutture erano adeguate alle
esigenze, i professori, erano, in generale, degni del ruolo che ricoprivano.
Il senso del dovere, a quel tempo diffuso, era comune nella classe docente, e
la specifica preparazione dei singoli professori era stata sottoposta al vaglio
di un concorso nazionale altamente selettivo. Non meno di due lustri ci
separavano dall'ondata di demagogia e dalle cosiddette sanatorie, che avrebbero
portato alla immissione in ruolo ope legis, di docenti non sempre all'altezza
del compito. E fu motivo di sgomento - per me che serbavo il ricordo di una
scuola seria e severa - l'esperienza vissuta nei primi anni settanta, quando,
designato a presiedere una commissione per gli esami di Stato, toccai con mano
la scarsa preparazione della stragrande maggioranza dei maturandi
(che peraltro tutti conseguirono il diploma in una unica sessione) e il clima
di lassismo che si era andato affermando.  auspicabile che
l'esigenza - fattasi strada di recente - di recuperare i perduti valori e di
restituire alla scuola la sua nobile quanto vitale funzione trovi presto uno
sbocco concreto, nonostante le difficolt derivanti dalle ormai radicate
abitudini da una parte, dai complessi problemi che la realizzazione di
una scuola moderna comporta dall'altra. Codesta esigenza trova chiara
espressione nella protesta dei ragazzi dell'85, fenomeno che tuttavia induce
ad amare considerazioni. Non  certo rasserenante che una scuola efficiente e
funzionale, quale la classe politica non  stata in grado di dare, venga
rivendicata dal senso di responsabilit dei giovani; ed  sconcertante la
tiepida posizione assunta nella circostanza dagli Organi di Governo, se
paragonata alla strumentalizzazione che caratterizz la contestazione
sessantottesca degli studenti universitari. In quella occasione, in cui la
protesta era fondamentalmente intesa a distruggere, l'atteggiamento della
classe politica, improntato al permissivismo quando non alla complicit, fu il
determinante primario della crisi nella quale l'Universit italiana
tuttora si dibatte; le rivendicazioni dei ragazzi dell'85, ancorch genuine e
legittime, non sembrano, al contrario, aver trovato adeguate risonanza e
risposta.
L'industria libraria di quegli anni, stante le modeste risorse economiche e
tecniche, non era certo fiorente. I libri di testo non sempre erano
disponibili, e non di rado il medesimo volume, ereditato dal fratello
maggiore o ricevuto in prestito, veniva utilizzato da pi generazioni di
studenti. Traevano vantaggio, da tale situazione, i ragazzi pi intraprendenti
i quali puntualmente, all'inizio di ogni anno scolastico, davano vita nel
piazzale antistante la Scuola al baratto e alla vendita clandestina di
libri usati, il prezzo era tanto pi alto quanto meno reperibile il volume e
quanto pi importante la materia in esso trattata, il ricavato, che i meno
abbienti investivano nell'acquisto di un nuovo libro, veniva spesso impiegato
in spese futili, il tutto all'insaputa dei genitori, essendo considerato un
delitto disfarsi dei sacri testi.
Codesta nota di colore, che sta a testimoniare le non floride condizioni del
tempo, spinge a riflettere sulla situazione odierna, contrassegnata dalla
abbondanza di testi scolastici.  infatti legittimo sospettare che l'adozione
di testi sempre pi nuovi, pur giustificata dalla necessit di un costante
aggiornamento dei metodi di insegnamento, possa non tanto essere motivata da
effettive esigenze culturali e formative, ma rispondere ad una logica
meramente consumistica, finendo col soddisfare l'interesse
dell'industria piuttosto che quello dello studente. D'altra parte, la
tumultuosa immissione di nuovi testi nasconde l'insidia della non attenta
valutazione della qualit del testo stesso, autorizzando a volte a rimpiangere
i tempi andati, quando un volume, pietra miliare delle biblioteche familiari
e scolastiche, costituiva un riferimento imprescindibile nella formazione
culturale di pi generazioni di giovani.
Quanto a noi ragazzi, certamente meno maturi dei liceali di oggi, non
possedevamo la moto elegante o altri emblemi della societ opulenta. Credevamo
fermamente, tuttavia, nella funzione culturale e formativa di una Scuola che,
a sua volta, mostrava di meritare tutto il rispetto che si deve ad una
istituzione capace di assolvere il proprio compito.

Roberto Giglio.
di Antonio e di Ida Pinto
nato a Catanzaro il 16 novembre 1937
iscritto per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. C
(Registro generale dell'anno scolastico 1951/1952)

Il tempo, si sa,
sbiadisce i ricordi, ma alcuni di essi, nitidi nella memoria, resistono al
naturale invecchiamento, anzi si tingono di colorazioni pi vivide ed allora
riviviamo, attraverso i figli, momenti e situazioni dei nostri 15-20 anni con
la insinuante sensazione, calda e raggelante, che si siano verificati solo
ieri.
 il momento del: come eravamo!
Il primo ottobre era, ricordo, un appuntamento irrinunciabile; dovevo essere
puntuale all'apertura del vecchio portone: dal tempismo mio e di pochi altri
dipendeva la riuscita di quella sollevazione quasi generale che sfociava nella
invocazione collettiva: Pa-sse-ggia-ta, pa-sse-ggia-ta!.
Dal sincrono, dal tono e dal volume, dipendevano i tempi di capitolazione del
preside: invariabilmente cedeva; blaterava, surmuniava, ma cedeva.
Se il buon giorno si vede dal mattino, si pu capire che quel giorno era il
primo di una serie non certo esaltante dal punto di vista scolastico. Fra
l'altro sulle mie spalle, di per s esili, gravava la responsabilit del nome
(mio padre e mia zia professionisti affermati, quest'ultima per di pi gi
docente severa ed inflessibile nello stesso liceo e poi preside dell'Istituto
Magistrale) e quindi il pericolo di comprometterne l'immagine; da qui la
necessit di evitarlo (secondo me) nell'unico modo possibile: aggirare
l'ostacolo salando la scuola.
Era un p la tattica dello struzzo, o meglio la tattica di chi il coraggio non
se lo vuol dare. Evidentemente, per, una volta le assenze furono tante che
il professor Peppino Scalzo si vide costretto ad ingiungermi di tornare a
scuola accompagnato.
Scartata l'ipotesi di informare i genitori (con loro come con gli insegnanti
il rapporto era lo stesso: paura e timore riverenziale), decisi di rivolgermi
al cocchiere di mio padre al quale chiesi di accompagnarmi e di presentarsi
come mio zio.
L'espressione del professor Scalzo, gi titubante, si apr in un sorrisetto
significativo e mortificante non appena il suddetto apr bocca. Quel
Vai a posto, mascalzone!, che sferzante gli usc di bocca, fu pi incisivo
di qualsiasi altro provvedimento.
Perch allora le parole non ci scivolavano addosso: erano, ma ancora non lo
sapevamo, la guida ad un futuro tutto da costruire quando fosse arrivato il
momento di chiudere quella parentesi di scanzonata goliardia e di entrare a
far parte dell'universo serio degli adulti.
Come gi accennato, i rapporti con gli insegnanti non erano dei pi idilliaci,
n, tanto meno, potevano esserlo tra loro e me, tutt'altro che alunno modello.
Il professor Mastroianni aveva l'abitudine di chiedere, a fine anno scolastico,
come noi stessi pensassimo che sarebbe andata a finire. Quando, interpellato a
mia volta, risposi al suo: ... e tu, Giglio?, con  ...filosofia!, mi guard
con sussiego e disse: Ti prendi solo filosofia?, ed io: Mi resta solo
filosofia!.
Ferito nell'onore resistetti ai suoi reiterati, seppur tardivi tentativi di
farmi riparare e, naturalmente, mi portai ad ottobre filosofia.
Da quel braccio di ferro, da quelle parole pi sottintese che dette, doveva
scaturire un rinnovato rapporto di reciproca stima che si consolid nei
restanti anni di scuola e dura ancora oggi, intatto, a dispetto dei capelli
bianchi di entrambi.
Fallita la prima volta la maturit classica, devo dire non solo per colpa mia
ma soprattutto di una commissione a dir poco proibitiva che l'allora
commissario interno non riusc a neutralizzare pi di tanto, dopo un'estate
trascorsa faticosamente, preoccupato pi che altro di nascondermi alla vista
degli altri, ignorando il Corso e privilegiando i vicoli, mi ritrovai, l'anno
successivo, in una classe formata esclusivamente da ripetenti.
Oggi un simile serraglio sarebbe irrazionale ed inammissibile, allora era quasi
scontato, come filtrare il vino buono e raccogliere tutti i residui che
potrebbero inquinarlo in un unico contenitore dove, immancabilmente, diventer
aceto. Fu cos che io e gli altri diventammo la legione straniera.
Di quell'anno mi resta chiarissimo il ricordo del professore Mazzei: era
arrivato a sanare una situazione ai limiti dell'impossibile, era riuscito ad
appassionarci alla sua materia e mi aveva regalato la sua stima.
Per tutti questi motivi non avrei mai voluto che quel giorno il gessetto,
lanciato durante la spiegazione al compagno del primo banco, lo cogliesse in
piena fronte nell'attimo in cui si girava.
Fu un momento penoso che ancora oggi inconsciamente vorrei rimuovere; la
traiettoria di quel gesso fa parte dei miei interrogativi rimasti senza
risposta se si pensa che, tuttora, con quattro arance o quattro mele lanciate
in aria ed afferrate al volo, riesco a catturare l'attenzione dei figli,
spettatori esigenti, abituati come sono agli stimoli ed alle meraviglie di
questi anni.
E finalmente mi congedai dalla scuola, ignaro che, di l a poco, avrei ripreso
a frequentarla, e questa volta con assiduit quasi meticolosa, per accompagnare
e prelevare quotidianamente, per cinque lunghi anni, quella che poi sarebbe
diventata mia moglie.
L'unico modo che avevo di starle accanto e parlarle mi veniva proprio dal
vecchio liceo, un tempo teatro ed oggetto di lotta, ora alleato e complice,
addirittura paraninfo.
Se oggi mi imbatto, dopo quasi trenta anni, in qualcuno di quei legionari,
mi accorgo del loro disorientamento nel ritrovarmi in toga e tocco; io stesso
non l'avrei detto: eppur succede!

Maria Russo.
di Giuseppe e di Domenica Carmela Castorina
nata a Catanzaro il 27 novembre 1937
iscritta per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. B
(Registro generale dell'anno scolastico 1950/1951)

Socrate e la verit
Annunciato dall'inconfondibile passo che egli stesso, con una punta di
compiacimento, suole definire marziale, entra in aula il prof. Sebastiano
Madia, docente di Latino e Greco nel corso B. Ripete con una sorta di rituale,
i gesti di ogni giorno: appena varcata la soglia, alza il braccio destro e
preme l'interruttore della corrente elettrica, ci sia o no bisogno di luce, si
accomoda dietro la cattedra, apre la borsa, ne estrae una penna stilografica
anni 40, nera, firma con molta foga il giornale di classe e, guardandoci con
quell'aria tra l'ironico e il sarcastico, si accinge a consegnarci i compiti
svolti in classe, i nostri lavori,.. pardon... capolavori che, essendo legati
col fiocco, sono con i fiocchi. E slega religiosamente il laccetto
che tiene uniti i fogli in questione.
Restiamo tutti con il fiato sospeso: prima silenzio assoluto, poi qualche
timido borbotto, quindi qualche commento pi percettibile, a voce bassa.
Venuta in possesso del compito, con molto stupore non vi leggo il solito,
ingombrante giudizio, ma un Cfr. Spinoso, che non mi convince affatto.
Chiamo Giovanna, le chiedo il suo compito e qui leggo un giudizio completo,
non un Cfr. Russo, come, per amor di giustizia, mi aspetterei. Sento che sto
per esplodere, perch so in piena coscienza, di non aver scambiato una sola
parola con Giovanna e quel Cfr. Spinoso ha il sapore di una condanna
ingiusta, di una violenza che non sono assolutamente disposta a subire.
Chi  della mia generazione e ha come me frequentato il Galluppi ricorder,
senza dubbio, il prof. Madia e sa bene come non si avesse modo o possibilit
di contestarlo; offesa nell'orgoglio, io non mi lascio intimorire e, gi sulla
barricata di un '68 avvenire, col foglio in mano esco dal banco e mi avvio
verso la cattedra. Con voce non molto ferma chiedo al professore il perch del
sibillino giudizio, gli spiego, con tutta l'eleganza possibile, che forse ha
preso... un abbaglio, che non ho copiato, che, per favore, riveda un po' il
suo parere. Sono disposta - gli dico - a rifare un compito da sola, chiusa in
un'aula, dichiaro che, modestamente, con il latino ho una certa dimestichezza
(e i risultati, sino ad ora, possono confermarlo!); il professore mi
guarda, rosso in viso, strabuzza gli occhi, alza la voce, batte i pugni sul
tavolo, minaccia, mentre la classe trattiene il respiro e assiste alla scena,
interrogandosi su come andr a finire. Mi sento tanto una Giovanna d'Arco, non
disposta, per, a perire tra le fiamme del rogo. E urlo pure io, pi del
professore, al quale grido con solennit: Lei parla, stando in cattedra, di
giustizia, onest, diritto; ebbene,  proprio sulla cattedra che Lei calpesta
e diritto e verit e giustizia.  una frase che mi piace,
che pronuncio con tutta me stessa, perch credo di colpire nel vivo il mio
avversario.
Oggi quel calpesta, detto con tanta foga, mi fa sorridere, ma, allora, mi
pareva rendesse bene la misura dell'uomo e della situazione.
Espulsa dall'aula, con gravi minacce di sanzioni disciplinari mai arrivate!,
esco fuori dalla porta e me ne sto eroicamente nel corridoio, esibendo,
davanti a bidelli, studenti, professori di passaggio, il mio coraggio e la mia
determinazione.
Qualche giorno dopo, lezione di greco: solita scena, soliti gesti, c' aria di
interrogazione... ma, inaspettatamente, il prof. Madia detta un tema di
letteratura, da svolgere in meno di un'ora. Si tratta - dice - di dare una
prova di intelligenza, sensibilit, velocit, preparazione; il migliore lavoro
sar premiato. La traccia : Socrate e la verit.
Comincio a scrivere di getto, difendendo, nella verit socratica, la mia
verit, sottolineando nella prepotenza dell'accusatore Anito, quella, pi 
contingente, di cui io sono vittima. Consegno il lavoro in silenzio, senza
degnare di uno sguardo il mio nemico.
Il giorno dopo, in un'atmosfera solenne da premio Viareggio, il prof. Madia
comunica alla classe che  entrata nella rosa dei vincitori, aggiudicandosi il
primo premio, l'alunna Russo che ha dato prova di sensibilit, preparazione,
intelligenza, velocit etc. etc. e, quindi, mi consegna il premio: un suo
saggio intitolato: La fonte del Cantico delle Creature, su cui appone il suo
inconfondibile autografo.
In quel momento sono felice, sento che ho vinto, non la prova di letteratura,
ma la guerra col prof. Madia.
Pi tardi, con maggiore serenit, capir meglio il senso di quel premio, anche
se, leggendo pi di una volta il saggio, non sono mai riuscita a comprendere
come Omero possa essere stato la fonte di S. Francesco d'Assisi.
Oltre al senso del premio ho per capito, col passare degli anni, tante altre
cose del prof. Madia, per esempio i suoi deliri su Catilina, i suoi
appassionati sfoghi contro i reazionari di ogni tempo che definiva critici
maligni che, come uccellacci di cattivo augurio, se ne stanno appollaiati in
sulle cime degli alberi...
Erano i tempi difficili della ricostruzione, dei perbenismi, delle note
scomuniche: parlar chiaro poteva essere un suicidio. Da qui l'andare,
apparentemente senza senso, per metafore, per lazzi, per sfoghi incontrollati:
un modo non certo ortodosso di educare, ma unica alternativa per non correre
il rischio di dover ingurgitare la cicuta!
La rievocazione di un momento importante della mia giovinezza mi richiama alla
memoria altre situazioni, altri momenti, legati a quel magico Liceo Galluppi,
che mi  rimasto sempre nel cuore.
Rivedo la mia classe, le mie compagne, come me in grembiulone nero e colletto
bianco di piquet, i compagni in giacca e cravatta, che, alla fine delle
lezioni, passeggiando sul corso Mazzini, ci davano con galanteria la destra.
E rivedo, tra i primi banchi, Veva Giordano, che da qualche anno non  piu tra
noi. Molti, ex liceali di quel tempo, viviamo ormai da decenni lontani da
Catanzaro e abbiamo fatalmente perso ogni contatto. Con la scomparsa di Veva
ci siamo miracolosamente ritrovati, risentiti dalle varie citt d'Italia,
riuscendo a riallacciare i fili interrotti di una trama che  parte di noi.
La stessa trama che mi ha dato il coraggio di trascrivere questi ricordi.

Giovanni Le Pera.
di Alfonso e di Iole Menichini
nato a Catanzaro il 6 gennaio 1938
iscritto per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. C
(Registro generale dell'anno scolastico 1952/1953)

Ottimo preside,
tra i tanti temi, tutti suggestivi, della sua lettera agli ex studenti del
"Galluppi" scelgo, non senza il Kierkegaardiano sacrificio del non scelto,
quello dei giorni di scuola trascorsi... nella massa dei molti vocianti per
le strade aperte sulle piazze battute dal vento.
La generazione di studenti degli anni dell'impero e della guerra aveva fatto
risuonare, anche nelle strade e nelle piazze di Catanzaro, gli inni e i cori
che celebravano i fasti del regime, ma forse allora tutto si concludeva
sostituendo, per un'ora, al docente pi o meno convinto, che dalla cattedra,
con flebile voce, dispensava il verbo, il gerarca in divisa che, dal balcone
di Casa Littorio in via Cappuccini, tuonava la sua fede.
La generazione di studenti, che segu la mia, ebbe anche le sue masse vocianti
che, prima di contestare, chiesero di pi , lungo il corso e sotto il balcone di
palazzo Santa Chiara per poi sciogliersi rapidamente, chiamate dalla troppo
vicina Villa Trieste ad una breve vacanza.
Noi della met degli anni '50 ci ritrovammo insieme, con il consenso dei
professori ed anche del preside, nelle strade e nelle piazze per
un'indimenticabile lezione che non veniva dalla cattedra, che non si esaur
in una giornata di non scuola, che non ebbe docenti e discenti, ma che da tutti
fu assimilata e condivisa come lezione di vita.
Il "Galluppi", in quei giorni, ci insegn ad amare di pi la nostra libert e
a solidarizzare con il popolo d'Ungheria in lotta per conquistare la sua.
Quell'autunno del 1956 era iniziato benissimo, non soltanto perch questa
stagione  la pi splendida nella nostra regione, l'aria si riempie di colori,
di immagini nuove dopo il sole infuocato di settembre, ma anche perch era
l'ultimo autunno di liceo per noi del terzo; poi, ci sarebbe stata la
meravigliosa avventura dell'universit, il cuore pieno di promesse,
probabilmente anche di illusioni, ma non importava.
Intorno a noi serenit, gaiezza, speranze, quanti ricordi suggestivi!
Poi, improvvisamente, questa atmosfera in quei primi giorni di scuola si turb.
No! non per il tempo che continuava ad essere splendido, ma per notizie
minacciose, per nuvole di inquietudine che si addensavano nell'aria. I primi
comunicati radio (non c'era ancora la televisione); gli strilloni sul corso
Mazzini (ce n'erano allora) si udivano nelle aule specie quelle pi austere,
profonde, poste vicino alla gran via: L'Ungheria  in fiamme... gli insorti
ungheresi si ribellano...! I sovietici lasciano Budapest....
In quegli stessi giorni la Francia e l'lnghilterra con un colpo di coda del
morente colonialismo avevano mandato truppe aviotrasportate nella zona di Suez
per colpire l'Egitto di Nasser che aveva nazionalizzato la Compagnia che
gestiva il canale.
Sembrava imminente la guerra, quante apprensioni!
Gruppi di curiosi, cittadini lungo la strada, i pi numerosi davanti al negozio
di Gigino Mustari, un mago degli elettrodomestici, che aveva installato un
grosso amplificatore sul marciapiedi adiacente il suo negozio accanto al
Colacino (angolo di indiscussa catanzaresit) per poter sentire meglio i
comunicati radio, ormai frequenti.
Ma l'attenzione era pi concentrata sui fatti di Ungheria, c'era una scelta di
libert.
Ecco uno dei primi comunicati: Marted, ore 18, a Budapest alcune migliaia di
studenti hanno organizzato una manifestazione in onore di Petoefi (l'eroe
nazionale).
La dimostrazione, come si seppe pi tardi, era stata tutt'altro che pacifica.
Gli studenti avevano gridato Via i russi e vogliamo Nagy al governo, per
poi prendere subito le armi!
Comunicati sempre piu drammatici, migliaia di morti, decine di migliaia di
feriti. La repressione durissima.
La solidariet fu immediata, ma espressa come poteva essere manifestata da noi,
distanti migliaia di chilometri, con dimostrazioni spontanee. Parteciparono
tutti, studenti e docenti, di tutte le componenti intellettuali e politiche.
Anche i comunisti. Per questi, quale sia stato il primo colpo, in ordine
cronologico  difficile dire, perch in realta non mancarono fatti ed episodi,
che ad un vaglio critico anche sommario apparissero poco in armonia con il
quadro che le sinistre ancora frontiste ci venivano dipingendo della vita
sovietica o della vita dei satelliti di Mosca (allora cos si diceva).
Ma come? Operai e studenti, che avevano avuto la fortuna di essere sottoposti
all'illuminato governo di Piek, e vivevano in un Paese liberato dalle vergogne
e dallo sfruttamento capitalistico, si ribellavano con le armi in pugno ai loro
governanti, in uno stato di evidente esasperazione, che li spingeva a sfidare
la morte affrontando i carri armati sovietici? Non si era mai inteso di
sollevazioni del genere in Paesi come l'Inghilterra e gli USA, gli Stati del
Nordeuropa, nei quali pure l'oppressione dei ceti privilegiati sulle masse
lavoratrici era, a detta di radio Mosca, spietata e pesante.
Milioni di spiriti semplici avevano creduto veramente che i consensi di cui
appariva circondato Stalin fossero davvero spontanei e genuini, che Stalin
non fosse un dittatore nel senso classico della parola, che il regime
staliniano fosse il regime pi alto e perfetto di democrazia che fosse mai
esistito.
Poi vi fu il rapporto Kruscev con le rivelazioni delle ignominie trentennali
dello stalinismo. Tuttavia, se il colpo della destalinizzazione fu grave, non
manc un tentativo di riparo indubbiamente grossolano, ma non privo di
efficacia su masse popolari poco educate all'esercizio delle facolt critiche.
Fu coniata la teoria del regime che migliora se stesso, senza esservi spinto
da nessuno, per intima organica capacit di emendare i propri difetti. Fu un
altro errore. Perch nelle drammatiche giornate di Ungheria, che ci avevano
allontanati dalle aule scolastiche per pi giorni protesi in incessanti cortei
di protesta, si era visto un governo comunista isolato in mezzo ad un popolo
irriducibilmente nemico e deciso a tutto; non aveva trovato operai, n
contadini, n studenti disposti a difendere quello che chiamavano
il potere popolare: un potere tanto poco popolare, tanto impopolare, che
sarebbe stato sommerso a furore se in suo soccorso non fossero intervenute le
forze militari sovietiche.
Sinceramente in quei giorni cos drammatici ricordammo Kossuth, Teleki,
Stefano Turr, Tukory, ed altri ancora patrioti magiari dell'800 che tanto
avevano contribuito all'Unit d'Italia, versando il loro sangue. Alcuni
indicavano che a Roma una testa calda di destra tal Gentili arruolava
volontari che avrebbero dovuto aiutare gli Ungheresi con le armi! Qualcuno di
noi sogn, solo sogn la romantica avventura.
Indro Montanelli scriveva da Budapest, ormai assediata da carri armati russi
ed in preda alle fiamme, che i sogni muoiono all'alba. Fu poi il titolo di
un suo lavoro teatrale che ebbe molto successo. Poco dopo svanivano anche le
nostre emozioni e la Perestrojka era ancora tanto lontano.

Giuseppina Cipollina.
di Domenico e di Adriana Marani
nata a catanzaro il 26 marzo 1938
iscritta per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. A
(Registro generale dell'anno scolastico 1951 1952)

 un perentorio quanto tenero invito
alla memoria quello di Ezio Galiano, preside del nuovo Galluppi!. Un invito
a cui, per misteriose quanto non approfondite ragioni del cuore, non avevo
finora aderito, quasi, la mia, inconsapevole difesa dalla liturgia dei
ricordi e dal loro dolciastro sapore di cose passate, finite.
Soffermarsi a ricordare  ritrovare, dolente, il sentimento della perdita,
dello scacco, della sconfitta; cos come inevitabile , nel ricordare, il
rischio di scivolare nella retorica del sentimento e lasciarsi invischiare
nella nostalgia di quello che fu l'irripetibile periodo nell'et biologica
del sogno. Pure, a volte, superando disagi e pena, necessita guardare
indietro nel tempo e farlo con uno sguardo obiettivo, proprio per non
castrare la memoria
...castrare la memoria  negare la storia.
 reinventare segni
al di l delle regole del gioco...
 facile sorridere di radici-memorie
delle fotoricordo - subiamo ancora il fascino
di false ricorrenze: date cannibali
e noi tenero pasto. Fotoricordo:
imbarchi clandestini; montare pezzo a pezzo
ci che ci fu espropriato.
Castrare la memoria
 esorcizzare pena con pena.  indurre
a improbabili esche di vento
con promesse di mari tardivi. Solo
l'analisi spietata propone alla ragione
lo spazio aperto per un consuntivo:
rispolveriamo quindi gli schedari
i ritratti le veglie
tempi luoghi reati ed orme minuziose.
E parliamo di noi: realizzeremo un senso di concreto
anche
se il cielo si rovescia
su povere pedine malgiocate.
Ed allora, c'era una volta il vecchio Liceo Galluppi. E c'erano una schiera
di vecchi ragazzi, o meglio di ragazzi oggi invecchiati, allegri esuberanti,
alcuni, timidi introversi, altri. Ma tutti aperti, proiettati
a una avventura assorta
ad aironi compagni
gentile concessione alla piet di vivere.
Oggi che
la luna mansueta rinnova messi e date
tocca
le corde di chitarra e il midollo del legno
buffoni saltimbanchi ed eroi
hanno elmi di carta
fieri cuori di latta...
Contabili e profeti
gi tirano le somme
danno inizio al processo...
Ho davanti a me - letto riletto con tenerezza con dolore, con allegria con
rabbia - questo Vecchio Galluppi con la sua lunga storia di memorie e
lunghe avvolgenti ondate di nostalgia. Ed  inutile negarla ormai
l'aggressione dei ricordi, inutile rifiutare di guardarsi in questo specchio
ambiguo con le sue ripulse e i suoi richiami: la memoria  una sirena dalla
voce ammaliante. Il rischio  che il cuore non regga al suo richiamo.
Gi dalla copertina del volume - edito nel '91 da Rubbettino, un'opera
ponderosa gi nella mole - occhieggia il vecchio portone di quello che fu un
edificio storico, posto nel cuore vecchio della vecchia citt. Il centro
aggiutinante di ogni riferimento culturale e sociale, baricentro, per noi
giovani allievi aperti a ben poche altre esperienze, di ogni umana scoperta.
Ed  facile rivedersi adolescente laddove fermentava l'attesa e l'allegria.
 facile ridiscendere in un inferno caldo che la ragione
nega e che il cuore recupera con strazio felice.
Felicit  strazio, dolore e allegria: sembrerebbero degli inconciliabili
ossimori se la memoria non fosse una diade solo apparentemente oppositiva,
capace di portare con s questa delirante selvaggia gloriosa voglia di vivere
e, assieme, questo senso doloroso e perverso del tempo.
Povera adolescenza, la nostra, Catanzaro quieta, dimessa, qua e l segnata
ancora dalle ferite di un post-guerra austero. Una adolescenza vissuta in
tempi non certo consumistici: adolescenza tenera, per certi versi aspra e
dolorosa - como sa solo esserlo a volte l'adolescenza - i cui spazi furono
occupati, a parte la naturale, direi biologica allegria del cuore, dalla
personale necessit di costruirci: inventarci ogni giorno alla vita. Una
vita misteriosamente lasciata intravedere alla scoperta e al coraggio
individuali. (Allora non si viveva in gruppi - al singolo erano lasciati spazi
e riflessioni - e le mode non coinvolgevano intere generazioni come oggi
intruppate da quell'autentico feroce mostro di segnali comunicativi che  la
televisione). I soli libri, tanti tantissimi libri, letti, divorati con avida
ansia di penetrarla la vita, di conoscerla, seppure con cartacea sapienza, e
per alcuni di noi il cinema che era allora il grande cinema italiano del
neorealismo e la grande commedia sulla societ italiana dei primi anni
Sessanta, ci aprirono squarci favolosi sull'esistenza e sul mondo, lasciando
intravedere e ipotizzare barlumi di altre feste. Qggi so che, inguaribile
cinefila, pi che dagli stessi amatissimi libri - e la carta stampata 
ancora oggi il mio avido indispensabile pane quotidiano - fu dalle immagini
del cinema splendida finestra aperta sul mondo, che appresi insopprimibile
l'amore per le libere trame del pensiero, per i giochi aperti della mente,
squisita resa all'invenzione e alla fantasia che avrebbe poi occupato e
conformato l'intera mia esistenza. Un modo di vivere e di esserci
condizionato da quello che fu l'assunto di Borges, poi fatto mio, divenuto
carne e sangue di una esistenza votata alla parola: la vita reale non
esiste: la nostra storia e la nostra memoria sono popolate di sogni che fanno
parte della realt.
Dunque memorie e sogni quali realt fittizie o forse quali invenzioni reali:
un discrimine sottilissimo che la riflessione a cui mi costringe questo mio
ritorno tra le mura del vecchio Galluppi rende pi sottile, quasi
inesistente.
Adolescenti ignari - dicevo - ma non spauriti di fronte alla
vita, evento misterioso, bellissimo, tutto da rivelare e scoprire nel gioco
delle intuizioni e dello attese (il primo jeans, il primo bacio, il primo
ballo, la prima gita scolastica nel sapore nuovo di una libert del tutto
immaginata). Oggi so che molte intuizioni e molte attese erano illusorie se
non false. La nostra fu una generazione sottoposta a prove durissime:
l'autoritarismo degli adulti (professori e genitori indiscutibili detentori di
ogni verit), le chiusure, le proibizioni, i divieti, i tab. Oggi scopro che
fummo allora espropriati di qualcosa che era nostro, che ci apparteneva e che
non avremmo pi ritrovato con la libert e la capacit a riflettere degli
anni a venire.
Parlo della libera esplosione del cuore, dell'allegria di una distesa
avventura della mente e dell'anima, della disponibilit a godere appieno una
stagione che non sarebbe pi tornata. Oggi, forse, non ci condanna tanto la
nostalgia del tempo passato quanto quella del tempo perduto.
Non fu una guerra santa la nostra
che ci propose i morti senza voce (e i vivi senza voce).
Fu solo una difesa a morsi silenziosi. Rivoluzione
non  il muro di calce
su cui leggemmo dogmi e lezioni
impegni e condizioni - criteri di buona convivenza -
Non alziamo la testa
temendo di vederli dissanguati
i sacri postulati in cui credemmo
e affrontammo la guerra a mani nude
senza decorazioni
col solo passaporto
del cortile d'asfalto sotto casa

Sotto i massi calcinati dal sole
siamo la lunga fila nera di formiche
straziate dai passi del gigante. Pi straziate
quanto pi condannate a una purezza inerme
- feroci castit precostruite di cinture tab-.

E chi ci render i cappelli di pioggia
e canti nella notte
la luna sui fossati
e il sangue caldo all'alito del fieno
oggi che fecondiamo
sotto giri di lune accomodanti
radici incancrenite di un amore spinoso
e seppelliamo foglie e fiori disseccati
nelle pietre tombali?

Adolescenza fervida quanto improvvida.
E mi chiedo se quelle assenze non siano ancora l a gridare la pena della
rinuncia.
...Il gioco. S giocammo a invertire le parti
capovolgendo simboli
coltivammo allegre ferite sul ramo del ciliegio
e una spudorata voglia di vivere.
Ora non c' alchimia
che ci ridia lo scatto, il gioco-rischio
riproponga l'azzardo di una estate da eroi-protagonisti,
salvacondotto
a nomi e segni della Terra promessa....

E parlo di quella Terra promessa che era per noi avventura da vivere. Era la
vita stessa. Fiducia ed energia erano forze vive. Possedevamo il mondo
proprio perch non avevamo nulla.
 questa la verit esaltante quanto amara che lo sguardo all'indietro verso
il portone del vecchio Galluppi mi rivela. Allora era difficilissimo porsi
domande critiche, darsi delle risposte: l'osservanza, il rispetto, fors'anche
il timore verso chi rappresentava l'autorit costituita erano istintivi e
profondi, anche se una naturale e sana ironia spesso ridimensionava
circostanze e figure.
E mi chiedo, costretta da questo mio ritorno, se i professori fossero
allora in effetti tutti all'altezza del compito immane della formazione di
giovani coscienze a loro interamente affidate. Tra i ricordi degli insegnanti
campeggia l'immagine di Cancellieri, il tenero, solido, validissimo
insegnante di italiano del triennio del liceo, poi preside dello stesso
istituto e mio preside, con le sue belle, ampie, intense lezioni di
letteratura, con le sue serene lezioni di vita. Fu Cancellieri (amo chiamarlo
cos, come un vecchio amico con cui avrei voluto intrattenere altri rapporti,
altre riflessioni al di l del sempre formale rapporto scolastico) che
predisse il mio destino di scrittura. Fu lui a stupirsi e indignarsi della
mia scelta scientifica quando, dopo soli quattro anni dalla maturit, tornai
da Firenze, giovanissima insegnante di biologia e chimica al suo liceo. Fu lui
a rallegrarsi, come di un destino compiuto, quando seppe del mio ritorno alla
parola e alla ineludibile fatica della scrittura. A Cancellieri devo molti
dei valori etici e culturali appresi sui banchi del liceo, anche se tanti di
quei capisaldi su cui avevamo fondato motivi di esistenza si rivelarono, poi,
all'assalto dei tempi nuovi, fragili e talvolta utopici.

...pietosamento ci descrissero i tempi dell'inverno;
noi li adornammo di vischio
e bacche rosse. Ed il suono del flauto propose
un rituale scontato di proverbi.
Antiche profezie
sulle tracce gi segnate dal carro
disposero le favole bruciate
sugli altari di veglie crocifisse

 risaputo che molti di noi, nati a cavallo della guerra, a successive e pi 
attente riflessioni, furono costretti a rivedere e ricostruire buona parte
del proprio universo sensibile.

Mi riconosco. Ci riconosciamo (n ci basta la maschera).
Le ombre rannicchiate lungo i muri
a correggere date
cancellare proclami. Ci restano
mani colme di crediti
reperti di innocenza. Invecchiamo
indocili e confusi.
Eppure il nostro tempo
conserva fresche spiagge
aromi di terre dissodate
(......)
E cosa ne facciamo
dei passi irrispettosi della Storia?
Bollati a fuoco da non appartenenza
noi fummo i non eroi, i non partecipanti:
fummo esclusi da tutte le bandiere.
Negati agli epici furori della guerra
e agli incendi catartici sui crolli e le macerie,
persino il sessantotto
ci trov accovacciati sul cuore del sistema:
famiglia, postofisso, perbenismo.
Il sessantotto
- bruciato dai suoi sogni velleitari -
ci rotol alle spalle dissanguato. Non ci appartenne.
Eppure erano in mano nostra
le carte e i documenti. In disparte
- banali osservatori - ci giunse appena l'eco
dei santi, dei notabili
dei banchi capovolti. La nostra rabbia tiepida
(ma fu davvero rabbia o indifferenza?)
non si fece coraggio
non coagul mai scelte. La colpa (o la condanna?)
fu non cogliere il senso della Storia.
Avvertimmo soltanto sottopelle
il prurito del tuono
che esplodeva sul cuore delle torri.

Il senso della Storia e del tempo. Il tempo che inesorabilmente macina e
consuma lasciando a pietoso retaggio la memoria. E il sottile brivido del
tempo, lungo una sua inavvertibile linea di fuga,  la sensazione
dolceamara che pi avverto alla lettura del Vecchio Galluppi, un libro
che si dipana come una lunga autentica pagina di storia. Il volume di
memorie legate al vecchio liceo attraversa, in effetti, quasi per intero,
questo nostro secolo, osservato e scandagliato nei fatti e negli eventi
attraverso una angolazione solo apparentemente ristretta, quale pu
apparire l'ottica di piccoli personali accadimenti di giovani allievi in una
sonnolenta cittadina di provincia, tra le mura di un antico liceo.
Eppure proprio tra le mura di quel liceo quei giovani hanno letto e raccontato
la Storia per mezzo della cronaca minuta, passo passo, lungo le grandi linee
di una storiografia autentica e attraverso i grandi eventi, i piccoli e grandi
sconvolgimenti, le piccole e grandi rivoluzioni che hanno segnato un secolo di
straordinari sommovimenti.
E trovo edificante e costruttivo che la grande Storia si faccia leggere anche
cos raccontata con immediatezza, con verit da protagonisti che l'hanno
vissuta minutamente nei suoi grandi eventi: la prima guerra mondiale, il
dopoguerra, l'avvento e gli anni del fascismo, la seconda grande guerra, la
lenta e faticosa ricostruzione, gli anni della piccola ma significativa
rivoluzione consumistica, fino alla problematica e sconvolgente rivoluzione
del sessantotto. Il libro si ferma a quella data, quasi in involontario
segnale, quasi fosse quello il discrimine tra un'era e un'altra, tra un modo
di vivere ed altro vivere, tra un modo di intendere e concepire i rapporti con
gli altri, col mondo esterno intendo, aperto ormai a infiniti problemi pronti
alle coscienze gi lucide dei giovani, e altro modo.
Tutto ci emerge dal libro con grande chiarezza, quasi una naturale linea di
snodo del tempo proprio attraverso la vita e l'esperienza di generazioni che
si sono susseguite tra le mura del vecchio Galluppi.
Problemi diversi, altro modo di affrontarli. La vita che corre e lascia
indietro chi non sa seguirne il passo. Io stessa ho vissuto, vivo questo
alternarsi di generazioni che dai banchi seguono e chiudono epoche diverse:
ho frequentato il ginnasio e poi il liceo Galluppi verso la fine di quegli
anni Cinquanta solo apparentemente placidi ma in realt gi preparatori di
un'epoca nuova; e successivamente ho visto su quegli stessi
banchi ma nel nuovo istituto, quello che - per distinguere -  il
nuovo Galluppi, uno dopo l'altro i miei tre figli. Ed  bello qui rilevare
come l'intero mio nucleo familiare (mio marito frequent il liceo Galluppi
negli ultimi anni Quaranta) abbia in fondo legato a un unico
istituto che poi fu, pi che una istituzione scolastica, un modo d'essere e di
vivere, la sua formazione culturale e umana.
Un'alternarsi generazionale evidenziato nel libro anche dalle foto,
straordinaria testimonianza di tempi e cose in perenne fluire. Ma chiarita e
illuminata in modo estremamente efficace soprattutto dal modo diversissimo
- nei toni, negli accenti, nella stessa struttura letteraria - che gli allievi
del liceo dei vari periodi, delle varie generazioni hanno usato per raccontarsi
e raccontare. Emblematicamente, a tal fine, oltre che assai efficaci e
interessanti, le ultime testimonianze (i tempi ormai maturi per riflessioni ed
approcci anche di natura politica e sociale). Parlo delle testimonianze di
Franco Piperno, di Carmine Donzelli, di Piero Bevilacqua, di Giuseppe Cognetti
dalle cui parole spira gi un'aura di tempi nuovi, fervidi di entusiasmi e di
attese. Sono pagine da cui si evidenzia chiaramente quel particolare clima
(siamo gi alla fine degli anni Sessanta) che segn il periodo pi 
vivo della nostra storia pi recente, felice temperie poi destinata ad essere
snaturata dagli eccessi. E mi pare che il valore storiografico del
volume, non quello emozionale, non quello legato al nostro singolo
ritrovarci, ma proprio il rapporto collettivo col mutare dei tempi, sia il
dato saliente di un'opera destinata a restare quale testimonianza viva del
fluire degli anni cos come di grande spessore resta il fatto che un'opera
nata come libro di memorie, come forse inconsapevolo operazione di nostalgia,
si carichi dell'impegno e del pregio di diventare uno straordinario documento
storico dell'inquieto mutare di un'epoca.
E le foto - mi si permetta di soffermarmi sulle foto che corredano il testo -
danno, forse pi delle parole, questo senso inarrestabile del tempo. Vecchie
fotografie, lontane negli anni, volti che in quella fissit ottusa delle cose
passate tornano a inquietare, forse perch propongono il riscatto della
memoria e del passato in una epoca che sembra votata a una irrevocabile
futuribilit. Le vecchie foto (e quanto diversi gli atteggiamenti, gli abiti,
le fogge, le stesse espressioni dei volti, man mano che il tempo avvicina
le date!) si ripropongono ad un immaginario pronto a disseppellire evocazioni
e sogni, ricche come sono di quello straordinario potere di vitalit e di
esorcismo, di contro ai silenzi e alle dimenticanze.
E se quasi un senso di morte pare aleggiare da quelle vecchie foto - ch
niente  pi inerte, morto, fisso, vitreo di un volto fermato sulla
carta - al contempo, niente  pi vivo di quei volti se ad essi  concessa
l'immortalit di una seduzione immutata nel tempo. Un tempo che si fa
momento presente in s, tempo senza tempo, atemporalit assoluta perch
disposto fuori dalla sua essenza e cristallizzato in una immagine.
(E quanti, quanti cari volti appartengono ormai solo al ricordo, ultimo quello
di Anna Borra che, se mi precedette al vecchio liceo di un decennio, fu poi
collega in poesia, legata a me dal comune strazio della parola).
Le guardo le vecchie fotografie e la memoria recupera memoria. Ed  proprio
nel nome di una memoria non rinnegabile che vorrei concludere questa mia
totale, dolcissima e assieme dolente riimmersione nel tempo e nella nostalgia
con la riscrittura della Lettera a Vanna, una poesia che rappresenta il
commiato da quell'irripetibile periodo dell'esistenza che il liceo Galluppi
compendia e lega.
Vanna (che  poi Vanna Schettini, a me vicina dai banchi della Media alla
maturit, complice e compagna delle prime fughe mentali, dei primi orditi
del pensiero, delle prime confidenze ansiose) compiva, come me allora,
quarant'anni - et del primo improvvido bilancio - e rappresentava il simbolo
stesso di una generazione, la nostra che, pur povera ed espropriata, conserva
ancora la capacit e il coraggio di inventarsi altri viaggi e altre rotte
per nuove migrazioni.
, questo mio, un omaggio al vecchio Galluppi che resta simbolo e segno di
quei lontani progetti di allegria.
Qui febbraio stende inquieto le sue nuvole, Vanna
e rari passeri
gridano sotto un cielo fatto cenere e quiete
piume stinte e memorie.

Mi piacerebbe scriverti le scorrerie d'estate
- le nostre, d'altri tempi: le lunghe spiagge bianche
primavere ventose a profumo di glicini
e i luoghi di altri inverni a bacche rosse
e canzoni d'amore che scavarono
nicchie calde e ferite come unghie di gatto.

Scrivo invece di passeri sopra un cielo di cenere
e quanto sia guerriero un giorno di febbraio
che lapida gli sguardi
e incenerisce ceppi.
Incide il mio ricordo il pallore del giorno
mutevole, impietoso
e tu mi corri incontro con la tua gonna rossa
(e nuvole si incrociano alla fonte
sul retro dello specchio: storie antiche:
la luce che si sfrangia
e una gara di stelle sul torrente)

Il coraggio
 ritrovare ancora quel tanto di magia
che permetta di vivere
e seppellire gli anni nelle pietre e nel muschio.
Non mi va di invecchiare. Ma se ti so lontana
non rischio di riflettermi allo specchio
di profili scomposti su questo cielo stinto.
E mi torna - con la tua gonna rossa -
una giovane ansia di avventura
ed allodole e vento
migrazioni inventate e mai vissute.

L'amore gi delira alla croce dei venti
e rinnegarlo  facile gi dalla prima ruga
che incide come scheggia.
Ci piange odore d'erba sulla pelle
e lo stupore lieve della notte
ci sorprende sfinite sopra l'orma impazzita
della lepre inseguita
dalla ciurma dei cani.

L'erba nuova (si avverte gi il profumo
del rifluire zingaro di marzo)
non nasconde le crepe sopra i muri.
Il nocciolo dell'anima
quasi affiora dal frutto macerato.
E la ferita potrebbe farsi acuta
mostrare antichi segni (a parole graffiamo
pareti di granito).

Ma se febbraio - Vanna - potesse trascinare
di questa radicale solitudine
i giochi di parole
le sapienze del dopo
e ricordi di cicale bruciate
su quegli agosti torridi
che ci videro correre alla fonte
con occhi di cerbiatto, forse
un improvviso accordo di chitarra
potrebbe dilatare anche il pallido grido
di un febbraio nebbioso.

Scriverti  declinarti questa fede
E non  gi ulissismo? (quell'ansia verde
tenera del viaggio)
se ancora so che il tempo della luna
programma le maree.

Gianfranco Migliaccio.
di Beniamino e di Ideale Mustari
nato a Catanzaro il 30 settembre 1938
iscritto per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. C
(Registro generale dell'anno scolastico 1951/1952)

"Sono Ezio Galiano,
dallo scorso settembre Preside della scuola della Sua adolescenza e della Sua
giovinezza". L'esordio della lettera che inizio a scorrere, curioso di sapere
cosa vogliono da me dal Galluppi (il primo dei miei figliuoli lo ha lasciato
ormai da due anni e la seconda ha superato gli esami di maturita l'anno
scorso),  - e d'altro canto non pu che essere - burocratico e protocollare,
ma e sufficiente leggere quelle due righe - senza andare avanti, senza essere
stimolato ai ricordi che quella lettera si prefigge di evocare in me - per
fare, come d'incanto, un balzo nel passato di trent'anni. Perch Ezio Galiano
non  solo l'attuale Preside della scuola della mia adolesccnza e della mia
giovinezza - il che bastercbbe a renderlo a me assai caro ma  anche il mio
professore di storia e filosofia della terza liceo, colui che, succeduto al
professore Vincenzo Caputi, strappato anzitempo alla vita da una malattia pi 
forte del suo disperato desiderio di vivere, riusc in pochissimo tempo a
conquistare i nostri cuori e a stringere con noi alunni un rapporto di
cordiale e affettuosa collaborazione, del tutto diverso da quello che in due
anni si era creato col professore Caputi, perch del tutto diverse erano le
personalita dei due, ma ugualmente saldo e sincero.
I PROFESSORI DEL GINNASIO: TOMMASO BENINCASA
E da Caputi e Galiano il ricordo vola ancora pi indietro, evoca in me
l'immagine dei tanti altri professori che hanno lasciato un'impronta indelebile
nella mia vita, che hanno contribuito in maniera determinante, forse quanto i
miei genitori, a formare la mia personalit, a fare di me quello che sono, nel
bene e nel male. A cominciare dal primo, il professore di quarto ginnasio,
Tommaso Benincasa. Era di San Giovanni in Fiore e degli abitanti di quella
bella e fiera citt aveva conservato la particolare, intensa cadenza
dialettale (tanto che noi alunni dicevamo che tutte le parole, pronunciate da
lui, diventavano proparossitone). Era rude e burbero, almeno
all'apparenza, ma infinitamente buono. Andava in collera facilmente, ma
altrettanto facilmente le sue collere svanivano. Quando alcuno ne combinava
una pi grossa delle altre o mollava qualche clamoroso strafalcione, afferrava
una borsa di cuoio che teneva sempre, ripiegata, sulla cattedra e partiva
veloce per assestare qualche colpo sulla testa di chi aveva provocato la sua
ira (ma si assicurava sempre, prima, che la borsa non calasse sulla testa dalla
parte in cui c'era una pesante borchia metallica).
Una volta, aveva dato un colpetto in testa ad un compagno che, in quinta
ginnasio, leggendo un brano in greco, aveva portato l'accento della
congiunzione cai sulla i e stava tornando alla cattedra, quando i pantaloni
gli s'impigliarono nello spigolo di un banco e gli si sbottonarono.
Maliziosi e sciocchi sorrisi comparvero sulle nostre facce (anche su quelle
delle donne della classe, ed egli, tutto rosso in viso per la vergogna, fece
pagare al malcapitato storpiatore di accenti, con una razione supplementare di
colpi di borsa, il suo... incidente di percorso. Molto bravo in tutte le
materie, era particolarmente suggestivo nelle lezioni di italiano: e, pur non
sacrificando il dato nozionistico (allora - e giustamente - ritenuto di grande
importanza), riusciva, con parole chiare e semplici, a svelarci le
bellezze - anche le pi nascoste - delle poesie e dei brani di prosa. Certo,
alcuni suoi insegnamenti diedero i loro frutti molto pi avanti nel tempo,
perch non era facile a ragazzi di ginnasio, nonostante egli veramente
ci portasse per mano, intuire, ad esempio, la pacata bellezza di alcune pagine
dei Promessi Sposi, ma si tratt indubbiamente di semi preziosi. Verso la
met del quinto ginnasio si trasfer a Roma (per motivi connessi ad una
particolare non felice situazione familiare), provocando in tutti (anche in
quelli che pi frequentemente ricevevano colpi di borsa in testa) grandissimo
dolore, Racimolammo i soldi per acquistare una penna d'oro e gliela
consegnammo il giorno dell'addio. Egli non voleva assolutamente accettarla
(dicendo che un professore non poteva ricevere regali dagli alunni) e cedette
solo per non offenderci, quando si rese conto che non riuscivamo assolutamente
a capire quanto radicati fossero in lui i principi che lo spingevano a non
accettare. Quando i primi lucciconi cominciarono ad affiorare negli
occhi dei maschi e le donne si misero a piangere senza alcun ritegno, egli,
per evitare che l'emozione lo travolgesse, ci lanci un brusco e frettoloso
saluto collettivo e si allontan, quasi di corsa, dall'aula.
ROBERIO CANNISTR
Il suo posto fu preso da Roberto (Bob) Cannistr, allora giovanissimo. Le
ore di lezione si fecero, per la verit, pi interessanti e pi piacevoli,
perch si cre con il nuovo professore una cordialit maggiore di quella
possibile con l'anziano professore Benincasa.
Molto pi numerosi erano, d'altra parte, in considerazione della vicinanza di
et, gli interessi - alcuni culturali - comuni: e, siccome la giovane et del
professore ci stimolava ad essere pi arditi, spesso divampavano infuocate
discussioni per stabilire se fosse vero, ad esempio, che Wagner era un genio e
Verdi, al suo cospetto, un ciabattino, come egli amava ripetere, provocando in
noi patriottici risentimenti (allora sentimenti patriottici e nazionalistici
pervadevano un po' tutti i giovani: Trieste era, per la verit, non solo un
pretesto per non andare a scuola, ma anche un simbolo ed un mito, vivamente
sofferti) o per stabilire se Gershwin e la sua musica
ritmico-sinfonica fossero senz'altro da preferire, come parimenti egli
sosteneva con decisione, ad altre espressioni di musica allora in voga o,
ancora, per stabilire se Niccol Machiavelli fosse veramente cos grande come
egli diceva (e guai se qualcuno continuava a dire Nicol Macchiavelli, dopo
che Canistr, nella prima delle numerosissime conversazioni dedicate allo
scrittore fiorentino - il suo era proprio un pallino - aveva premesso, a
mo' di ammonizione, che si chiamava Niccol Machiavelli e non Nicol
Macchiavelli). A simili piacevoli e certo assai educative - discussioni si
inframezzavano anche - e frequentemente - esibizioni del professore
Cannistr, anch'esse educative, ma in senso molto pi tradizionale. I colpi di
borsa erano, infatti, cessati con la partenza del professore Benincasa, ma il
loro posto era stato preso da sonori ceffoni, che il professore Cannistr
imparzialmente distribuiva a tutti coloro che superavano con la loro
esuberanza, a loro rischio e pericolo, certi limiti che erano stati da lui
fissati e che ben conoscevamo (ritengo che il ricordo pi vivo lo conservi
Elio: un violento ceffone lo fece trovare nel corridoio, da dove lo
riport faticosamente in aula, trascinandosi insieme con lui, il bidello
Alfieri, significativamente nominato il pi veloce Achille).
Una volta sola uno di noi risparmi alle proprie gote le dolci carezze di
Cannistr: una sua rumorosa risata, che niente, almeno apparentemente,
giustificava, indusse il professore a proporgli una stringente alternativa,
anch'essa almeno apparentemente ineludibile: o ridi per te e sei un fesso o
ridi per me... e allora ti rompo il muso. Egli ebbe, per, indicando un
compagno, la prontezza di rispondere: Professore, rido per lui. E Cannistr,
apprezzandone la furberia, benignamente s'astenne dal colpire.
LE NOSTRE ATTIVIT PREFERITE
Furono anni felici e spensierati. Nel pomeriggio, cercavamo di ridurre al
minimo le ore di studio, mettendo in comune i vari talenti e applicando, sia
pure in maniera rudimentale, embrionale, i principi della divisione del lavoro:
chi portava il traduttore a musica; chi l'elaborato corretto dal professore
privato; chi la soluzione del teorema intuita dal parente bravo in matematica.
Poi ci dedicavamo ad attivit ludiche le pi varie, alcune forse - a
giudicare ora... col senno di poi - anche da sempliciotti, ma tutte per noi
assai divertenti: organizzavamo tornei di dama e di braccio di ferro
(e Sandro, mai rassegnato a perdere, pretendeva sempre che tra il suo
avambraccio ed il piano di appoggio ci fossero almeno tre o quattro volumi,
s da annullare l'handicap costituito per lui dalla bassa statura: solo
quando gareggiava con Michele - alias Sottotraccia o Rasoterrao Don Lurio
- con il quale esisteva un annoso ed aspro contenzioso, mai definito,
concernente le rispettive... bassezze, rinunciava, per evidenti motivi, a tale
pretesa); gare ciclistiche, di velocit lungo le strade dei rioni San Leonardo
e Villa Menichini (allora fortunatamente deserti di autovetture, o di
cronoscalata per le salite della Sala; lezioni di ballo (ed il
maestro era, nell'ovvia mancanza di istruttori di sesso femminile, l'agile ed
elegante Minuccio; sfide per il primato nell'ingollare fichi d'India, che si
svolgevano nei pagliai di cui allora era ricca la citt e che avevano, poi,
sempre, nei giorni seguenti, i noti... strascichi). Organizzavamo anche
semplici ed innocue beffe, che ci vedevano di volta in volta protagonisti o
vittime: si consumavano per lo pi , assai velocemente,
nel tempo in cui bighellonavamo davanti alla scuola in attesa che iniziassero
le lezioni, forse perch servivano a scaricare (anche se non ne eravamo
consapevoli) la tensione che il pensiero delle imminenti probabili
interrogazioni accumulava in noi.
Una di queste piccole beffe mi piace ricordarla.
LE VOGLIE DI SANDRO E LA SUA GIUSTA PUNIZIONE
Sandro ha notato, in una rivendita di giornali sita nei pressi del liceo (che
era allora in corso Mazzini), la copertina di una rivista per adulti molto
allettante (intendiamoci, niente di eccezionale, ove si tenga conto di quello
che c' in circolazione adesso, ma erano tempi in cui le ballerine della
televisione - allora c'era solo quella di Stato e c'era un solo canale -
indossavano, sembra per ordini provenienti d'oltre Tevere, severe e castigate
calzamaglie).
Desideroso di venire in possesso della rivista, ma vergognoso di entrare nella
rivendita per acquistarla (anche lui come molti di noi indossava ancora i
pantaloni corti, dice che offrir un cono gelato a chi di noi andr a
comprargliela.
Basta un rapido e furtivo sguardo d'intesa per concordare il piano: callido e
sfrontato si offre alla bisogna Franco, il quale, per, appena in possesso del
danaro, si d a velocissima fuga attraverso un vicino vicoletto, seguito da
tutti noi. Quando, poco dopo, ci ripresentiamo, ciascuno con un gigantesco
cono gelato in mano, le reazioni di Sandro sono quelle che tutti possono
facilmente immaginare e la sua ira aumenta quando Franco gli porge il cono
che... generosamente abbiamo acquistato per lui.
Ma tant', ormai non c' pi niente da fare e non gli resta che leccare il
cono per non perdere anche quello.
L'OPERAZIONE CINEMA
Avevamo trovato anche il sistema di andare al cinema a prezzi stracciati.
Dario era il figlio di un'Autorit, ed aveva, perci, la possibilit di
entrare gratuitamcnte nei vari cinematografi della citta (che erano pi 
numerosi di ora) e di condurre con s altre persone. Non ricordo come ebbe
origine l'affare, ma certo  che concordammo con Dario che, dietro modico
compenso (anche su questo punto non ho un ricordo preciso, ma si trattava di
qualche diecina di lire pro-capite), egli avrebbe fatto entrarc, a turno,
gruppi di compagni nei cinema.
L'iniziativa decoll un po' in sordina, ma ben presto Dario decise di trarre
maggior profitto dalla sua nuova attivit: nello stesso pomeriggio, egli
accompagnava un primo gruppetto (non pi di tre o quattro pcrsone... per non
dare all'occhio!) in un cinema; vi si tratteneva (sempre... per non dare
all'occhio!) un quarto d'ora; poi usciva, rilevava un altro gruppetto, che
depositava in un altro cinema; e cos via, fino a completare il giro dei
cinema della citt.
La cosa and avanti tranquillamente - con vantaggio reciproco nostro e di
Dario - fino a quando il padre di questi venne trasferito: nessuno si accorse
di niente (evidentemente neanche il nostro compagno di classe Pino, figlio di
uno dei titolari di tre dei cinema allora esistenti)... o, forse, il rispetto
per l'Autorit tenne chiuse le bocche di tutti.
I PROFESSORI DEL LICEO
L'impatto con il liceo fu alquanto traumatico per la presenza nel corpo
insegnante di due professori, diversissimi tra di loro, ma entrambi di
incisiva e forte personalit:
Vincenzo Caputi e Sebastiano Madia. Si vide subito che con loro ci sarebbe
stato ben poco da scherzare, tanto che alcuni, che avevano chiesto di venire
nella nostra sezione, la A (considerata, forse non del tutto a torto, la
sezione dei figli di pap, anche se ovviamente molti di noi non erano tali),
si diedero a precipitosa fuga e tornarono, dopo pochissimi giorni, alla
sezione di origine (allora ve ne erano solo altre due, la B e la C).
VINCENZO CAPUTI
Vincenzo Caputi era il professore di storia e filosofia. Era di statura
piuttosto bassa, magrissimo, i tratti del viso asciutti, quasi essiccati;
la voce, roca e bassa, sembrava consumata dalle sigarette che fumava in
continuazione. Capimmo presto che era uomo di grandi simpatie e di altrettanto
grandi antipatie (anche se la sua onest morale ed intellettuale lo portava
sempre, al momento finale, a giudicare secondo criteri di obiettivit anche
coloro che, magari per un anno intero, erano stati tra i reprobi),
egocentrico, desideroso d'instaurare con quelli che riteneva
meritevoli della sua fiducia e della sua amicizia un rapporto esclusivo, a tal
punto da ingelosirsi se non vedeva ricambiati con uguale intensit i suoi
sentimenti. Ma capimmo che era anche uomo di grande generosit in tutti i
sensi (aiut discretamente, ma costantemente qualcuno che versava in disagiate
condizioni economiche, ben attento a che nulla trapelasse), sempre pronto a
venire incontro alle nostre esigenze, disposto a spendere molto del suo tempo
per aiutarci a risolvere i nostri problemi, anche quelli pi squisitamente
personali. Le ore di lezione avevano uno strano e, per certi versi, un po'
bizzarro andamento, dovuto ad una contraddizione di fondo
che era in lui: tendenzialmente cattedratico (nel particolare significato che
si sarebbe dato a questo termine qualche anno dopo) ed autoritario (in alcune
cose addirittura maniacale: ci proibiva di prendere appunti durante le sue
spiegazioni e s'irritava profondamente se solo qualcuno di noi si muoveva un
poco mentre egli spiegava), non gradiva molto gli interventi degli alunni,
specie quelli che contenevano critiche alle sue affermazioni, e rispondeva
dapprima in maniera brusca e, appunto, autoritaria, ma, ogni volta, la sua
curiosit intellettuale, il suo habitus di filosofo avevano in lui il
sopravvento e le discussioni si avviavano e proseguivano senza veramente, che
vi fosse distinzione tra alunni e professore. E continuavano, spesso,
nelle ore pomeridiane, nella sua casa (nella sua bella, vecchia casa borghese
di scesa del Rosario, sempre in penombra, piena di silenzio), dove egli amava
riceverci per parlare delle cose pi varie. I problemi dei quali maggiormente
dibattevamo concernevano la religione, la filosofia, la politica. Catanzaro
era allora, sotto il profilo culturale, una citt assai neghittosa e
sonnolenta (troppo lungo e, comunque, fuori tema sarebbe il discorso sulle
attuali condizioni di cultura della citt) e quegli incontri costituirono per
noi (che la sera non andavamo, come Eugenio Scalfari, in via Veneto, ma su
corso Mazzini) l'unica palestra per esercitare e vivificare le nostre
forze mordli ed intellettuali: fu certo grazie all'opera di professori come
Caputi (e, poi, come Galiano) se approdammo alle universit meno impreparati a
cogliere e ad assimilare le mille idee ed i mille fermenti di cui era permeata
la societ. Il profondo rispetto che avevamo per lui non c'impediva, per, di
cogliere ogni occasione buona per provocarlo. Ateo e anticlericale (almeno
tale si professava), ci ripeteva insistentemente che in sede filosofica non
esistono n santi n divinit, ma noi, incuranti delle sue raccomandazioni,
dicevamo in continuazione Sant'Anselmo d'Aosta, San Bonaventura da Bagnoregio,
Sant'Agostino di Tagaste, San Tommaso di Aquino ed eravamo particolarmente
felici quando l'argomento ci consentiva di snocciolare, quasi a mo' di rosario,
il nome di cinque o sei filosofi preceduto dall'appellativo santo. E
continuavamo imperterriti in questa sottile opera di provocazione, anche se
essa ci costava appellativi certo meno edificanti di quello che
noi usavamo per i filosofi e, a volte, anche qualche voto in meno (inutile
dire che in maniera diametralmente opposta ci comportavamo col professore di
religione, Mons. Pietro Fragola, parlando con il quale omettevamo
scrupolosamente di far precedere la parola santo al nome dei detti e di altri
filosofi: le conseguenze erano per, fortunatamente per noi, ben diverse,
perch Mons. Fragola si limitava a farsi il segno della croce; o, tutt'al pi ,
se ne faceva tre o quattro, quando gli riferivamo, che, secondo il professore
Caputi, la concezione della vita che avevano Socrate e Cristo era
assai simile e che l'unica differenza tra di loro era che Cristo era pi 
parsimonioso nelle presenze ai banchetti e non amava accompagnarsi alle
pubbliche peccatrici). Il professore Caputi aveva il pallino
dell'autodisciplina. Non era ben chiaro come intendeva che noi praticassimo
questa difficile arte, anche perch, per la verit, come risulta da quanto
ho prima accennato, risolvette lui, per noi, ogni problema,
imponendoci la sua di disciplina, che era alquanto ferrea. In un'occasione,
tuttavia, sperimentammo in maniera assai favorevole la pratica
dell'autodisciplina, anche se ne facemmo un uso - lo debbo pur dire - un po'
canagliesco. Ecco l'episodio. Ci hanno messi da qualche giorno in un'aula
costruita di recente, ancora priva di termosifoni ed abbiamo iniziato
un'azione di protesta, variamente modulata, che  sfociata, dopo che
per alcune mattine siamo entrati a scuola in ritardo (e dopo che il Preside
non ha trovato di meglio, per convincerci a desistere dalle nostre
rimostranze, che raccontarci del freddo molto pi intenso che faceva in una
scuola, dove egli ha insegnato a lungo e dove, nel periodo invernale, la
saliva neanche toccava terra... che era gi ghiaccio) nella decisione di
scioperare. Per ribadire a controparte - in modo che non sussistano
dubbi - i motivi dell'astensione, ci piazziamo, dopo che tutte le altre classi
sono entrate, davanti al portone d'ingresso (allora si entrava, nel vecchio
Galluppi, attraverso un portone laterale) e iniziamo a ritmare in coro non
l'usuale pa-sse-ggia-ta! con cui martellavamo le orecchie di tutti, ai primi
tepori primaverili, fino ad essere accontentati (a proposito: i miei amici mi
chiamavano il motivo in maschera, titolo di una rubrica radiofonica allora
in voga, perch, secondo loro, riuscivo ad essere stonato anche
quando lanciavo la richiesta di passeggiata o canticchiavo la Svizzera),
ma l'inedito... te-rmo-si-fo-ni. Accorre un primo gruppo di professori e non
raccogliamo le loro esortazioni ad entrare, continuando nel nostro coro
pre-sessantottesco. I professori si ritirano. Una staffetta, che,
approfittando della complicit dei bidelli, fa la spola tra il
portone ed i corridoi della scuola, ci informa, poco dopo, che i professori
stanno tornando alla carica e che tra di essi questa volta c' Caputi. Rapida
e canagliesca (eh, s, lo debbo ripetere!) scatta l'operazione autodisciplina:
qualcuno dice: guagli, guagli, mintimuni in fila c Caputi si 'nda va e
capu, e subito ci troviamo - e ci trovano, i professori accorsi - in fila per
due, davanti al portone, idealmente pronti ad entrare,
sotto i primi fiocchi di neve che incominciano a cadere. Caputi ci osserva con
un lampo di gioia negli occhi, parlotta brevemente con gli altri professori e
poi ci invita ad entrare, dicendo che saremo accontentati e che, inoltre, non
saranno adottati provvedimenti disciplinari nei nostri confronti. Apprendemmo
dopo (avevamo costituito un commando incaricato di seguire da posizione
strategica - e, ovviamente nascosta - le riunioni dei professori che pi ci
interessavano) che nel corso dell'apposita riunione Caputi si era strenuamente
battuto affinch nessuna sanzione ci venisse irrogata, sostenendo appunto che
avevamo dimostrato di essere autodisciplinati. E la cosa fin l: solo
Salvatore Morello, il professore di matematica e fisica, che aveva fatto
parte del primo e del secondo gruppetto di professori che erano venuti a
parlare con noi e che non aveva gradito molto la nostra sccneggiata, ci
tenne a notificarci (scusatemi se lo scrivo papale papale, ma altrimenti non
ha sapore, che lui se ne fotteva se eravamo in fila per due o per quattro e
che noi potevamo prendere per fesso Caputi, ma non certamente lui.
Quando Caputi, nel maggio del 1955, mor, lo piangemmo con grande vivo dolore.
E vegliammo la sua salma nella notte tra la morte ed i funerali, nello studio
della sua abitazione, ricordando in un bisbiglio le tante ore che avevamo
passato con lui, anche in quella stessa stanza, nel corso di un rapporto certo
non sempre idilliaco, ma sempre intenso e sincero.
SEBASTIANO MADIA
Astratta, rarefatta, quasi irreale, ma piena di fascino, era l'atmosfera che
caratterizzava le ore delle lezioni di greco con Sebastiano Madia. Contribuiva
a creare tale atmosfera il suo periodare aulico e solenne, ricco di un
linguaggio culto, ben diverso dal volgare parlato da noi tutti. Ma la
matrice vera di quel clima suggestivo che si creava era nell'assoluta mancanza
in Madia di ogni artificio (al quale pure un superficiale osservatore avrebbe
potutto pensare), nella profonda sincerit che lo ispirava, allorch riviveva
per noi mondi e miti dell'antica Grecia.
Aveva detto, in una delle sue prime lezioni, battendo ritmicamente i pugni
sulla cattedra come se facesse un accompagnamento musicale, che alla fine
dell'anno scolastico anche le mura dell'aula avrebbero conosciuto la metrica.
E riusc veramente a trasmetterci questa sua passione, a contagiare anche i
pi riottosi all'apprendimento del greco:
dopo qualche mese anche quelli che non ritenevano di dover perdere tempo ad
imparare le regole della metrica, erano in grado di leggere metricamente,
quasi ad orecchio, i versi dell'Odissea. Ma la musica cambia bruscamente
quando dalle spiegazioni si passa alle interrogazioni ed alle attivit
connesse. Novello dott. Jekyll, il professore Madia abbandona il suo mondo
irreale e fantastico (che era popolato non solo dagli abitanti dell'Olimpo e
dintorni, ma anche da un numero sterminato di strani personaggi, che
sembravano usciti da un libro di Achille Campanile, protagonisti di
mirabolanti avventure, che egli ci raccontava a scopo dichiaratamente
gnomico-sentenzioso) e diventa un pericoloso e temibile Mr. Hyde. Le
interrogazioni sono precedute da un allucinante rituale sempre identico: Madia
impugna una massiccia penna stilografica di colore verde (ci sembrava immensa)
e, pronunciando lentamente (e minacciosamente) le parole: oggi sentiamo...
sentiamo..., la fa volteggiare in aria ripetutamente finch essa
cala - implacabile giustiziera - sul registro, in corrispondenza del nome di
uno di noi. Ed il prescelto dal caso (che viene per spesso manipolato da
Madia, come riusciamo ad intuire da certe brusche, volute deviazioni della
penna in fase di atterraggio appena diventiamo cos temerari da tenere gli
occhi sollevati nel momento in cui aleggiano nell'aula le sue minacciose
parole), mentre si avvia al rito sacrificale, sa bene che l'attende una
prima insuperabile insidia, quasi un assaggio delle ulteriori delizie che lo
rallegreranno durante l'esame; Madia gli squaderna davanti agli occhi e subito
gli ficca velocemente in mano (vincendo ogni ritrosia, un'edizione
dell'Odissea, ciascuna pagina della quale contiene almeno cento versi,
stampati fitti fitti uno dopo l'altro, dicendogli: leggi da verso... quello
che suona... tenendo presente che i numeri dei versi sono segnati a pi
pagina. Immancabilmente, i versi cominciano a ballare davanti agli occhi di
tutti, anche di quelli che li hanno resi miopi esercitandosi a lungo nella
lettura: allora Madia, finalmente placato, pronuncia la fatidica
frase: dai a me, ch questo per te  come il mare: ti ci perdi dentro;
piazza il suo grosso e tozzo dito indice sul verso da cui deve iniziare la
lettura e lo toglie solo quando si  assicurato che il dito dell'interrogando
ha preso il posto del suo. Non dissimile  il suo comportamento, quando c'
compito in classe: egli stesso scrive alla lavagna il testo da tradurre
(riccamente e variamente manipolato ed interpolato, come hanno modo di
constatare amaramente coloro che hanno copiato qualche traduzione
predisposta) e, ogni volta, appena finito di occupare con lo scritto la lastra,
cancella rapidissimamente, ricominciando a scrivere velocemente, rendendo
addirittura difficile avere a disposizione l'intero testo. Tali
comportamenti e tanti altri dello stesso genere che potrei raccontare - non
sono per espressione di cattiveria d'animo, come potrebbe sembrare, ma solo
manifestazioni di uno spirito strano e bizzarro, forse anche un po' balzano.
Bizzarrie e stranezze (anche quelle di cui avvertivamo di pi il peso!) erano
per solo aspetti esteriori della sua personalit.
L'uomo era, nella sostanza, degno di incondizionato elogio: di profondo rigore
morale ed intellettuale, integro ed onesto fin nei minimi comportamenti,
giusto, insensibile alle adulazioni ed indifferente ai favori, senza timori
reverenziali nei confronti di alcuno, pronto a mettersi contro tutti e contro
tutto pur di perorare una causa che a lui appariva degna e meritevole di
difesa.
SALVATORE MORELLO
Salvatore Morello, il professore di matematica e fisica al quale ho avuto gi
l'occasione di accennare, ci accompagn per tutto il corso del ginnasio e del
liceo. Di lui credo che si possa dire senza esagerare che  stato per il
Galluppi una vera e propria istituzione. Ha insegnato la matematica e la
fisica a pi generazioni, a migliaia di giovani, rendendosi a tutti gradito
per le sue doti di viva e calda umanit e per la sua grande simpatia. Aveva un
frasario ricco e colorito, che adattava alle varie circostanze, servendosene
ugualmente per rivolgere elogi e rimproveri. Ed alcune sue frasi sono
veramente entrate nell'uso comune: spesso ci ritroviamo a chiedere
all'amico, al vecchio compagno di scuola se abbia nella testa lippi di
fiumara o ferri di cazetta. Ma questi - che, comunque, ce lo rendevano
gradevolissimo - erano solo tratti esteriori di una personalit che aveva
altri e ben pi sostanziosi titoli per imporsi alla nostra ammirazione: era
d'intelligenza vivacissima, vulcanica, di preparazione profonda, sia in
matematica che in fisica (ritengo che alcuni suoi testi si usino ancora nel
nostro liceo) e le sue lezioni erano veramente a livello universitario.
Ed anche l'impostazione che dava alle sue ore di lezione era di stampo
universitario: spiegava quasi sempre per settimane e settimane, inframmezzando
alle spiegazioni rapide, brucianti domande, che rivolgeva a questo o a quello
e che gli erano sufficienti per formulare un giudizio, sicch raramente, poi,
aveva bisogno di ricorrere alle interrogazioni di tipo tradizionale. Era
un'arma a doppio taglio, perch in tal modo non esistevano fame che si
potessero ritenere acquisite e consolidate una volta per tutte e le verifiche
erano continue e pi efficaci di dieci interrogazioni.
Apprezzava molto gli alunni che studiavano, ma apprezzava ancora di pi quelli
che erano intelligenti. Lo ricordo, come se fosse ora, arrestarsi una volta,
davanti alla lavagna, col gesso in mano, a met di una equazione e chiedere ad
alcuni dei pi bravi di risolverla. Ripetute defaillances lo fanno esplodere
nei suoi pittoreschi commenti sull'intelligenza degli interpellati, ben pi 
brucianti dei formali e paludati rimbrotti di altri professori e poi in una
offerta stizzosa: nove, per-dio, nove a chi viene alla lavagna e scrive la
soluzione. Inaspettato out-sider Peppino, smentendo clamorosamente il detto
che attribuisce a quelli del suo paese, Borgia, una ben precisa connotazione,
risolve l'equazione e si pappa il suo bel nove. Alcuni aspetti
del suo carattere - e ci stupiva molto in un uomo di cos elevate
intelligenza e cultura - erano curiosamente fanciulleschi e noi ne
approfittavamo per stuzzicarlo affettuosamente. Era convinto giustamente - e lo
diceva a chiare note - di essere molto pi bravo di un altro insegnante di
matematica e fisica. Ma il bello  che aveva la pretesa di sostenere come cosa
che non potesse essere assolutamente messa in dubbio che anche la sua 600
era migliore della 600 di quel professore (eh, s, il poveretto aveva la
sfortuna di possedere anche lui una 600). E quando noi contestavamo la
fondatezza di siffatte affermazioni, magnificando le prestazioni della
600 avversaria, inventando magari che l'avevamo vista sfrecciare come un
bolide lungo una strada in salita, s'adirava e s'adirava veramente. Ogni anno
allestiva nella sua abitazione un gigantesco presepe, che occupava quasi met
di una stanza. Ed ogni anno, molto per tempo, cominciava a decantare la
maestosit e la bellezza del suo presepe, finch, ben sapendo cosa s'aspettava
da noi, gli chiedevamo se potevamo andare a vederlo. E ogni anno, puntualmente,
ci portavamo nella sua casa di Bellavista (sulla cui porta d'ingresso
troneggiava una targa con un ricco Comm. Prof. Dott Salvatore Morello che
provocava ogni volta che l'ammiravamo, sussurrate irriverenti considerazioni).
Il presepe era veramente bello e ricco di ingegnosi artifici che lo rendevano
vivace e vario. Ma guai se qualcuno, tra le espressioni di meraviglia e di
ammirazione (che erano sincere, anche se gaglioffamente un po' caricate), si
lasciava andare a qualche battuta scherzosa: era peggio che con la 600 del
professore antagonista. Una volta che uno dei visitatori (un pochettino pi 
figlio di... buona madre degli altri) osserv, con riferimento ad una
cucina in miniatura che faceva bella mostra di s nel presepe, che non sapeva
che al tempo di Gesc'era gi il gas, Morello, al quale certo, in condizioni
normali, non sarebbero mancate le parole per mettere a posto l'impertinente,
si limit pi permaloso dell'eduardiano Luca Cupiello - a fulminarlo con una
rapida occhiataccia, facendo chiaramcnte intendere che non era affatto
disposto ad accettare scherzi sul suo presepe. Incontravo frequentemente
Morello per le strade della citta, anche dopo aver lasciato il liceo. Per un
invincibile senso di timidezza, mi limitavo a salutarlo, anche se ogni volta
avrei desiderato scambiare qualche parola: era lui che, pero, spesso, si
fermava e mi lanciava qualcuna delle sue salaci battute. Una volta
ebbi nuovamente modo di trascorrere assieme con Morello una mezza giornata:
quando, non ricordo pi in quale anno, fu festeggiato in occasione del suo
pensionamento. Pronunci allora un magnifico discorso, in cui senza false
modestie (ma l'uomo non aveva mai nascosto di avere un'alta considerazione di
se stesso, anche se la sua simpatia rendeva addirittura gradevole perfino
questo aspetto non certo positivo della sua personalit), rivendic con
orgoglio i meriti che aveva acquisito in tanti anni di insegnamento al
Galluppi. Continuai ad incontrarlo anche dopo tale cerimonia ancora per molti
anni: sempre eretto nel portamento, elegante nel tratto, cordiale ed affabile,
vivace e caustico, sempre, fino a poco tempo prima che ci lasciasse,
nonostante l'et ormai assai avanzata, lo stesso Turuzzu Morello
dei lontani anni del Liceo.
Mi accorgo, nel rileggere queste notarelle che ho scritto, che forse sono
venuto meno alle aspettative espresse nella sua lettera dal professore Galiano
(mi piace continuare a chiamarlo cos) e che ho solo raccontato fattarelli,
che interesseranno poco o niente coloro che non li hanno vissuti, ed ho solo
parlato dei miei sentimenti di stima e di affetto nei confronti dei miei
professori. Ma, anche se cos e, non ne sono pentito: aggiungo, anzi, che, se
non temessi di annoiare i lettori, continuerei per pagine e pagine, a parlare
di compagni, di professori e di personaggi del mio vecchio liceo.
Cento e cento figure continuano ancora ad affollarsi davanti alla mia mente.
Masino Negro, il carissimo compagno nella cui casa di Vico Telegrafo trascorsi
tante belle giornate, che ormai da molti anni, vittima di un destino crudele,
non  pi tra noi.
Russo (il nome non lo ricordo perch lo abbiamo sempre chiamato Russo e basta),
bidello - capo per moltissimi anni, anche lui una vera e propria istituzione
del liceo, rispettoso e cordiale amico di tutti, prezioso collaboratore del
Preside e della segreteria, insuperabile compilatore di orari, nell'armonica
elaborazione dei quali si dispiegava la sua ordinata intelligenza.
Giovanni Mastroianni, di cui rimpiango ancora adesso di non essere mai stato
alunno, ma che ha costituito ugualmente per me, in momenti cruciali della mia
vita scolastica, prima come esaminatore in quinta ginnasio e poi come
commissario interno agli esami di licenza liceale, una presenza determinante
perch da essa ho tratto fiducia e sicurezza. Pasquale Paparo, professore
d'italiano in terza liceo, dall'oratoria torrentizia ma chiara e
piacevole, che, dopo avere minacciato pi volte di ritornarsene al suo
liceo scientifico, opt ben presto, travolto dal nostro affetto, per la
definitiva permanenza tra di noi. Gori Greco, appassionato, instancabile
professore di educazione fisica, con il quale c'era gradito favoleggiare di
records e di primati nei riposi tra un esercizio e l'altro,
nell'intervallo di una partita di pallone o di pallacanestro. Pasquale Buffa,
che certo nelle sue ore di lezione s'appassionava di meno, ma che di tanto in
tanto si produceva in rapide performances, dimostrando di essere ancora un
grande atleta e consentendoci di imparare qualche segreto. E poi alcuni cari
professori scomparsi anzitempo, nel ricordo affettuoso dei quali voglio
chiudere queste notarelle.
Antonio Sanzi, il professore di religione del ginnasio, affettuosamente
chiamato Sansiceddu, dal quale apprendemmo come anche un prete possa essere
di idee aperte e aggiornate e possa avere un linguaggio schietto e franco.
Enrico Focarelli, che prese il posto di Caputi, in seconda liceo restando tra
di noi per un tempo brevissimo, ma sufficiente perch ne apprezzassimo la
bravura e la signorilit (consentitemi dire di questo professore che era anche
bello, di una bellezza severa e serena). Carlo Cosentino, il professore di
scienza della terza liceo, l'amico caro che partecip anche
alle nostre festicciuole, agli ultimi balli prima degli esami di maturit, il
professore quasi nostro coetaneo al quale fu del tutto normale dare il "tu"
quando ci incontrammo per la prima volta dopo la chiusura dell'anno scolastico.

Michele Rotella.
di Alfonso e di Olga Marazzo
nato a Catanzaro l'11 ottobre 1938
iscritto per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. A
(Registro generale dell'anno scolastico 1951/1952)

Il Preside ed io
In vent'anni di carriera c' da vederne e sentirne di tutti i colori.
Specie a stare in mezzo a centinaia di studenti, i quali, - si sa -
singolarmente considerati sono irreprensibili figli della buona borghesia
cittadina, rispettosi ed educati con l'impronta che ciascuna famiglia 
riuscita a dare; ma in collettivit diventano un gregge scanzonato e difficile
da guidare.
Per quante ne avesse gi viste, evidentemente al nostro Preside non era ancora
capitato che gli asportassero la maniglia di un uscio.
Era il primo giorno di scuola di tanti anni fa, e a noi del quarto Ginnasio si
imponevano quattro parole di benvenuto e di augurio e otto o anche pi di
raccomandazioni alla disciplina, alla correttezza e all'autocontrollo perch
oramai - ci disse siete grandicelli e dovete sentire il peso della vostra
responsabilit. Qui - continu - se studia perch... se studia e perch un
domani sarete voi a formare la classe dirigente di questa societ che ha
bisogno di uomini preparati... ecc...ecc...
Dopodicch, cari ragazzi, io ve f i miei migliori auguri affinch ci che
oggi seminate possa dare un buon raccolto domani.
Ma ricordate! L'erbaccia cattiva verr eliminata; noi - concluse con aria
improvvisamente minacciosa e levando il dito contro l'eventuale colpevole - non
consentiremo a nessuno di ostacolare il cammino di chi vuol seriamente
lavorare.
E cos dicendo, dopo un'ultima frase di saluto, guardando ancora verso di noi e
camminando all'indietro, cerc con gesto naturale di guadagnare la porta.
Rimanemmo impressionati non tanto dalle parole, pronunciate per la verit non
molto chiaramente - il Preside parlava come se avesse in bocca una grossa
polpetta - quanto dalle dimensioni di chi le aveva dette: un omone alto e
grosso da incutere immediatamente timore e rispetto.
Ci alzammo in piedi per salutare il Preside che usciva... Ma il Preside non
usc, almeno non subito. Perch alla porta mancava la maniglia interna e non
si poteva aprire.
A d sta a maniglia! domand sorpreso e adirato, mentre in noi gi svaniva
l'effetto del predicozzo. E siccome nessuno rispondeva e d'altra parte non si
poteva tenere pi a lungo il Preside sotto... sequestro, su richiesta del
professore, uno di noi si adoper per richiamare l'attenzione di chi si
trovava nel corridoio. Finalmente libero, il Preside volle subito vicino a s
il fido Russo per essere coadiuvato nelle indagini.
Giunto con tutta calma, il bidello sdrammatizz subito l'episodio: la maniglia
mancava gi perch se l'erano smontata i ragazzi l'anno scorso; anzi si erano
preso anche il campanello.
Il Preside divenne furioso e nell'ira del momento minacci cose terribili Per
evitare - come disse lui stesso che un domani, assieme alla maniglia e al
campanello, questi briganti se portino via pure i professori.
Per qualche tempo i miei rapporti col Preside continuarono in modo, per cos
dire, indiretto e si limitarono all'usuale, rispettoso saluto nei corridoi.
L'incontro del primo giorno aveva per fatto scattare in me qualcosa, sicch,
tralasciando un poco le discipline scolastiche tradizionali, dedicai parecchio
tempo e scrupolo a carpirgli il segreto del suo parlare, di quel modo unico di
arrotolare le parole fra denti e lingua prima di farle uscire dalle labbra
assieme a qualche spruzzo di saliva.
Agevolato da un'innata predisposizione, ben presto fui in grado di imitarlo
perfettamente e la mia voce, identica alla sua anche nella tonalit e nelle
inflessioni dialettali che infioravano il suo dire, fece trasalire generazioni
di studenti sorpresi a fumare nei gabinetti. Ma un giorno... avevamo latino.
Ero gi stato interrogato e quindi per me quell'ora poteva considerarsi, come
si dice in gergo, un buco: e, dato che non lo avevo ancora fatto, decisi di
dedicarmi all'incisione del mio nome sul banco. Era importante per me come lo
 tuttora per qualsiasi studente di qualunque scuola.
Solo che il mio professore avrebbe preferito che io seguissi la lezione e mi
rese partecipe di questo suo del resto legittimo desiderio assestandomi qualche
pacca bene azzeccata.
Poi, bench mi fossi reso perfettamente conto di aver fatto male, pens
ugualmente di informare il Preside di questa mia improvvisa e, secondo lui,
inopportuna e inutile vocazione per l'intaglio e cos descrisse il tutto
particolareggiatamente in una nota di due facciate.
A questo punto avrei preferito morire. Era la prima volta che mi capitava una
cosa del genere e conoscevo mio padre talmente da capire che sarebbe stata
anche l'ultima.
Basta! La sentenza fu e voleva essere esemplare: fui riconosciuto colpevole di
aver mancato di rispetto al mio insegnante distraendomi mentre era in corso la
lezione e di aver danneggiato il patrimonio scolastico incidendo
indelebilmente il mio nome sul banco. Accanto ad altri duemila.
La pena: tre giorni di sospensione dalle lezioni con effetto immediato e la
condanna al pagamento di lire cinquecento a titolo di risarcimento danni.
Piombai nella pi cupa disperazione: tornare a casa sospeso e con una multa
significava prenderne tante da andarci comodo per gli altri anni che sarei
rimasto al liceo.
Bisognava trovare un rimedio e nella mia mente di quattordicenne sospeso per la
prima volta balen un'idea, cretina quanto si vuole, ma che in quel momento
sembrava l'unica, sia pure parziale, via d'uscita.
La sospensione e la multa erano state ormai decretate e non c'era pi nulla da
fare, ma forse dato che le cinquecento lire bisognava pagarle in risarcimento
del banco danneggiato... il banco sarebbe diventato mio e avrei potuto portarlo
a casa per darlo in pasto a mio padre e rabbonire cos la sua ira furente. Le
case con i termosifoni erano rare a quei tempi e la nostra stufa di terra
refrattaria sarebbe stata a posto per un paio di giorni.
Strinsi i denti e feci la proposta al Preside: Ma il banco... me lo porto a
casa?.
Dall'espressione del viso del mio interlocutore capii di averne combinata
un'altra. Mi feci piccolo piccolo e la mole gi ragguardevole del Preside si
moltiplic divenendo ai miei occhi grande quanto una montagna. Poi una mano
enorme cal dall'alto a posarsi sulla mia spalla mentre la cima imbiancata si
illuminava di un bonario sorriso.
Il Preside ed io riprendemmo le nostre consuete, umane proporzioni: io avevo
compreso quanto balorda fosse stata la mia richiesta, lui da quale animo fosse
stata dettata...
IO E I MIEI COMPAGNI
Pierino non aveva l'ernia. Non l'aveva e non l'aveva mai avuta. Si capisce
perci come reagisse quando, senza alcun riguardo, chiunque fosse presente, lo
chiamavamo Guallera.
Sandro no. Lui non era alto, non lo era mai stato e, avendo ormai inutilmente
superato l'et dello sviluppo, c'era da ritenere che non lo sarebbe stato mai.
Si capisce di meno perci il motivo del suo risentimento quando lo chiamavamo
Bassotto.
La verit e che noi eravamo pesanti. Avremmo portato chiunque al suicidio.
Potevamo andare avanti per anni sullo stesso tema. Punzecchiando con fare
distratto ma disumanamente coordinato, oppure sferrando spossanti attacchi
frontali.
Potevamo andare avanti per anni e siamo andati avanti, perch, ancora oggi,
quando incontro Piero, lo abbraccio fraternamente dicendogli Ciao guallera e
resto in attesa di un affettuoso Ciao Lurio. Lurio sono io.
La vecchia, cara Domenica del Corriere, quella, per intenderci, con le tavole
a colori disegnate da Beltrame e da Molino, quella che si presentava con una
pagina verde in copertina, piena di barzellette e di pubblicit, fu la
involontaria ispiratrice dell'intrigo.
Due fra gli annunci avevano attirato la mia attenzione: una nota casa di cinti
erniali lanciava un nuovo ritrovato senza molle e senza cuscinetti e
prometteva immediato sollievo con modica spesa; un'altra ditta garantiva un
aumento di statura fino a sette centimetri a chi avesse acquistato un
miracoloso apparecchio ortopedico. Provare per credere.
I compagni di allora, fraterni amici di oggi, aderirono - v'era dubbio? -
entusiasti all'idea e assieme, a nome di Piero c/o liceo Galluppi Catanzaro
(a quei tempi non usava l'88100) chiedemmo alla ignara ditta il catalogo delle
morbide cinture con vere illustrazioni.
E a Sandro no? E come no: solo un momento di pazienza. Anzi un paio di
settimane di pazienza, in attesa del materiale pubblicitario richiesto per
Piero. Lunghe, ansiose settimane, piene di timori: vuoi vedere che non gli
mandano niente! Forse abbiamo sbagliato a mettere l'indirizzo della scuola:
avranno capito che si tratta di uno scherzo.
Ma le preoccupazioni lasciarono il posto a una mal celata eccitazione il giorno
in cui, durante l'ora di greco, il messaggero alato, il pie' veloce Alfieri
(per via dei suoi vistosi piedi dolci) si present in aula con una grossa busta
a sacchetto pervenuta a mezzo posta, da consegnare a Piero.
Gliela do io, si offerse servizievole il presidente di sezione del Tribunale
Penale Stanga di legno (presidente oggi, non allora) e quasi strapp di mano
il plico al povero bidello.
Sembrava il pozzo di San Patrizio!
Tirammo via via fuori da quella busta: una miriade di foglietti reclamizzanti
le miracolose cinture, con tanto di foto-gratitudine della clientela
soddisfatta anche se in abito necessariamente discinto; un catalogo illustrato,
con tutte le spiegazioni; una serie completa di lettere di ringraziamento che
numerosi beneficati, sebbene anonimamente, avevano sentito il bisogno di
scrivere.
Piero era paonazzo, ma non c'era modo di opporsi a quello scempio,
Quei foglietti turbinarono nell'istituto come i coriandoli di un ventoso
carnevale, fra commenti e risatine.
Ci avvicinammo a Piero appena possibile e con i dovuti subdoli modi per
dimostrargli la nostra solidariet: a tutti noi piace scherzare, ma non cos!
E che diamine! Adesso lo sa tutto il liceo, anche le ragazze. Povero Piero,
questo  il peggiore difetto di Sandrino: non conosce limiti. Ha voluto
vendicarsi per le volte che lo hai chiamato Bassotto.
I tempi erano maturi per chiedere a nome di Sandro l'altro materiale
pubblicitario, quello della ditta che prometteva di far crescere in sole due
settimane. Avrebbe potuto far sfoggio del nuovo fisico durante la prossima
estate.
Quando arriv soffrimmo molto, da star male. Perch avremmo voluto ridere,
ridere, ridere e non potevamo.
Andammo avanti, come di consueto, per settimane, per mesi... fino a quando il
Trelegno, detto cos perch non ci si poteva fidare, giusto per tenere fede
al suo personaggio, non and a spifferare tutto.
La cosa ebbe pi tardi, quando ormai non ci pensavamo pi un seguito imprevisto
e non voluto: Piero ricevette dalla ditta l'invito a recarsi il tale giorno
presso l'Albergo Moderno, dove sarebbe stato adeguatamente assistito da un
esperto rappresentante viaggiatore di passaggio nella Sua citt.
COMMANDO
Ne avevamo rotto uno per prova, fuori, ai giardinetti, e subito si era diffuso
per l'aria un fetore disgustoso; io che mi piccavo di essere bravo in chimica,
colsi subito l'occasione per sentenziare:  il tipico olezzo dell'anidride
solforosa. Se ci avessi azzeccato non lo sapremo mai; sta di fatto che la
puzza era insopportabile e ci dovemmo allontanare. In un ambiente chiuso
sarebbe stato micidiale!
Mimmo aveva trovato una quindicina di quelle uova tremende in un posto nascosto
della sua campagna. Capita infatti ogni tanto che una gallina gelosa abbandoni
il pollaio e vada a nidificare altrove. E questo certamente era avvenuto nel
nostro caso, ma tanto tempo fa, s che le uova si erano trasformate in armi
chimiche vietate perfino in guerra da qualunque convenzione.
A quell'et si hanno molti diritti e pochissimi doveri; fra i doveri
sicuramente c'era quello di non sprecare la straordinaria circostanza che si
presentava - quando ci capita pi una cosa di queste! - e di studiare il modo
di appestare la scuola.
Elaborammo un piano e decidemmo di metterlo in atto. Col cuore in gola, ma con
la consapevolezza di chi rischia per una grande causa, ci avviammo verso
l'obbiettivo accompagnati dalle parole d'augurio e dagli sguardi di ammirazione
degli altri.
Ci eravamo mossi all'imbrunire per poter agire col favore delle tenebre. Solo
che purtroppo di tenebre vere e proprie non si poteva parlare perch alla fin
fine eravamo su Corso Mazzini e non in piena giungla. Comunque meglio che
niente.
Entrammo nel portone con una scusa pronta per chiunque avessimo incontrato:
andavamo dal nostro amico figlio del rettore del Convitto Nazionale. Infilammo
la porticina sempre aperta che d nel cortile e la chiudemmo adagio dietro di
noi. Ora veramente era buio e silenzio: i rumori del centro cittadino
giungevano lontani da oltre le grosse mura dell'antica costruzione.
La finestra della nostra classe era l a due metri dal suolo; ultimo ostacolo,
gi previsto, le maglie della rete, tanto strette da non consentire il
passaggio di... un uovo.
Carlo, in bilico sul davanzale, si muoveva felino per tagliare la rete con il
trincetto; Carmine, poco distante, era in buona posizione per sventare
qualunque intervento esterno. Il cuore mi batteva forte forte mentre la pinza
del guastatore lavorava sugli esili fili di ferro e tuttavia mi sorpresi a
pensare che a quel punto il verso di un coiote o almeno il gracidare di una
rana avrebbe dato alla nostra impresa il tocco finale, da film americano.
Finalmente: plaff, plaff, plaff... le uova, uno dietro l'altro si
spiaccicarono sul pavimento, sui banchi, sulla cattedra, liberando nell'aria
il loro mortale carico inquinante.
Fuori, a pochi metri, la citt ignara consumava l'ultimo atto del rito serale.
Gli irriducibili della passeggiata su Corso Mazzini, dopo oltre centoventi
salite e discese, lungo il tratto S. Caterina-Immacolata, si apprestavano
malinconicamente a rientrare a casa: Buona notte, a domani, ti telefono....
Anche noi ci salutammo, ma con l'ordine perentorio di non telefonare a nessuno
per non correre rischi.
La notte trascorse alla meno peggio, lunga e insonne, ma proficua: ciascuno di
noi aveva elaborato sofisticati piani e teorie di discolpa, inattaccabili
alibi da sciorinare al minimo tentativo di incriminazione.
Al mattino seguente ci ritrovammo davanti alla scuola prima del solito: non ci
furono ritardatari, anzi ognuno, rendendosi conto che era prestissimo, si
concesse di temporeggiare dal giornalaio, o di soffermarsi a guardare lo
spazzino che a quell'ora puliva il sagrato della Chiesa dell'Immacolata.
Nessuno fece parola sull'accaduto e tuttavia c'era un traffico intenso di
occhiate complici e ciascuno ostentava non si capisce che cosa, e tutti
facevano a gara per dimostrare non si sa che... Insomma, il pi distratto e
ignaro dei passanti che si fosse fermato un attimo a guardarci avrebbe capito
che avevamo combinato qualcosa.
Alle 8,35 entrammo. La finestra della nostra classe era aperta; era stata fatta
una prima sommaria pulizia, ma la puzza era insopportabile.
Il Preside, il bidello Tropeano e il professore di italiano ci guardarono
mentre insolitamente disciplinati raggiungevamo i nostri posti.
Attendevamo timorosi e ansiosi la bufera che stava per abbattersi sulle nostre
teste; quella bufera che sarebbe stata insieme il nostro castigo per la
malefatta e il nostro premio per la coraggiosa impresa.
Preside - disse Tropeano - Vi assicuro che ieri, quando sono usciti i
ragazzi qui non c'era niente di tutto questo. Devono essere stati quelli delle
Elementari che vengono di pomeriggio.
 cos Signor Preside - aggiunse il professore di italiano - c'ero anch'io e
sono uscito per ultimo.
Alla finestra non guard nessuno, nessuno si accorse del buco che c' ancora
oggi.
Gli Eroi di questa vicenda si scambiarono un'altra occhiata carica di
compiacimento per lo scampato pericolo.
O forse di delusione.
IL GREMBIULE
Di lui ci avevano detto che era bravissimo e ci avevano anche detto che era un
tipo strano.
Bravissimo e Strano sono due contenitori nei quali puoi versare tutto ci
che in quel momento ti suggerisce la fantasia e ciascuno di noi, prima di
conoscerlo, si sbizzarr a immaginarlo non tanto come avrebbe potuto veramente
essere, bens come ognuno avrebbe voluto che fosse. Per esempio, l'identikit
elaborato da me somigliava moltissimo al professore di latino e greco del
quarto e quinto ginnasio, al quale ero rimasto sinceramente affezionato
nonostante mi avesse fatto sospendere per quella sciocca faccenda del banco
inciso.
Cos che, quando quella mattina entr in classe senza attendere la fine
dell'intervallo, accese la luce nonostante il bel sole che inondava la stanza
e prese possesso della cattedra senza dire una parola, capimmo di avere
infilato nel contenitore delle stranezze, tante cose inutili perch
completamente lontane dalla realt, che era ben peggiore.
Scoprimmo via via, infatti che lui, ogni giorno, entrando, non accendeva la
luce: girava semplicemente l'interruttore e se la luce per caso era gia accesa,
peggio per tutti. Ci accorgemmo presto che si esprimeva in un italiano aulico,
classico, molto elegante, ma assai dissimile dal comune linguaggio corrente e
che spesso usava la congiunzione latina et al posto della e. Notammo la
sua robusta stilografica dal pennino spuntato, con cui scavava un solco nel
registro di classe ogni volta che con gesto rapido vi apponeva la firma.
Capimmo che era un uomo che non scendeva a compromessi. Neanche con se
stesso: nella buona come nella cattiva salute, con il sole o con la pioggia,
era sempre al suo posto, dal primo all'ultimo giorno di scuola.
Anche l'altro recipiente, quello che avrebbe dovuto... contenere la sua
preparazione, ci accorgemmo col tempo di averlo pensato troppo piccolo per
quest'uomo che conosceva i classici e la letteratura italiana alla perfezione,
il latino meglio ancora dell'italiano e il greco, la mitologia, i personaggi e
gli eroi, gli dei e gli uomini dell'antica Ellade come uno che, prima di
capitare per caso in un'aula del Liceo Galluppi di Catanzaro, avesse vissuto a
lungo nella Grecia di Omero.
Traduceva direttamente dal greco e dal latino e quando leggeva metricamente i
versi dell'Odissea, con un'espressione beata dipinta sul volto, passeggiando,
forse danzando per l'aula, a noi - che pure non capivamo niente - sembrava
musica. Era musica! Suonata da un interprete straordinario, da un uomo che
stava cantando in versi gesta e avventure alle quali forse aveva partecipato
durante un'altra vita.
Piccolo, tozzo, dall'aspetto decisamente paesano, demol subito le nostre
speranze di poter supplire all'impreparazione con le scritte microscopiche ai
margini del libro.
Ai suoi occhi furbi e mobilissimi niente sfuggiva durante il compito in classe:
meticoloso osservatore e dotato di umor sottile e tagliente, egli, dopo averli
corretti, legava i compiti con un fiocco colorato Perch - spiegava - anche i
meno dotati fra di voi possano, tornando a casa, dire: mamma, oggi ho fatto
una prova coi fiocchi!
Poi, prima di distribuirli, faceva i suoi commenti, senza mai riferirsi
direttamente a qualcuno: Conosco una fontana per chi non ha fortuna che
miracoli fa quando a bere si va sotto il chiaro di luna. E questo certamente
era uno che aveva copiato.
Oppure: E chiudendo la schiera ivano al paro i prenci Guglielmo ed Ademaro.
Voleva dire che quei due avevano molto collaborato nella traduzione e li
ammoniva per la prossima volta, sottolineando la fine misera dei due
personaggi omerici accoppati sotto un enorme masso scagliato dal possente
Diomcde. Nell'allegoria non era difficile capire chi potesse essere il novello
Diomede.
Per ci che riguarda il grembiule la disposizione era chiara, perentoria e,
credo, di provenienza ministeriale: le studentesse devono indossare un camice
nero durante le ore di lezione.
Ogni anno, all'inizio, era una lotta; non che qualcuno si sognasse mai di
disattendere l'ordine, questo certamente no. Ma, tra una scusa e l'altra, le
pi coraggiose fra le nostre compagne cercavano di resistere fino a sotto
Natale: la sarta  ammalata, non si trovano bottoni, luned lo porto di
sicuro... e via di questo passo fino ad esaurire la pazienza dei professori.
Cos trascorrevano i giorni e ogni giorno qualcuna finiva per
capitolare e si imbucava irrimediabilmente dentro quell'orribile sacco nero
che appiattiva tutto e rendeva anonima e scialba perfino la giovinezza.
Ridotte, verso la fine di novembre a uno sparuto gruppo, le nostre compagne
ribelli anticipavano di quattro o cinque lustri i movimenti di opinione che
avrebbero giustamente rivalutato la donna nella societ e che hanno avuto,
quando lo hanno avuto, il solo torto di perdere di vista che obiettivo sacro
della lotta era dare appropriata collocazione alla Donna e non anche quello
di alterarne i preziosi tratti caratteriali, mascolinizzandoli con il pretesto
di fortificarli.
Senza minimamente sospettare di essersi assunte un compito cos elevato, le
nostre eroine resistevano il pi a lungo possibile e, con i loro vestitini
semplici, sembravano fiori colorati in mezzo a tanto nero: gli ultimi fiori
d'autunno, prima che l'uggioso inverno, ormai alle porte, coprisse tutto di un
manto scuro e uniforme.
Poi, come sempre, si arrivava alla stretta finale, all'ultimatum del Preside e
allora non c'era pi niente da fare. Ma nessuno, per la verit, voleva fare
niente di pi .
Il Preside irruppe nella nostra classe durante l'ora di greco. Era visibilmente
fuori dalla grazia di Dio, come poteva intuirsi osservando i suoi occhiali,
sistemati obliquamente proprio alla fine del capace naso.
Non salut quasi e introdusse direttamente con voce dura il concetto: Dunque,
sia ben chiaro, da luned tutte le ragazze devono indossare il grembiule se no
vi f vedere io. Lo sto dicendo in tutte le aule per l'ultima volta. Poi,
rivolgendosi all'insegnante per sollecitarne la collaborazione, continu tra
poderosi spruzzi di saliva: Lo stesso vale per voi, Professore!.
Lui aveva capito benissimo ci che il Preside aveva inteso dire, ma... il
soggetto quello era: figuriamoci se gliela lasciava passare.
Facendo uso, e non certo per modestia, del plurale, stringendo gli occhietti
furbi e atteggiando l'espressione del viso a grande sorpresa, ma con un
sorrisetto ironico appena accennato esord piegando la testa all'indietro:
Et ancorch viviamo in mezzo ai giovani, onde siam detti docenti, pur
tuttavia una ben magra figura ci faremmo se dovessimo indossare il grembiule...
Non so se....
Il Preside non riusc neppure a parare il colpo; imbarazzatissimo tent di
farfugliare qualcosa con l'unico apprezzabile risultato di riempire di saliva
il primo banco.
Noi, pure colti di sorpresa, non facemmo in tempo a ridere di cuore. Uscito il
Preside in tutta fretta, il nostro Professore riprese immediatamente la
traduzione dei versi dell'Odissea.
E allora Atena, la dea dagli occhi di smeraldo, squarci le nubi e la terra
apparve....
Di smeraldo, si badi, non glauchi o cerulei, come traducono i pi .
UNA PERSONA CHE NON DIMENTICHER MAI
Fummo compagni di classe al primo liceo. Lui era alto, col viso sorridente,
capelli folti e ondulati, un corno sulla fronte.
No, non si tratta di un animale preistorico; gli  che effettivamente aveva
sulla fronte una piccola protuberanza che costituiva il suo orgoglio e che si
lisciava continuamente, quasi avesse paura di perderla.
Si chiamava Giuseppe, ma noi preferivamo chiamarlo Peppazzo perch era alto pi 
del giusto. Aveva innato un portamento marziale e si intuiva subito in lui
quella predisposizione allo studio che doveva farne una delle figure
leggendarie del Liceo "Galluppi".
Allora Peppazzo aveva soltanto sedici anni ed era alle prese con la Filosofia e
il Greco, suoi studi prediletti, ma il suo linguaggio schietto, la sua
scanzonata irriverenza e l'aria di saperla lunga lo facevano considerare un
veterano.
Sono davvero un veterano - diceva con un sorriso - Gli uomini in gamba
invecchiano presto.
Questo giovinotto ridanciano e pittoresco che non riusciva mai a tenere le
lunghe gambe ferme, mi riusc subito simpatico.
Man mano che ci addentravamo nell'anno scolastico, Peppazzo ne combinava delle
sue. In classe ogni tanto si sentiva il rumore di un cataclisma: Peppazzo
aveva cambiato repentinamente posizione e ormai le sue gambe arrivavano fin
sotto la cattedra.
Un giorno, sul Corso, gli chiesi una sigaretta (lui aveva sempre quelle buone);
disse di non averne e tiro dritto. Poco dopo sentii la sua voce gracidante e
familiare che mi chiamava dal Colacino (io ero nel frattempo arrivato sotto il
semaforo). Peppazzo, incapace di dire no, ci aveva ripensato e mi sventolava
dall'alto del suo metro e ottanta una Turmak profumata.
Oggi tutto questo  molto lontano.
Se penso a quei giorni lo rivedo entrare in classe, dopo l'intervallo, col
viso ancora bagnato e le tasche fuori dal pantalone: se ne serviva sempre per
asciugarsi le mani.
Oppure mi pare di incontrarlo quando, subito dopo pranzo, attraversava la citt
per andare a bere alla fontana di San Rocco. Pare che lo aiutasse a digerire.
Non si sa bene se l'acqua o la lunga camminata.
Pi tardi Peppazzo mi diede un gran dolore. Lo diede a tutti noi andandosene
giovanissimo, senza potersi difendere da una malattia che lo aveva colpito e
facendoci riflettere su una cosa che fino a quel momento non avevamo
considerato: uno di noi poteva anche morire, uno di noi poteva anche andarsene
e non essere pi con noi...
Per la prima volta un compagno era andato via portandosi un po' della nostra
spensieratezza. La prima avvisaglia che la scuola era finita e cominciava
la... vita.

Emilio Ledonne.
di Pasquale e di Maria Paonessa
nato a Zagarise il 5 dicembre 1938
iscritto per la prima volta alla prima liceale sez. D
(Registro generale dell'anno scolastico 1957/1958)

Ci chiamavano la
Legione Straniera perch, nel primo anno di formazione in quel liceo
(1957-58), molti di noi provenivano da sezioni diverse del ginnasio o
addirittura da altri istituti.
Potevamo dare effettivamente l'impressione di elementi raccogliticci; formavamo
la sezione D.
Eppure non eravamo da buttar via. A parte una certa irregolarit negli studi,
riuscimmo ad avere il nostre momento di gloria allorch, al secondo liceo,
tutti conseguimmo la promozione.
Tutti meno uno: Sergio Giordano, al quale la professoressa Zinzi, docente di
storia dell'arte, non aveva attribuito la sufficienza, nonostante gli inviti
alla comprensione formulati da tutti noi che avevamo intuito per tempo la
possibilit di una promozione generale.
A Giordano la Zinzi rimproverava, tra l'altro, di non aver capito abbastanza
di effetti policromi e di chiaroscuri.
Giordano cercava di difendersi ribadendo che non aveva alcuna predilezione per
i muri vecchi, qualificando con tale espressione l'intera materia. Per la
Zinzi, valente docente, simile apprezzamento era troppo e costituiva la
riprova del disinteresse dell'alunno per quella disciplina.
Rimandarlo ad ottobre non era poi ingiusto e lo avrebbe comunque costretto a
rivedere i suoi concetti sulla materia.
Tutti promossi, quindi, ad eccezione del povero Giordano. In sede di
riparazione and tutto bene: l'esame venne superato ma, conoscendo Giordano,
sarei pronto a giurare che non cambi per nulla parere sulla storia dell'arte.
Alla professoressa Zinzi  legato anche un altro ricordo: Peppino Panza, oggi
affermato avvocato, mio compagno di banco per un certo periodo, aveva una
pronuncia caratterizzata da una simpaticissima e marcata erre moscia.
Quando la Zinzi lo chiamava alla cattedra per l'interrogazione, noi tutti
facevamo malignamente notare che Peppino era un appassionato cultore di Andrea
del Verrocchio. La presenza di pi erre in quel nome assicurava la riuscita
dello scherzo.
La professoressa, nel compiacersi per questo interesse del Panza verso
l'autore del monumento a Bartolomeo Colleoni, invitava l'alunno ad essere
molto particolareggiato nell'esposizione; in quel momento gli occhi di Peppino,
rivolti verso i provocatori, mandavano bagliori di guerra.
Ma il ricordo di quei tempi non pu essere disgiunto dalla umanit dei nostri
insegnanti, dalla loro benevolenza e da quello che noi eravamo: ragazzi
piuttosto vivaci!
Ed i bersagli della nostra esuberanza erano spesso costituiti dagli insegnanti
pi tolleranti o da quelli alle loro prime esperienze didattiche. Tra i pi 
insofferenti alla disciplina scolastica ricordo, oltre me stesso, Agostino
Macrina, Albertino Tronca, Giovanni Spadea, Franco Giglio e Franco Villani.
L'occasionale riferimento al nome di Villani mi fa venire in mente un episodio
che mi cost una severa punizione: durante una lezione di filosofia, alla
quale non partecipava quel giorno Villani e che, se ben ricordo, riguardava
Herbart, il totale disinteresse della classe verso quell'autore aveva
indispettito a tal punto l'insegnante che pi volte era intervenuta per
richiarmarci ad un minimo di attenzione.
La nostra indifferenza ai ripetuti richiami ed il continuo rumoreggiare
avevano esasperato la professorcssa che, perduta la pazienza, incomincio ad
inveire contro di noi chiamandoci: Villani, villani.... Dal terzo banco,
dove mi trovavo, avevo ancora la sfrontatezza -  il caso di riconoscerlo - di
aggiungere  assente, professoressa!
Un urlo accompagn le mie parole: Ledonne... fuoriiii!.
Raggiunsi subito la porta d'ingresso e di l il corridoio. Poco dopo,
avvertita da qualche compagno di classe che stazionava all'esterno dell'aula,
mi raggiunse dalla quinta A la mia ragazza, Maria Opipari, ora mia moglie, la
quale, non appena mi vide, disse: Di nuovo...!?. L'interrogativo di Maria,
ed il timore che lo accompagnava, aveva riferimento ad una precedente
sospensioni dalle lezioni.
La rassicurai dicendole che non era il caso di preoccuparsi. Ma mi sbagliavo:
il buon preside Fornari, applicando rigorosamente il concetto di recidiva
- istituto giuridico la cui conoscenza fu per me anteriore agli studi
universitari ed alla professione mi sospese dalle lezioni per un giorno.
Quell'anno avremmo entrambi lasciato il liceo: io per il naturale completamento
del corso di studi, il preside per raggiunti limiti di et. Nel corso della
bella festa di saluto che si tenne verso la fine dell'anno scolastico,
ricordai al preside quell'episodio e feci timidamente osservare che la
punizione era stata forse eccessiva. Il preside, senza scomporsi, replic
dicendomi: Ragazzo, dura lex, sed lex.
 proprio il caso di dire che, prima che interprete, fui soggetto passivo di
una norma applicata con un certo rigore.
Sono passati ventisei anni. L'uomo si  sostituito al giovane, il
professionista allo studente. La vita non pu essere quella di prima ma il
ricordo di quei tempi, quando le poche pause di distensione lo fanno
riemergere,  sempre molto bello.
L'occasione per una rilettura pi attenta mi  stata offerta dal Preside
Galiano che voglio ringraziare per i momenti che mi ha regalato.

Maria Carbone.
di Tommaso e di Luigia Le Pera
nata a Cellara il 10 aprile 1939
iscritta per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. A
(Registro generale dell'anno scolastico 1952/1953)

Caro Ezio,
penso che il tempo possieda, come l'arte classica, la grande magia
dell'armonia.
Nel ricordo si attenuano gioia e dolore, sfumano le passioni, si disperdono le
sofferenze nel pi vasto sentimento di nostalgia, che  insieme tristezza,
rimpianto, struggimento dell'irripetibile.
 quasi un trasumanar che, com' noto, significar per verba non si pora.
La tua sollecitazione, che fa appello alle testimonianze personali di ciascuno,
riferita all'illustre protagonista, lo storico Liceo-Ginnasio P. Galluppi,
ci pone improvvisamente in un contesto alto e solenne.
Si passa dalla sfera privata a quella pubblica, mentre sembrava che il riflusso
ci avesse ormai costretti a chiudere le porte in faccia al mondo esterno.
Evocare tempi remoti  come togliere la polvere sui vecchi scaffali, forse
nella speranza di trovarli ancora nuovi e lucenti, mentre compaiono comunque
i segni del passato e, sui tarli, le ferite, gli errori, i volti scomparsi.
Ma poi lo schermo si ingrandisce e al flash back dell'Io si sostituisce un
flash back complessivo, in cui l'Io  sovrastato da una folla incalzante di
volti, sulla prospettiva di una citt nella collocazione storica di quegli
anni.
Il confronto perci diventa anche socio-economico e culturale e ci si accorge
che la nostalgia  solo dato personale, forse anche ingiusto, se posto come
desiderio di fermare quello che  l'incessante fluire della vita.
Cos la resistenza al ricordo lascia il passato ad una serie di considerazioni
pi generali.
Fra queste, la considerazione dell'avvenuto superamento di posizioni elitarie,
una pi giusta distribuzione del reddito, un allargamento culturale di base,
una pi diffusa partecipazione dei giovani alle problematiche del paese.
Perci ti ringrazio di avermi spinto a percorrere il mio viaggio nella memoria,
perch se il segmento verticale non  sempre vincente, quello orizzontale 
certamente motivo di speranza per tutti.
Le calze di nylon
Abitavo a pochi passi dal Galluppi. I vicoli della citt, a quei tempi, erano
ancora una croce di case, che si chiamano piano....
Dalla finestra di Via Raffaelli vedevo il mare luccicare da lontano, mentre le
rondini, incrociandosi basse sui tetti antichi, sembravano frecce nere contro
l'azzurro limpido del cielo.
Il venticello leggero, tipico della nostra citt, trasportava le voci dei bimbi
che si rincorrevano per strada seguendo il loro cerchio di latta.
Le donne, sedute sulla soglia di casa, chiacchieravano tra loro snocciolando,
nel grembiule aperto sulle gambe, fave e piselli.
Nei bassi umidi, privi di aria, spesso situati sotto il livello stradale, si
accatastavano letti grandi e piccoli, armadi, sedie, tavolo, fornelli,
lavamano, cesso e persone.
La giornata perci si svolgeva all'aria aperta, per strada: una partecipazione
costante di ciascuno alla vita degli altri.
Per le feste, come per i lutti, per una malattia, come per una lettera giunta
da lontano, era sempre un accorrere di gente, un parlare fitto, un
abbracciarsi e comprendersi.
Altre volte le liti scoppiavano violente e tutti accorrevano a separare i
contendenti o, pi spesso, le contendenti.
Da piccola, notavo con meraviglia, che molte famiglie nei bassi si
identificavano col nome della donna: i figli di Angelina, i figli di Rosetta.
La donna, stanca e affaticata, divideva il suo tempo tra i suoi lavori
domestici e quelli che prestava in casa dei signori.
L'uomo sempre assente: alcune volte emigrato, qualche volta sconosciuto, altre
volte visitatore serale perch, di giorno, occupato con il lavoro, con la
moglie e i figli legittimi.
Tra i bassi c'erano anche tante botteghe artigiane, quelle che oggi vediamo
solo nel Presepio, a Natale. Fabbri, falegnami, ciabattini, seduti sulla
soglia della bottega, al tavolo di lavoro, mentre le mani operavano, gli occhi
seguivano il viavi della strada, i giochi dei bimbi, o soltanto i pensieri.
Gli artigiani erano molto spesso anche poeti dialettali e sapevano raccontare
tante cose: fiabe, proverbi, leggende.
Alcune volte scendevo da casa a chiaccherare con loro, affascinata da quella
antica saggezza: Mastro Carmine, Mastro Rosario...
Isolando i ricordi, quello che emerge pi chiaramente nel mio pensiero  una
citt senza macchine, con l'aria limpida e chiara, con l'odore del mare e dei
campi, con una vita intensa e frizzante come l'aria.
I confini della citt erano molto pi ristretti, circoscritti a quello che oggi
 centro storico.
Chi abitava fuori le porte stava proprio lontano! Ma, forse per questo, la
partecipazione alla vita cittadina era pi corale anche se diversificata
nelle forme a causa delle rilevanti differenze sociali ed economiche.
Nell'animazione che nasce dal ricordo, risento il fischio di Michele
Rotella - imitatore ufficiale del preside Fornari - che, insieme ad Adriana
Bruno, - bella e settentrionale - alle otto del mattino passa a prendermi per
andare a scuola.
Ci arrampichiamo sotto il peso dei libri, per una piccola salita, stretta tra
vecchie case, che sbuca a Piazza Prefettura.
Un attimo in chiesa Dio mio, fa' che non mi interroghi in greco! e poi una
sbirciatina al vecchio orologio dei Sandoz, esposto in vetrina.
Dal vicoletto ad arco, abbracciato a Palazzo Serravalle, giungono altri amici.
Dal basso del Corso, arrivano i grandi: Emilio Rocca, Carlo Folino, Antonio
Carnovale.
Emilio perso d'amore per Adriana, forse anche Carlo (un giorno si busc un
sonoro ceffone per le sue avances).
Antonio gira lo sguardo intorno per vedere giungere, dai quartieri alti,
Flavia Procopio insieme ad Alba Olanda.
Dal vicolo della Questura, esce piccolo e magro, Pino Pavone a musca, i suoi
occhi chiari gi esprimevano musica e poesia.
Accanto a lui, corrucciato come un duce (soprattutto di primo mattino), Elio
Colosimo.
Avevamo formato un piccolo clan: la Sdanga ed era tutto un fitto scambio di
allegria, risate, amori.
Ma...  tardi la campanella delle donne sta per suonare.
Alcuni entrano un attimo nella Libreria Masciari per acquistare il foglio
protocollo per il compito in classe.
Poi, di corsa, il grande, severo portone accoglie le ragazze, che entrano
frettolosamente sotto gli occhi austeri dei busti commemorativi in marmo.
Fermo, anche lui come una statua, alto e solenne, sulla soglia della
presidenza, il preside Fornari. Accanto a lui, pi piccolo e molto meno
imponente, il professore Giordano, con le mani dietro la schiena e la
sigaretta tra le labbra.
I maschi schiamazzano fuori nel cortile in attesa del loro turno di ingresso.
In classe noi ragazze tiriamo fuori il grembiule dalla cartella e lo
indossiamo, badando bene di lasciarlo sbottonato in modo da fare intravedere,
le belle forme del tempo... Un calpestio di bisonti impazziti annuncia l'arrivo
dei maschi. Uno spintone ti costringe a cedere il quaderno con la versione
bella e pronta da copiare.
La IV A: aula lunga e stretta, unica classe mista dell'Istituto, quella dei
raccomandati di ferro: Annamaria Pallini (nipote del preside), Mimmo Giordano
(figlio del professore di lettere), Brunetto Carpino (idem), Tonio Scopelliti
(idem) e cos via: Luigi Costantino, Gimmi Mussari, Angelo Alcaro, Alberto
Talarico, Giulia Pavone, Giulia Marini, Lucia Bisantis... Tutti ragazzi bene,
nessun infiltrato.
Il professore Giordano, calmo e indifferente, con l'eterna sigaretta tra le
dita, ripete con incessante monotonia la quotidiana routine:
Eneide: leggi e commenta; latino: leggi e traduci; greco: i verbi...
L'intervallo delle dieci e venti  liberatorio per tutti.
Il grembiule si sbottona ancor pi per la passeggiata al bagno: i maschi
accalcati sulla soglia delle classi.
Le pi fortunate hanno gi i tacchi a spillo e le calze lunghe di nylon.
Status symbol del tempo. Io purtroppo no. Ho solo una lunga, bionda coda di
cavallo oscillante sulla mia risata.
I calzini, per imposizione familiare, sono bianchi e le scarpe basse. Un
giorno per... nel portone di casa indosso le calze lunghe che Adriana mi ha
furtivamente regalato e nascondo i calzini bianchi - mortificanti per me - tra
i libri, nella cartella.
Ondeggio come Marilyn in Niagara. Aspetto pi che mai l'intervallo. Ma ...
Carbone alla cattedra! Incedo, pensando alle mie gambe velate di nylon.
Apro l'Eneide bene in vista sulla cattedra, sotto gli occhi del professore
e... spuntano i calzini bianchi.
La risata dei compagni copre il fuoco del mio viso.
Il professore Giordano, indeciso e perplesso, sbircia tutti tra gli occhiali e
il fumo della sigaretta. Il mio cuore batte forte, mentre cerco affannosamente
plausibili motivazioni ed eventuali quesiti. Ma questi non verranno. Il nostro
benevolo docente di lettere - dolce nel ricordo - ripone paternamente tutti
gli interrogativi. Il suo viso rotondo si distende in un ampio sorriso, i
denti ingialliti ammiccano con indulgente complicit.

Giulio Iannuzzi.
di Francesco Alberto e di Ester Concolino
nato a Catanzaro il 4 ottobre 1939
iscritto per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. A
(Registro generale dell'anno scolastico 1953/1954)

Quei soliti della terza B
Dopo oltre 25 anni sto rileggendo in questi giorni I Promessi Sposi. 
curioso come dietro ad ogni rigo di percorsi manzoniani vi sia per me un
ricordo di banchi e persone di una scuola cos lontana e diversa: quei cinque
anni al liceo "Galluppi" hanno costituito la base culturale di ogni mia
esperienza successiva.
Non eravamo un gruppo di bravi ragazzi. Quella parte della citt che viene
considerata importante, a causa del suo ruolo dirigente, ci sopportava con
malcelato fastidio. Costituivamo un elemento di rottura sociale e politico e
vivevamo un modo di essere diverso, rispetto alla realt locale.
Il nostro impegno, per, era fuori dalle regole e perci da criticare.
Antonio, Mario, Enzo, Franco, Gianpaolo, Giulio della sezione B, liceo
classico, ed in pi Alfonso, un anomalo del liceo scientifico; anni 1956/59.
Professori universitari, medici, dirigenti industriali negli anni '80 ed
un'amicizia formata su quei banchi di corso Mazzini, mai superata dal tempo e
dalle vicende.
Continuiamo a vederci ed a parlarci, incontrandoci ovunque, provenendo da
luoghi lontani, a discutere di tante cose, come allora e, come allora, al
centro c' ancora la giornata scolastica, con i compagni e gli insegnanti,
amici o nemici. Perch in quella scuola noi avevamo le occasioni vere di
confronto e di scontro.
I dibattiti violenti fra il professore di matematica e fisica ed Antonio e
Giulio (ora matematico l'uno, fisico l'altro); l'ironia costante e spietata di
Mario ed Enzo, futuri letterati; l'attenzione psicologica di Franco e
Gianpaolo, adesso medici.
Ma l, fra quei banchi, c'erano anche i pochi che sapevano guardare oltre e
sapevano parlare con noi: professore Di Rosa, vorrei che tu sapessi di avere
avuto ragione!
Lasciare quel liceo non era cosa da poco, e noi dovevamo far vedere che il
momento era importante. Fu per ci che, quella mattina di luglio, ci
presentammo agli esami di maturit a bordo di una carrozza a cavallo.
Il cocchiere fece il giro della citt e si ferm alle nostre sei porte.
Ciascuno di noi apr l'uscio e sal sulla carrozza portando lo Zingarelli
sotto il braccio. Il suono degli zoccoli sull'asfalto si confondeva con quello
delle nostre risate, comodo paravento per una emozione dissimulata.
Credo che Gianpaolo (peccato che non abbia fatto del cinema, sarebbe stato un
grande regista!) ricordi quella scena senza voci e col solo suono degli
zoccoli.
Quando giungemmo dinanzi al liceo, Mario ed Enzo salutarono allegramente
l'incredula folla di esaminandi intimoriti per l'incombente impegno. Tutti
saltammo gidalla carrozza e ci avviammo spavaldamente verso l'aula d'esame.
I soliti della III B, comment qualcuno.
Ma quel soliti stavano vivendo l'atto del definitivo distacco dalla loro
citt, tutta compresa in quel vecchio edificio noto come liceo ginnasio
P. Galluppi.

Raffaele Folino Gallo
di Francesco e di Natalina Pallone
nato a Villa S. Giovanni il 21 aprile 1940
iscritto per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. B
(Registro generale dell'anno scolastico 1953/1954)

Sono nato a Villa San Giovanni ma,
trapiantato fin dalla prima infanzia a Catanzaro, ho abitato per trenta anni in
via Bellavista n. 10, all'ultimo piano del palazzo del marchese Eugenio De
Riso.
Ho frequentato le scuole medie inferiori presso la "Mazzini", ai tempi del
preside Scopelliti.
Degli anni della scuola media ricordo soprattutto i libri della biblioteca di
classe che, distribuiti settimanalmente dall'insegnante, leggevo in cucina,
seduto intorno al braciere insieme ai miei familiari.
Passato, quattordicenne, al liceo ginnasio, che si fregia del glorioso nome di
Pasquale Galluppi, ho continuato con serenit i miei studi ma i professori,
giustamente, data la mia carenza nella elaborazione delle idee, ritennero,
all'esame di ammissione al liceo, di dovermi rimandare a settembre per
l'italiano.
Dovevo scegliermi un professore privato che mi aiutasse a colmare le mie
lacune, e le mie preferenze si indirizzarono verso il professore Carlo Amodei
che allora abitava in corso Mazzini.
La scelta fu veramente felice; infatti, dopo il biennio del ginnasio, nel
triennio del liceo, svolgevo temi che venivano giudicati, non solo sufficienti,
non solo discreti, ma anche buoni.
Degli anni del liceo ho vari ricordi, che cercher di esporre con ordine.
Grande impressione mi fece, al primo liceo, la filosofia, che, insegnata dal
maestro, professore Ezio Galiano, studiavo con grande continuit.
A partire dal secondo liceo numerose ed accese, ma sempre disciplinarmente e
moralmente corrette, si fecero le mie discussioni col professore Galiano, alle
cui spiegazioni - da interlocutore privilegiato - attinsi concetti che ho
utilizzato tra l'altro in opere come La storia nella filosofia dello spirito
di Benedetto Croce ed in Kant e la filosofia tedesca postkantiana e
nell'opera della mia vita intitolata Teoria della conoscenza.
Quando frequentavo il secondo liceo venne a visitarci l'ispettore Pedicino e
l'insegnante di italiano di allora, signorina Pisani (oggi signora Salerni),
mi chiam alla cattedra.
L'interrogazione si incentr sul pensiero politico del Machiavelli e sulla
differenza tra morale ed immorale che, per chi come me non aveva ancora
studiato Kant n Benedetto Croce, era un rebus di difficile soluzione ma, nel
complesso, col sostegno dell'insegnante, riuscii a cavarmela egregiamente.
In terza liceale si present a noi studenti come docente di letteratura
italiana, il professore Sutera (poi preside) di cui ricordo con piacere la
grande cura ed il grande amore con il quale ci spieg Foscolo e Leopardi.
Il sole tramontava e l'aere bruno toglieva gli animai che sono in terra dalle
fatiche loro, quando io, in un giorno imprecisabile del mio diciottesimo anno
di et, nella penombra di una stanza lessi tutto d'un fiato i Sepolcri di
Foscolo e, leggendoli, mi commossi tanto che piansi di mestizia sul dolore
della morte e delle tombe.
Degli anni del liceo ricordo anche professori che non insegnavano nel mio ma in
altro corso: ad esempio. il professore Giovanni Mastroianni (oggi docente di
filosofia morale presso l'universit della Calabria). Fu lui il rappresentante
di istituto agli esami di maturit, da me sostenuti nel luglio del 1958. Prima
dell'esame il professore Mastroianni riun noi studenti ammonendoci ad operare
con (cartesiano) buonsenso. Per me questo fu un consiglio prezioso.
Svolsi con buonsenso il tema sul Leopardi correlando interdisciplinarmente
letteratura italiana e filosofia.
Il buonsenso fu veramente tanto che gi durante la prova successiva di
latino, il presidente della commissione, il preside Maresca, mi si avvicin e
mi domand quale facolt avrei scelto nell'universit.
Scelsi medicina ma compiuto il primo biennio, seguendo la mia
irresistibile vocazione, passai a filosofia, materia nella quale mi sono
laureato col massimo dei voti e che attualmente insegno.
I professorl del liceo (quelli che ho nominato e quelli che non ho nominato:
Emilia Zinzi, ad csempio) mi hanno aiutato a formarmi una personalit ed
un'ideologia ed io umilmente li ringrazio tutti, ma il mio ringraziamento va
anche ai compagni ed agli amici di quegli anni che, anch'essi, hanno
contribuito a fare di me quello che sono attualmente.
Il mio pensiero va ad Antonio Ameduri (oggi valente docente di italiano e
latino nel liceo Galluppi di Catanzaro) ed a Rosario Maida, allora ispiratore
del giornaletto studentesco Il Sentiero al quale collaborai per anni.
Con una punta di orgoglio ricordo il nostro crescere insieme dentro e fuori il
"Galluppi" e pubblicando Il Sentiero, che monsignore Francesco Olgiati in
Vita e pensiero del marzo 1957 defin un giornale studentesco
splendidamente redatto, che pu essere additato a modello per i suoi criteri
di seriet e per la sua freschezza giovanile. E con Il Sentiero mi torna
alla mente la citazione di un mio articolo apparso nel numero del
4 febbraio 1957 che l'ardente e combattivo uomo di fede volle fare
virgolettando, nel suo saggio su Gli intellettuali ed il comunismo,
le mie parole: O Concetto Marchesi, dove hai sepolto quel tuo Appello agli
studenti di Padova, che scrivesti durante la nostra gloriosa Resistenza e in
cui parlavi di libert e di giustizia?.
Ringrazio tutti coloro che prima ho ricordato, ma soprattutto ringrazio con
infinita umilt Dio onnipotente ed eterno alla cui volont in ultima analisi
ci dobbiamo sottomettere e fiduciosamente rimettere nell'espletamento dei
compiti che la Vita ci assegna sia che si sia discepoli (come io sono stato),
sia che si sia maestri (come anch'io con grande fatica cerco ogni giorno di
diventare).

Giampiero Nistic.
di Giuseppe e di Marcella De Settomini
nato a Trieste il 24 novembre 1940
iscritto per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. B
(Registro generale dell'anno scolastico 1954/1955)

Sono tornato nel "Galluppi"
(inutili gli attributi di glorioso, etc.) a dodici anni di distanza dalla
tanto agognata maturit classica: quella volta (i locali erano ancora quelli
di Corso Mazzini, dell'ex convento che io avevo lasciato) non col patema
d'animo d'allora: quella volta ero dall'altra parte. Lo scrivo cos, tra
virgolette, perch ho trovato di fronte a me, Commissario di Stato per
la Maturit classica al mio "Galluppi", circa ottanta Giampiero Nistic
in attesa con i propri genitori che si aprisse il fatidico
portone per far affluire i candidati per la prima prova, ovviamente di
italiano; circa ottanta Giampiero Nistic con cui ho pirandellianamente
vissuto oltre un mese e, guarda caso, proprio nell'aula in cui avevo trascorso
i tre anni di Liceo...
O, forse, sono troppo egocentrico: quegli ottanta e passa ragazzi e ragazze,
alle prese con la prima impegnativa prova della loro vita, assumevano, a
seconda dei casi le sembianze di Aldo Pittelli, di Tot Nania, di Silvia
Parisi... Tutti i miei ex compagni di Liceo, e me stesso, vedevo riflessi nei
miei occhi!
Sempre nella stessa veste, sono tornato altre volte al "Galluppi", nella sua
nuova sede di Via De Gasperi, ma l'impressione fu di molto mitigata: s, il
"Galluppi" era sempre il mio Liceo, ma non trovava in me quella stessa
rispondenza, quel fascino misterioso che mi avevano colpito la prima volta.
Ero approdato a Catanzaro dal mio paese, a 55 chilometri di distanza, quando
ancora non era maturato un decennio dalla fine della seconda guerra mondiale.
Strappato alla mia roussoiana liberta di vita, all'inizio dell'adolescenza,
non c'era altra strada che il Convitto Nazionale: era naturale (ma, allora,
come potevo capirlo?) che l'impatto fosse traumatico. I giovani della nuova
generazione difficilmente potranno comprendere il perch: portavamo da casa,
quando i nostri genitori non provvedevano o direttamente o, pi spesso, per il
tramite di corrieri, le scatole di cioccolato in polvere, da diluire nel
tazzone di caff-latte mattutino, dopo l'inesorabile sveglia delle 6.30, tanto
pi gravosa ed opprimente nelle giornate invernali, con alle spalle, o di
fronte, il giardino del Convitto, un centinaio di metri quadri con due alberi
eternamente senza foglie che sottolineavano l'uggia di una mattinata dopo
l'altra, sempre uguali, inesorabilmente uguali: sveglia, colazione, scuola,
seconda colazione, giardino, studio, ricreazione, studio, pranzo, camerate...
E gli istitutori! Solo dopo tanti anni capii che quegli aguzzini altro non
erano che studenti di universit che, con quell'ingrato compito, cercavano di
tirare avanti in quei tempi tutt'altro che facili...!
Ma, oggi che sono anch'io Preside di un Liceo, ricordo sempre ai miei Docenti
una frase che il professore Morello, quando non ci gratificava del consueto
andate a cogliere "vermitri", ci ripeteva: Quando uscirete da qui,
qualsiasi cosa facciate, qualunque sia la vostra professione non vi
dimenticate mai di essere stati studenti!.
L'altro giorno i ragazzi del mio Liceo ne hanno combinata, in occasione del
Carnevale, un'altra delle loro: avrei dovuto avere la mano pesante, perch
la normativa  la normativa, e non si discute! Ma io, davanti a quei trenta
paia d'occhi dei rappresentanti di classe, in attesa di conoscere la sorte dei
rispettivi proprietar, ho ricordato quel 17 marzo di 27 anni fa, antevigilia
dell'onomastico del signor Preside che si benignava, quasi con sovrano decreto,
di concederci met orario il giorno precedente la fausta ricorrenza.
Eravamo in terza Liceo: si respirava gia aria di Universit e, per darne prova,
convincemmo un paesanotto di non so dove a prestarci un ciuco carico di legna
per l'esorbitante somma di 500 lire (!). E quel ciuco, ahim, entr, nel
"Galluppi", tutto alle prese, la povera bestia, con problemi di equilibrio
fisico che neppure il professore Morello avrebbe, in quei frangenti, potuto
spiegargli. Tutti un ridere a crepapelle nell'ala dell'Istituto teatro di
cotanto spettacolo; ridevano anche (se pur con contegno) i professori delle
altre classi. E noi, a gridare arr, a far caciara finch... Finch in fondo
al corridoio, pi gigantesco ed imponente che mai, non apparve il signor
Preside. Silenzio assoluto; immediato rientro nelle classi da parte
degli spettatori e, come spesso avviene, non sapendo ognuno di noi a chi
affidare la cavezza asinina, ci trovammo tutti l, isolati...
Il signor Preside avanz inesorabilmente verso di noi e, come l'Apollo della
montiana traduzione dell'Iliade, rivolto al pie' veloce Alfieri cos saett:
Alfieri! Faccia accomodare il signore - e mostr l'asino in classe, e
faccia subito uscire questa massa di ciuchi!.
Detto e fatto: ma, il giorno dopo, fu lo stesso met orario per tutti, anche se
non ci pareva verosimile che, una volta rientrato in Presidenza, il signor
Preside potesse aver abbozzato un minimo cenno di riso.
Come potevo, Preside, dimenticare quest'epica impresa (ch, allora, epica era
per davvero) nell'emettere la mia sentenza? Ho concesso ai miei ragazzi il
condono, l'indulto, l'amnistia (i pentiti, forse, non possono esistere anche
nella Scuola?) con un atteggiamento ringhioso che, per la verita, non convinse
neanche me stesso. Ma tra gli abeti circostanti, ben visibili dalla finestra
della Presidenza, fu come se rivedessi il professore Morello annuire
sorridente...
La domenica era festa grande: la sveglia pi tarda, il cibo pi vario, il
dolce, il cinema o la partita di calcio pomeridiani; tutto sottolineava il
giorno nuovo, il giorno diverso. Solo la sera, rientrando nelle nostre
camerate, volavamo col pensiero ai nostri paeselli e noi, i pi giovani,
quelli della Camerata B, piangevamo quasi con un sadico gusto: oggi, si direbbe
un normale mezzo di attenuazione della tensione interiore. Sar: ma quel
pianto, per me, era una sorta di consolazione, di ritempramento per la
settimana successiva.
Allora, Convitto e Ginnasio-Liceo erano praticamente un tutt'uno e, discesa la
scalinata, dalla interna porta a vetrate opache ci si immetteva nella Scuola
vera e propria. Le grandi targhe marmoree, con le loro significative scritte,
sembravano volerci ogni mattina ricordare, all'ingresso ed all'uscita, chi
eravamo; che eravamo studenti del "Galluppi", con tutte le conseguenti
responsabilit che sembravano (e talvolta erano!) troppo pesanti per le nostre
gracili spalle. Ricordo la professoressa Ottolino, una piemontese che, credo,
insegn solo per un anno a Catanzaro; la professoressa Macr; la professoressa
Pisani; il professore Comito che, forse perch insegnava matematica, vedevamo
nella nostra immaginazione immenso, sempre scuro in volto, con una calvizie
pur essa presaga di minacce...; e, poi, superato l'esame di ammissione, il
triennio liceale nella gloriosa (questa s, e ci tengo...!) sezione B, dove il
prof, Cancellieri (poi Preside) ci avviava con mano sicura sul sentiero della
critica letteraria; dove il prof. Morello ci porgeva col cucchiaino
matematica e fisica; dove la prof.ssa Zinzi, senza che ce ne accorgessimo, ci
introduceva all'apprezzamento critico della bellezza e don Sanzi sembrava
preannunciare i tempi del Concilio Vaticano II...
E il signor Preside! Il signor Preside Giuseppe Fornari, maestoso
nell'imponenza fisica sottolineata dalla leonina capigliatura candida, che noi,
nella nostra piccolezza biologico-culturale vedevamo ancor pi ingigantito!
E i bidelli: Alfieri pie' veloce, custode e (benevolo) cerbero dell'ala
dell'istituto che ci ospitava, copia ante litteram del Capannelle
gassmaniano; e Russo, dall'impeccabile chioma alla Mascagni, doviziosamente
imbrillantinata...
Oh! dove siete care figure della mia adolescenza e della mia giovinezza (che,
evidentemente riconoscimento pari alla toga virile, mi promosse dal Convitto
alla pensione)! Qualche contatto ancora l'ho mantenuto, pur se frammentario;
ma  troppo poco! Non sono pi questi (n si rimpiangono) i tempi della
cattedra troneggiante sui tre fatidici scalini della pedana in legno, n della
inaccessibile Presidenza!
Allora, questa  veramente storia del "Galluppi": una storia che continua in
ognuno di noi che, nel nostro piccolo, abbiamo contribuito a crearla e, cosa
molto pi importante, col nostro modo di vita, col nostro stile d'essere
continuiamo a perpetuare.
Io non so, oggi: ma allora, nel "Galluppi", si entrava con franco spirito
reverenziale; l aveva studiato, prima di me, mio padre insieme con tanti
altri miei consanguinei. E mio padre mi aveva parlato, tanti anni fa, di un
Franco Berardelli, poeta morto giovanissimo, pur egli frequentante il
"Galluppi". Quello stesso Berardelli su cui, ad otto lustri dalla morte,
proprio io, scrivevo uno dei miei libri che, per benevolo detto
altrui, ancora fa testo; probabilmente perch non conosco altri che si siano
dedicati alla straziante e pur dolce poesia, per farne un saggio critico, del
tenero poeta di Martirano Lombardo, spentosi di tisi a soli
ventiquattro anni...
Ed il "Galluppi" era il capolinea, di partenza e di arrivo, della passeggiata
serale su Corso Mazzini dove, in genere tra le 19.00 e le 20.30 noi studenti
ci riversavamo per smaltire lo stress della giornata e, s'era sabato e non
c'era l'alternativa del cinema (cosa poco rara, in verita!), quello della
settimana.
Ci si trovava tutti, in maniera quasi corporativistica (Istituto per Istituto,
sezione per sezione, classe per classe), a lanciare dal marciapiede opposto
trepide occhiate alle ragazze, a porgere deferente ossequio ai professori che,
pure loro, a gruppi passeggiavano, commentando forse il pingue stipendio di
cinquantamila lire mensili generosamente elargite dallo Stato per il loro
lavoro.
Le carrozzelle erano ancora dominatrici incontrastate; ma gi era affermata
la Fiat 1100, e non mancavano le stupende apparizioni di Lancia Aurelia e
Flaminia, o delle neonate Giuliette, tra un'ancora arzilla Topolino e un
taxi dalla patetica freccia a scatto.
Ma, il sabato sera, la nostra febbre era sempre il cinema, nei ristrutturati
locali del Supercinema o nei nuovissimi locali dell'Odeon; ed anche il vecchio
Politeama e, se pur di meno, il Masciari, non erano disdegnati. Era il nostro
premio settimanale, che automaticamente saltava, spontaneamente, se qualche
dentato 4 (vero pirana della coscienza) non faceva quadrare i nostri conti con
l'impegno profuso...
E se cos era, anche la domenica non si andava oltre la rituale visita a Villa
Trieste, senza prospettiva di partite pomeridiane allo Stadio e con l'unico
beneficio di poter ascoltare Carosio, alla gigantesca Allocchio-Bacchini
della pensione, che ci inchiodava con le sue pause, le vibrazioni improvvise
della sua voce sul secondo tempo di una partita di serie A.
Comunque, giunta la sera, machiavellianamente ci spogliavamo dei nostri panni
di quel povero e tanto ricco week-end per tornare a riguardare libri ed
appunti, controllare la versione di greco o di latino, rivedere questo o quel
canto della Commedia: perch il giorno dopo cominciava un'altra settimana, e
guai a restare indietro affidandosi alla sorte o alla generosit dei
volontari!
Vita da schiavi! dir oggi qualcuno; ma se avesse assaporato l'attesa del
sabato e della domenica, cos come capitava a me, e, come me, a quasi tutti
gli altri, si renderebbe conto che cos non era. E me ne sono accorto dopo,
anch'io; molto dopo aver conseguito la Maturit ed essermi iscritto
all'Universit. Ed ora, che a parte la mia professione di Preside mi dicono
essere un'autorit nel campo della critica letteraria; ora che ho scritto tanti
libri, articoli, recensioni; ora che il mio nome ha un senso sulla bocca di
Moscati, Brandi, Gassman, Quilici, Pomilio e via via dicendo, ora
quegli anni pi che mai per me hanno un senso!
Qualche anno fa, in occasione di un premio letterario dedicato proprio a
Berardelli, a Catanzaro, ho rivisto il professore Cancellieri; me lo sono
trovato fianco a fianco, il mio vecchio professore d'ltaliano, ad esprimere
giudiz, impressioni, valutazioni...: severi ma giusti, come si conviene a chi
ha avuto la spina dorsale adeguatamente raddrizzata in anni ed anni di studio
vivificati dall'amore, che ora tutto pienamente riconosco, di chi ci ha
seguiti passo passo, comprendendo come, realmente, noi costituivamo per i
nostri Docenti la proiezione del loro valore nel futuro.
No! vecchio, caro "Galluppi" di una Catanzaro ormai profondamente cambiata:
sulle tue mura potresti ben porre una targa marmorea, come quelle che nella
tua vecchia sede ricordavano le tue glorie e additavano la strada! Una targa
su cui ci potrebbe incidere, senza presunzione alcuna, almeno questo brano
della stupenda ode del Poeta venosino:
Exegi monumentum aere perennius,
regalique situ pyramidum altius,
quod non imber edax, non Aquilo impotens
possit diruere, aut innumerabilis
annorum series et fuga temporum.
Non omnis moriar, multaque pars mei
vitabit Libitinam....
 la proposta di un ex studente del "Galluppi", ma non importa che sia
accolta o meno: nei fatti, questi versi ci stan tutti.

Mario Alcaro.
di Antonio e di Rosa Ardito
nato a Catanzaro il 16 dicembre 1940
iscritto per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. B
(Registro generale dell'anno scolastico 1954/1955)

Il Liceo "Galluppi",
negli anni in cui lo frequentai, la seconda met del decennio '50, era l, su
corso Mazzini nei locali riadattati di un vecchio convento dei Gesuiti dove
(lo appresi pi tardi dalla voce di uno dei personaggi piu interessanti che
Catanzaro abbia mai avuto: Don PippO De Nobili), si erano tenuti i corsi
universitari di Notariato e Procuratore, di Farmacia ed Ostetricia. Vi avevano
insegnato insigni giuristi come Luigi e Bernardino Grimaldi, chimici famosi
come Giuseppe Mamone Capria, professori di scienze naturali come De Leon.
Noi ragazzi entravamo da un ingresso laterale (quello centrale era riservato
alle ragazze ed ai professori), in un angusto cortile che alle 8,30 si
riempiva di studenti. Al centro, quasi tutte le mattine, in circolo, un folto
gruppo di anziani intonava le osterie e tante altre sconce canzoni. Un
giorno, questo stesso gruppo port nel cortile un ciuccio e lo fece entrare
nei corridoi della scuola. Il preside Fornari dovette mobilitare tutti i
bidelli per riportarlo fuori!
Erano quelli della III C. Io, studentello del IV ginnasio, li guardavo con
occhi stupiti ed ammirati. Chiss se un giorno sapr fare cose di questo
tipo, mi chiedevo con un po' di incredulit e scetticismo.
Il rapporto col ginnasio non fu facile, specie all'inizio. Venivo dalla scuola
media Pascoli, dove ero stato studente fra i piu bravi. Al ginnasio mi ero
sentito improvvisamente ridimensionato, declassato. Dubitavo di me, delle mie
capacit quando sentivo il professor Ugo Giordano, docente di lettere,
pronunciare quelle terribili parole: Ma vai a mangiare cipolline sotto
aceto!, ogni qualvolta qualcuno di noi sbagliava l'aoristo di un verbo greco
o dimenticava che nella seconda declinazione della lingua latina ci sono anche
i nomi in r come puer.
Questa specie di complesso and presto scomparendo. Nell'anno successivo il
professor Carmelo La Rosa, siciliano, giovane, intelligente, amico del pi 
spregiudicato prete di allora, don Antonio Sanzi, aveva avviato con noi un
rapporto diverso.
Gi si andava formando un gruppo di amici dentro il quale ognuno prendeva
coscienza della propria individualit e cominciava a costruire la propria
identit. Una identit che si andava formando al di fuori della scuola
attraverso esperienze comuni, interminabili discussioni e letture di libri
come Gli indifferenti, Il mestiere di vivere, La nausea, i romanzi di
Dostojevskij e degli autori americani degli anni '20 e '30, Il manifesto del
partito comunista, etc.
Si cresceva culturalmente cos; si andava a cinema a vedere i primi film di
Antonioni e della Nouvelle vague francese e ci si emancipava, per dir cos,
rispetto alla scuola sempre immobile ed invecchiata (ieri come oggi). Ed il
rapporto con essa divenne, col passare degli anni, sempre pi conflittuale, di
contestazione prepolitica, di ironica sopportazione.
Come descrivere tale rapporto? Con qualche esempio, con qualche episodio che
scelgo fra i tanti.
Ecco, ad esempio, Franco Giglio che, quando veniva interrogato in filosofia,
si alzava dal banco, andava sino alla cattedra, estraeva dalla tasca una
monetina e rivolto alla professoressa (da noi detta Zia Bianca), diceva: Se
esce croce vengo a conferire (s, parlava cos; era forbito, elegante,
distinto; lo chiamavamo, anche per i suoi occhiali gialli, Franco Giglio
Antinebbia per distinguerlo dall'altro Franco Giglio il quale aveva un vocione
fragoroso, come quello del padre, il famoso avvocato Giglio, che faceva
trasalire il povero cancelliere quando, alla fine della sua arringa, con un
tono di voce impressionante, diceva: Chiedo che l'imputato sia assolto!;
...se esce croce, dunque, vengo a conferire; se esce testa, no.
Dopo di che eseguiva il gesto, la monetina si librava nell'aria, poi cadeva
sulla cattedra. Tcsta; mi creda, professoressa, mi dispiace molto; sar per
un'altra volta!, diceva, e se ne tornava sorridente e soddisfatto fra di noi.
O Enzo De Nardo che riusciva a farsi uscire le lacrime dagli occhi, a
gonfiarsi di commozione ed a singhiozzare a lungo quando la professoressa di
storia dell'arte gli mostrava un dipinto di Giotto o del Beato Angelico per
farglielo commentare.
La Zinzi si commuoveva anch'essa per la fine sensibilit di cui De Nardo dava
prove s visibili, e senza che costui proferisse parola, gli appioppava un
voto non inferiore ad 8.
O ancora Giulio Iannuzzi che, avvalendosi della consulenza del fratello che
studiava fisica alla Scuola Normale di Pisa, contestava al professore di
matematica, Salvatore Morello, l'impostazione strettamente euclidea che dava
al suo insegnamento di geometria. Un giorno giunse a mettergli in discussione
la validit del quinto postulato della geometria di Euclide ed a sostenere che
non  detto che per un punto esterno ad una retta, passi una ed una sola,
parallela.
Morello rimase senza parole. Fu chiaro a tutti che non riusciva a dire quel che
provava in quel momento. Guard Iannuzzi come pu guardare un folle, poi
estese a tutti uno sguardo di compatimento, fece intendere che era del tutto
inutile tentare di insegnarci qualcosa, e se ne and.
Col passare degli anni il gruppo di amici cresceva. Alla seconda liceo era
ormai al completo. C'erano tutti (Pino Cappiello, Gianpaolo Lo Russo, Tonino
Greco, Enzo De Nardo, Franco Chiodo, Giulio Iannuzzi ed io) quelli che pi 
tardi, il primo giorno degli esami di maturit, si ritrovarono a piazza
Matteotti e con una carrozzella attraversarono corso Mazzini, raggiunsero il
liceo e si apprestarono ad entrare mettendo bene in evidenza la spugna di cui,
in caso di necessit, avrebbero fatto lo stesso uso che ne fa il pugile
suonato quando abbandona il combattimento.
Non era un gruppo impegnato sul piano politico, allora. N poteva in alcun modo
competere con gli allievi del professor Mastroianni (Paolo Butera, Domenico
Corradini, Franco Piperno, Bruno Sirianni etc.) o con quelli del professore
Ezio Galiano, che aveva il merito, fra l'altro, di contornarsi di discepoli fra
i quali spiccava sempre qualche bella ragazza.
Tra i docenti del liceo ricordo con simpatia e con affetto Livio Cancellieri,
professore di lettere e poi preside. Era persona dotata di grande umanit, ma
andava letteralmente in bestia (chiss poi perch!), quando percepiva che
qualcuno dell'ultimo banco durante la lezione cantava a squarciagola Con un
po' di fantasia....
Ricordo la professoressa di filosofia, la quale nel corso delle sue spiegazioni
a volte si infervorava d'improvviso ed usava espressioni forti del tipo:
La cavalla impazzita della rivoluzione francese, che suscitavano in noi
entusiasmi incontrollati e ci inducevano a fragorosi applausi tanto che in pi 
occasioni accorreva il preside, affannato, per chiedere: Che ? che 
successo?.
Ricordo la professoressa di scienze naturali che minacciava gravi sanzioni
disciplinari a chi chiedeva perch mai non si dovesse studiare il capitolo del
libro di anatomia sulla riproduzione sessuale.
Che dire poi della citt, della Catanzaro del tempo? Anzitutto che, negli anni
in cui ero al ginnasio, non aveva ancora conosciuto la televisione. La svolta
epocale, inaugurata da Lascia o raddoppia? di Mike Bongiorno e poi dal
Festival di Sanremo, da noi sarebbe avvenuta soltanto qualche anno pi tardi,
nei miei anni liceali.
Ma quale era l'atmosfera di quel periodo? Non potendomi dilungare mi limito,
anche questa volta, a fornire qualche esempio, qualche segno dei tempi.
Ricordo il Circolo Unione, gi Circolo dei Nobili e Biancarosa come un
giglio; era questo il titolo di un servizio giornalistico comparso sul
settimanale ABC, nel quale Biancarosa era presentata come una figura
emblematica del perbenismo tradizionale della citt, cui si contrapponevano le
prime forme di scapigliatura femminile catanzarese, vera anticipazione del
futuro movimento femminista.
Ricordo alcune conferenze tenute da noti professionisti catanzaresi nella sala
del Palazzo della Provincia.
Una volta uno di essi, per invocare una pi rigida vigilanza del censore
cinematografico e per illustrare il degrado etico in cui era caduta la
cinematografia del tempo, lesse con puntigliosit tutte le parolacce che aveva
rinvenuto nei copioni dei films di Pasolini e compagni. Fu per i presenti, e
specialmente per le gentili signore intervenute, la pi scurrile conferenza
cui avessero mai assistito.
Poi c'erano le figure degli innovatori. Sarino Maida, infaticabile
organizzatore culturale, Tot Ameduri condirettore del Il Sentiero, Mario
Garofalo avvocato dello Stato, Michele Riolo dirigente socialista, il gia
ricordato professore Mastroianni, i quadri storici del partito comunista e
vari altri.
E c'era il corso con i suoi bar, i giardini non ancora affollati di San
Leonardo, il lido dorato di Copanello (ricordo ancora lo scoglio attorno al
quale si raccoglievano i giovani bene della citt: erano i figli delle maggiori
autorit cittadine i quali, dopo non pi di un decennio, sarebbero subentrati
ai padri divenendo le nuove autorit cittadine), il Gelso bianco e Case
arse, il cui nome, assieme allo scoglio di Copanello, mi pare il simbolo
emblematico del destino un po' amaro di una citt, vivace ed intelligente ma
frustrata dai suoi amministratori e costretta a subire la perdita di tanta
parte dei suoi giovani migliori.
Ma la figura che mi  rimasta pi impressa, forse perch consente una
rilettura in chiave parodistica delle vicende della citt,  quella del
professor Zaccone, maestro di vita e di cultura. Lo si incontrava
frequentemente per le vie di Catanzaro nord, con la sua giacca da camera e
la sua canna che usava a mo' di bastone. Era costantemente impegnato a
scrivere esposti, ricorsi e pubbliche denunce contro i principali dirigenti
politici della citt. Erano piccoli trattati, che si distinguevano per
l'eloquio fluido e soprattutto per l'aggettivazione estrosa e pesante ed in
cui si elencavano gli scempi e le malefatte degli amministratori del tempo.
Non posso riferire qui gli improperi che riversava su quegli amici che noi,
per stuzzicarlo un po', gli presentavamo come nipote del sindaco o figlio
dell'ingegnere capo del Comune o futuro genero dell'assessore ai Lavori
Pubblici.
Descriveva cos la decisione dell'Amministrazione Comunale di tagliare gli
alberi di piazza Matteotti: Il giorno in cui fu perpetrato il delittuoso
eccidio dei platani nella piazza accanto alla fontana-abbeveratoio della
citt. Definiva il cinema comunale, che aveva il torto di essere il cinema
del comune, quel deposito di paccottiglia e di fichi secchi.
Quando poi riusciva a prescindere per un momento dai misfatti dei dirigenti
politici locali, si addentrava nelle questioni dottrinarie. Era divenuta
famosa la sua definizione della politica: La politica - diceva - non  n
scienza n arte, ma polarizzazione di interessi, che convoglia nel fiume
tormentato della storia passioni, bisogni, desideri, paure, speranze,
ambizioni, complessi, timori... - ed a questo punto proseguivamo noi in
coro - ...nanti, panti, spatuli, sguerrimazzi, lippi 'e fiumara, ferri 'e
cozetta... e chi pi ne ha pi ne metta!

Donato Veraldi.
di Francesco e di Rosina Mannarino
nato a Soveria Simeri il 12 gennaio 1941
iscritto per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. A
(Registro generale dell'anno scolastico 1954/1955)

Non  facile,
dopo tanti anni, prender penna e rivestirsi d'adolescenza alla ricerca di
graffiti, del noi come eravamo, delle sensazioni, spesso inenarrabili, che
hanno costellato quegli anni.
Se in una relazione politica si pu fare ricorso al mestiere, alla
circonlocuzione amica, alla terminologia invalsa, alla concettualit
stereotipa, qui no, qui bisogna essere se stessi, bisogna raccontare.
E la cosa pu far sentire nudo chiunque abbia paura della propria nudit. Ma
veniamo al fatto.
Era l'anno non importa quale e, dopo un inverno particolarmente piovoso, del
quale conservo ancora il ricordo sbiadito di rossi bracieri e caldarroste, a
scuola ci comunicarono che si sarebbe fatta in classe la celebrazione
ufficiale del 25 aprile.
Gi all'annuncio ci furono i primi brusii e la cosa non manc di meravigliarmi.
Alcuni compagni, addirittura, formarono un capannello e si misero a parlarne
quasi sottovoce, manco fosse il compleanno della biondina dell'ultimo banco,
quella carina, e si profilasse una festa da non perdere.
Eravamo stati posti, noi alunni, di fronte ad un fatto completamente nuovo;
sembrava dovessimo coniugare in un avvenimento unico il passato ed il presente,
le opinioni e la storia.
S, perch allora la storia contemporanea a scuola non andava molto di moda e,
per un ragazzo di prima liceale come me, la seconda guerra mondiale e la
liberazione dal fascismo erano solo due paragrafi, appena accennati, in un
libro delle medie.
Entrai anch'io nel capannello e, dopo alcune battute, qualcuno, pi scafato,
ci spieg che c'entrava la politica... la politica? Ma quella, pensai tra me,
 una cosa per grandi...
E fu cos che mi accorsi che anch'io diventavo adulto, man mano che le
questioni degli adulti penetravano nel mio microcosmo. Ma non era la sola cosa
di cui mi sarei accorto in quella occasione.
Dopo queste premesse, quasi iniziatiche, la curiosit di vedere che cosa
sarebbe successo suscit in me una sorta di ipertensione. Volevo sentire,
capire cosa dividesse ancora, dopo tanti anni, gli italiani nel giudizio sugli
avvenimenti che avevano portato il Paese dalla dittatura alla democrazia,
dalla monarchia alla repubblica.
E fu in questo clima che, nel giorno fatidico, il nostro professorino Dario
Sutera Sardo, imberbe, elegante ed impettito, dimesso Tacito e zittito
l'implacabile Cicerone, cominci a raccontarci come e da chi il Paese era
stato liberato, a quale prezzo ed in nome di quali idealit.
Il vigore con il quale le argomentazioni venivano addotte, cos distante dalla
pacata lucidit con cui lo stesso docente ci illustrava i classici latini,
produssero in me il primo stupore.
Ma ci che mi lasci pi attonito fu la rissa furibonda (si fa per dire) che,
dopo l'amen del professore, scoppi in classe tra i favorevoli ed i contrari
alla versione cauto-progressista che con molto garbo, per la verit, ci era
stata esposta.
Battibecchi e clamori che sino al giorno prima erano appannaggio del luned
calcistico o della valutazione di talune grazie muliebri, imperversavano
nell'aula, non pi aula scolastica ma succursale di una improvvisata tribuna
politica.
Persino la mia vicina di banco, quella con la quale ero pi in confidenza, mi
guardava con aria di sfida, quasi a dirmi: Non oserai pensarla diversamente!.
Non osai. Sono per natura un riflessivo e mi permisi solo di abbozzare delle
generiche perplessit. Nel mezzo di questo tumulto entr in aula, per la
normale lezione, il professore di filosofia, Ezio Galiano.
Chiese, naturalmente, il motivo del chiasso in corso e, zittite le unisoniche
risposte dei pi esagerati, prese, pazientemente, ad illustrare il rovescio
della medaglia.
Le certezze di poc'anzi, nel suo racconto, diventavano interrogativi; la sua
versione non propiziava enfatici entusiasmi ma problematici risvegli da quella
che, probabilmente, era stata una ubriacatura, il sogno collettivo di una
generazione: la potenza imperiale.
Era l'altra verit, quella di coloro che si sentivano vinti e non riuscivano a
trasformarsi, opportunisticamente, in filovincitori.
Non un rumore nell'aula, non un sospiro. Solo il suono di quella voce, alcune
pause, e di nuovo la voce, a tratti incrinata, del professore.
Era riuscito, quantomeno, a meritarsi il rispetto anche di noi che, pur non
condividendo le sue idee, coglievamo l'estrema dignit e l'onest
intellettuale di chi le professava.
Il rispetto per il diverso e lo stile nel porgere le proprie idee furono,
quella mattina, la prima lezione di politica che i due docenti impartirono a
tutti noi.
L'altra scoperta, quasi traumatica, fu quella delle multiverit.
Sino al giorno prima quanto proveniva dalla cattedra era verit rivelata, era
sapere da assimilare, nozione da ripetere, ora scoprivo che la verit non sta
da una parte sola, non  sempre scritta sui libri o su un libro solo.
La verit  quella che ognuno di noi costruisce attraverso il confronto delle
opinioni e la loro interiorizzazione critica. Non vorrei esser definito
eretico se affermo che ognuno di noi, in fondo, professa una sua verit.
Da quel giorno in poi ho rivisitato la funzione della scuola; pi che un
numero limitato od illimitato di nozioni, la scuola, gli studi in generale,
potevano darmi la capacit di scegliere, di distinguere il vero dal falso, il
buono dal cattivo, l'utile dall'inutile. Forse in quel momento ho scoperto la
politica, il suo fascino, la sua forza di suggestione.
Fin anche l'ora di filosofia ma non finirono (e non lo sono ancora oggi) le
polemiche sul 25 aprile. Ci che fin forse quel giorno, e perci lo ricordo
con malinconia, fu la beata incoscienza della mia adolescenza.

Luigi Cafasi.
di Luca Alberto e di Antonia Zinzi
nato a Catanzaro il 26 marzo 1941
iscritto per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. D
(Registro generale dell'anno scolastico 1954/1955)

Il preside del "Galluppi",
per mezzo di mio figlio, anche lui infatti  alunno del liceo che fu il mio,
di mio padre, di mio nonno, del mio bisnonno, mi chiede di inviargli alcuni
ricordi relativi agli anni del liceo da poter pubblicare per onorare la storia
della nostra antica scuola creata dai Napoleonidi.
Cosa ci vuole? - mi dico - e mi accingo a tirar fuori volti, nomi,
avvenimenti, curiosit.
La questione si dimostra subito molto pi difficile: perch, tra una cosa e
l'altra, e fatti i debiti conti, sono gi trent'anni che ho lasciato il liceo.
- Un cartoccetto da cinque lire di farina di castagne comprato vicino alla
scuola?
- No! - quello  un ricordo delle scuole medie, ma all'epoca mia le scuole
medie erano allogate al primo piano dell'edificio che ospitava il liceo
ginnasio "Galluppi" e l'omonimo Convitto Nazionale e noi ci sentivamo della
famiglia con la sola differenza che, col passaporto di bambini, entravamo dal
portone principale su Corso Mazzini insieme con le ragazze del ginnasio e del
liceo, mentre i gi maschi entravano dalla porta di dietro vicina alla
palestra.
Ricordo i primi pantaloni lunghi comprati per andare al ginnasio, ma... dopo
una bella discussione (si era nel dopoguerra e le spese si facevano con molta
oculatezza e poi... i pantaloni corti facevano crescere pi forti e robusti e
si rompevano con minore facilit). Le lapidi con incisi i nomi dei caduti nella
Grande Guerra ed il Bollettino della Vittoria? Quelle s che erano cose legate
alle visite in presidenza ed in segreteria, alla lettura dei quadri degli
ammessi agli esami, all'entrata ed all'uscita dalla scuola e, forse, proprio
quei nomi ci avevano convinti, all'epoca di Trieste zona A e B, a recarci con
i grandi del liceo a portare una corona di alloro al Monumento ai Caduti e a
chiedere che non si lasciasse agli altri un pezzo d'Italia solo in virtdi un
Trattato che, tra l'altro, all'epoca non sapevamo neanche che cosa fosse. E
fummo caricati dalla Celere e dispersi in meno di un secondo e tornammo a casa
trepidanti e certi di aver fatto qualcosa di sicuramente glorioso, ma ignari
che saremmo passati alla storia, del "Galluppi" s'intende.
E dopo c'e stato il sessantotto e dopo ancora abbiamo visto sui giornali ed in
televisione visi di persone che erano al liceo con noi, bellissime
intelligenze, coinvolte con gli anni di piombo. Cafasi Luigi, Francesco,
Salvatore, Maria... cosa ci fa questo singolare con tutti questi plurali?.
Il preside Fornari, con la sua caratteristica inflessione, veniva con il
grande libro a leggerci le medie: il librone lo portava il bidello piccolo e
scuro, il terribile Gigino Pucci, con i capelli pieni di brillantina e,
mentre il preside leggeva, ci guardava con occhi feroci neanche fosse stato il
provveditore agli studi in persona.
Dovete andare meglio, dovete andare meglio, anche la condotta lascia a
desiderare - concludeva il preside.
Siete bestioni, siete tutti bestioni - ci diceva pacato il professore
Cancellieri - vi metto due meno, meno, meno - e si mangiava, parlando, la
esse della parola bestioni e, deposto il sigaro toscano, si puliva il naso con
un fazzoletto che ripiegava poi sempre, asciugandosi i baffi almeno dodici
volte.
Il guaio pi grosso che poteva capitarci nell'ora di italiano era di essere
interrogati dal bonzo insieme alla figlia, Leda Cancellieri. Infatti,
essendo il professore un po' duro di orecchi, riteneva che i mormorii che
udiva o il rumore del traffico fossero suggerimenti agli interrogati e,
scrupoloso e corretto com'era, metteva cinque alla figlia che per noi
avrebbe meritato nove, e quattro al compagno di sventura che
sei lo avrebbe preso sicuramente con qualsiasi altro professore.
Cancellieri era sempre stato incerto se i presunti suggerimenti fossero fatti
per mettergli in cattiva luce la figlia o perch lei ne avesse veramente
bisogno.
Questo lo angustiava molto ed era l'unica cosa che gli faceva perdere la sua
calma orientale: purtroppo lo scoprimmo solo dopo la maturit e, per la verit,
nessuno suggeriva a Leda Cancellieri che era sempre molto preparata, pi o
meno di quanto soffiasse agli compagni.
Il fatto  che nella testa avete lippi 'e jumara - ci comunicava il
professore Morello quando beatamente ed incoscientemente gli sbagliavamo le
sue adorate formule e i teoremi.
Non ci sar tanta piet, per voi, agli esami - ci minacciava la
professoressa Petrucco di francese (ma questo  un ricordo del ginnasio),
mostrandoci un pezzettino di indice segnato con il pollice, dopo che l'avevamo
fatta adirare ben bene approfittando che aveva sempre mal di testa, che aveva
paura delle automobili e delle vespe e che era piccola piccola. Una volta
venne in classe felice e ci mostr un libretto di sue poesie che le era stato
pubblicato in quei giorni (fu subito acquistato da tutti i genitori ma mai
letto, credo, da nessuno). I nostri commenti le fecero riporre
immediatamente il piccolo tesoro nella grande borsa che si portava dietro e
dalla quale ogni tanto spuntavano pacchettini della spesa. Chiss di quanto
amore sarebbe stata capace quella piccola donna non bella, non alta, non
elegante, e di quanti sogni ed ideali si circondava nel chiuso della sua casa,
dopo aver smesso i panni e l'obbligo di sopportarci per tirare innanzi la sua
vita di insegnante precaria! Nessuno di noi, penso, si rese conto, e neppure i
suoi colleghi, che Teresa Petrucco non era solo quello che lasciava trasparire
all'esterno.
E tutti questi professori ora non ci sono pi , eppure quanto ci hanno dato e
quante cose ci hanno insegnato!
La passeggiata scolastica: le classi si snodavano per le vie della citt senza
traffico, come si stava bene allora!, per andare a Siano, in campagna, e i
primi corteggiamenti con mazzetti di fiori di campo raccolti l per l.
Una volta si and a Casciolino nella propriet dei Larussa e fu bellissimo,
con Michele Rotella che al microfono imitava la voce del preside Fornari
e gli arancini di riso e le frittate di pasta portate da casa nei cesti.
I balli del liceo a fine d'anno: i primi profanando timidamente con le danze la
sacralit dell'aula magna e l'ultimo, nel 1959, fatto al Grande Albergo
Moderno con l'orchestra di Nick Monizza che suonava i pezzi americani
dell'epoca e fuori pioveva, pioveva tantissimo, ma che importava?, tanto avevo
gi la macchina comodamente parcheggiata davanti alla scala del Moderno per
poter riaccompagnare a casa, eventualmente, qualche gentile fanciulla che ne
avesse sentito il bisogno.
Il distintivo del liceo...:lo devo ritrovare, ci tenevo tantissimo: uno
scudetto rosso e blu con sopra un compasso, un libro, ... che altro? Deve
essere ancora attaccato al mio cappello universitario insieme alla medaglia
dei campionati studenteschi (facevo il lancio del disco con mediocri
risultati).
E poi sono andato all'universit e davanti al mio liceo "Galluppi" sono
tornato per incontrare mia moglie all'uscita dalla scuola e per passeggiare
con lei e di fronte al liceo c'era il Bar Mantella e vi andavamo a prendere il
gelato l'estate e la cioccolata l'inverno, all'interno per, perch ci
potevano vedere i professori.
Ora il mio liceo  diventato di nuovo convitto ed il liceo  andato a Villa
Menichini con i vetri dell'auditorium rotti a colpi di pietra e ogni volta che
lo vedo mi viene la tristezza e la nostalgia.

Mario Nicotera.
di Giuseppe e di Amalia Provenzano
nato a Catanzaro il 18 giugno 1941
iscritto per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. B
(Registro generale dell'anno scolastico 1954/1955)

Carmelo La Rosa professore e... uomo
Il suono della campana che annunciava l'inizio dell'ora di matematica era
seguito da un silenzio profondo. Di l a poco, assieme ai miei compagni di
sventura, avremmo ascoltato atterriti ed imponenti il minaccioso tintinnio dei
numeri di legno agitati impietosamente dal prof. Morello nel suo famoso
sacchetto.
Poco votato alla comprensione delle nostre intemperanze giovanili e
ciecamente fiducioso (era un matematico!) nella Legge dei Grandi Numeri,
affidava al destino, alla cabala il compito crudele di smascherare e
colpire le nostre debolezze.
Illustre epigono del Divino Marchese, lo vedevo accompagnare con un ghigno di
soddisfazione le reazioni di stupore e di prostrazione del malcapitato di
turno ed il respiro di sollievo del resto della classe solo momentaneamente
sottratto dalla fortuna alle mani del carnefice.
Forzati della risata, tuttavia, i miei compagni ed io, una volta beneficiati
dal destino, ci alleavamo alle espressioni di scherno e all'ironia con cui
venivano commentate le esitazioni dell'interrogando per esorcizzare la paura
che ci coglieva nel pensare che, tanto, prima o poi, sarebbe toccato anche a
noi.
Carmelo La Rosa, invece, si presentava con nient'altro se non col suo faccione
tondo e ben rasato.
L'imponenza della persona e la statura elevata di quell'uomo di mezza et
venivano nascoste alla percezione dalla presenza, sul volto, di due occhi
dolci e chiari, attenti e vivaci, inequivocabile espressione di una
rassicurante propensione a capire.
Poco disponibili a passare inosservati o a farsi irretire dalle due grosse gote
sottostanti, quegli occhi apparivano, altres, inesorabili custodi degli stati
d'animo pi profondi.
La bocca, ben disegnata, ma piccola, non faceva tuttavia fatica ad aprirsi un
varco fra il pannicolo adiposo delle guance, se si trattava di aprirsi ad un
sorriso; sembrava soccombere, invece, sotto il peso dei tessuti soprastanti,
quando doveva serrarsi alla fermezza o al disappunto per non cedere alla
riprovazione o alla rabbia.
Da un piccolo spiraglio, allora, penetrava un sospiro, lungo e potente cui
veniva chiamato a sostegno tutto l'imponente torace fino al punto in cui
l'aria insufflata non avesse dato completo respiro alle cellule cerebrali,
normalit al rossore, lucidit alla mente.
I tessuti del volto, allora, temporaneamente sconvolti dall'accesso, si
ricomponevano obbedienti e si ridisegnava progressivamente la solita e
rassicurante espressione.
Il suo modo di fare, anacronistico - forse - per quei tempi dominati da
tombole e ghigni satanici, tradiva il suo profondo amore per gli studenti.
Usava accompagnarsi a noi nella tradizionale passeggiata serale e accettava di
buon grado che, in piccoli gruppi, andassimo a portargli a casa conforto e
assistenza, se era malato.
In classe o fuori, sapeva farci apparire importante tutto quello che
apprendevamo, scoprivamo, discutevamo, in un clima disteso che non offriva
nessuna suggestione all'indisciplina, n concedeva soddisfazioni alla
negligenza.
Eppure, - mi ricordo - incuteva soggezione.
Aveva, infatti, un modo tutto suo di orientare e dirigere il processo di
apprendimento quando qualcuno di noi appariva esitante e dubbioso dei suoi
insegnamenti: raccontava una storiella in perfetto dialetto di Sicilia, sua
terra d'origine.
Trattava della disavventura occorsa ad un venditore ambulante di una di quelle
fiere paesane che costituiscono la tradizionale cornice della festa del
patrono.
Ad un impertinente acquirente di una delle sue statuine raffiguranti il santo
in questione e che continuava ad avere da ridire sul prezzo richiesto, il
venditore rispondeva senza scomporsi e con aria sorniona: 'un ggnn pupu...: 
San Calojero.... E se il compratore insisteva che fossero troppe cento lire
per un pupo, lui ripeteva sempre e soltanto la solita frase.
Come il venditore, anche il professor La Rosa, in quel magico 1954, usava
rispondere cos a quelli come me che stentavano a capire fino in fondo il
valore della qualit, nell'apprendere.
Verso la fine dell'anno di quella meravigliosa quinta ginnasiale ci dette da
fare un tema (lo ricordo ancora!) sulla Scuola e sul valore formativo di ogni
disciplina. Mi dette un voto molto vicino al dieci, ma non dieci, e mi spieg
perch. Avevo usato nel corso del componimento la parola scibile, grossa,
imponente, pomposa, proprio come quel Monumento che da qualcuno si voleva che
fosse la Scuola.
Non so come sia adesso che ci vivo fuori, ma a quei tempi la Scuola mi appariva
distante, ostile per molti aspetti, ma, soprattutto poco disponibile ad
accogliere e capire l'eterno dilemma del giovane adulto, quello che oggi
chiamerei l'impossibile equilibrio di compromesso fra valori ed istanze
contradditorie quali il piacere e il dovere, la passione e la rinuncia, il
desiderio e la delusione, la speranza e la rassegnazione, il sogno e la realt.
Era giusto che mi rimproverasse, dunque, dopo che per un anno ci aveva
impegnati, al di l della retorica, a verificare le molte potenzialit di
un'et difficile: l'adolescenza.
E fu giusto che restasse solo, di l a poco, a difendermi nella drammatica
sessione d'esame che mi vide, in piena crisi, svolgere un tema di italiano
insulso e sconnesso, meritevole, solo, della umiliazione della riparazione ad
ottobre.
Seppi che si affann a spiegare alla Commissione esaminatrice la sua ipotesi
su quel mio transitorio insuccesso, che tent a lungo di evitare la mia
riprovazione, che invoc insistentemente considerazione per il mio passato di
studente-modello, ma mi piace ricordarlo solo mentre accetta con fermezza anche
se con un po' di commozione il verdetto.
Si sa, nella Scuola, sono i risultati che contano!
Ci rincontrammo alla prima liceo: fu ancora lui il professore di lettere di
quel gruppo di ragazzi che stava diventando una classe-modello, ma alla fine
dell'anno ci lasci.
Forse esagero nel pensare che fu questa la causa, ma quella classe non fu mai
pi la stessa. Diventammo turbolenti, cattivi, svogliati e lasciammo tutti
quanti il liceo per andare all'Universit con un grande rimpianto, quello di
un'occasione perduta.
 difficile spiegare senza ricorrere al linguaggio della scienza ci che possa
essere successo in ognuno di noi; credo, tuttavia, che tutti possano
comprendere che lo sviluppo dell'individuo ed il suo equilibrio dipendano dal
riuscire a mantenere un buon contatto con gli oggetti interni dell'infanzia
che rappresentano i corrispettivi delle persone che siano state per loro
significative.
Il professor La Rosa divent, suo malgrado, l'oggetto cattivo dell'infanzia, e
tutti ci facemmo distruggere da dentro dalla sua immagine di genitore che
abbandona.
Torn a salutarci un anno dopo e quella fu l'occasione per lasciarci l'ultimo
insegnamento: quello che ci aiut a ricominciare a lavorare per la nostra vita
futura.
Ci disse che se ne era andato per stare vicino ai suoi cari, per prender moglie
e farsi una famiglia e a me che stavo accennando una reazione di rabbia, che
stavo per accusarlo di tradimento, riserv per l'ultima volta quella sequenza
di movimenti del volto e delle labbra che conoscevo bene.
Quando ogni traccia di rossore scomparve dal suo volto, ferm il mio stupido e
rabbioso dire e mi rispose: Nicotera,  bene che lei sappia, che per un uomo
debbano avere uguale valore nella vita tutti gli affetti....
Non ricordo se aggiunse altro e non giurerei che disse proprio cos; posso solo
dire che non ho mai pi smesso di guardare sempre pi profondamente in me
stesso prima di guardare negli altri.

Gianpaolo Lo Russo.
di Tommaso e di Amelia Cannistr
nato a Palermiti il 21 settembre 1941
iscritto per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. D
(Registro generale dell'anno scolastico 1954/1955)

L'espulsione
Quando nei primi giorni di ottobre dell'ormai lontano '54 mi iscrissi al liceo
ginnasio P. Galluppi di Catanzaro, la strada che si inerpicava dolcemente
verso la scuola era fiancheggiata, qua e l, da qualche casa semidiroccata con
imposte grigie, spalancate fino a sera. La strada si apriva poi di lato, quasi
all'improvviso, su un piazzale di terra battuta in mezzo a case basse dai
colori stinti.
La IV D fu sistemata nel seminterrato, lontana dal cuore del liceo e
dall'ufficio di presidenza, in una specie di scantinato alto, quasi dirimpetto
alle cucine dell'attiguo Convitto, vicino ai laboratori di chimica e fisica.
La luce raggiungeva l'aula dall'alto attraverso finestroni che portavano,
assieme ai rumori della strada principale della citt, un po' di malinconia.
In una mattina di quell'autunno fui preso di mira da un burbero professore
siculo di lingua francese e mi ritrovai fuori dall'aula, nel corridoio ampio e
poco illuminato.
Presi a camminare lentamente lungo il muro verso la luce che filtrava da una
porta della grande cucina del Convitto. I buoni odori mattutini delle minestre
tenute in caldo mi incoraggiarono e presi ad osservare, attraverso lo
spiraglio, i movimenti lenti, senza passione, di una cuoca nostrana.
Immaginavo di pane accompagnato a zuppa di fagioli all'olio allorquando un
rumore di passi ed un chiacchierio sommesso, subito interrotto, attirarono la
mia attenzione.
Con passi rapidi raggiunsi la balaustra della scala che porta al piano
superiore, mi appoggiai con tutto il corpo cercando di nascondermi in silenzio.
La vergogna di trovarmi fuori dalla mia aula, da solo, perch espulso, mi
faceva trattenere il respiro...
Davanti a me, su, in cima alla scala, una professoressa magra e slanciata, dal
volto serio e senza stupore, precedeva una scolaresca disposta in fila per due.
Erano liceali diretti, con apparente solennit, ai laboratori di chimica e
fisica.
In qualche secondo sarebbero passati tutti ad un palmo dalla mia testa, ognuno
di loro mi avrebbe scrutato a lungo, per un tempo infinito; qualcuno avrebbe
chiesto o commentato attirando l'attenzione della impassibile professoressa.
Invece sfilarono tutti in silenzio con sguardi seri verso l'ora di lavoro che
li attendeva.
Due anni dopo la I D trov sede nel cuore del liceo.
Alle 13,30 la scuola chiudeva, lasciandoci soli con la citt. In quegli anni
le occasioni culturali erano rare e meste e l'Aula Magna del Liceo quasi
sempre deserta nei pomeriggi di ogni stagione.
Le impalcature che nascondevano il Teatro Comunale stimolavano l'immaginazione
di chi sognava spettacoli futuri. Un tardo pomeriggio si proiett a scuola un
film nero allora celebre: Il terzo uomo (anche a distanza di anni  rimasto
sconosciuto il promotore di quell'iniziativa). L'Aula Magna si riemp tutta ed
ogni classe si raccolse in gruppi su sedie senza braccioli.
Nelle interminabili ore di scuola la lettura di Dante ed il dolce tepore
dell'aula favorivano silenzi profondi; un giorno che si ascoltava il canto
decimoterzo, quello di Pier delle Vigne, alzai la mano fiaccamente per
chiedere specifiche delucidazioni sul significato intrinseco della parola
meretrice.
La giovane professoressa d'italiano aveva mani agili e nervose, viso angolato e
capelli corti. Rossa in volto, sorpresa, nel silenzio tiepido del primo
mattino, mi indic la porta che imboccai incredulo.
Non fin l. Un'ora dopo, la nota del preside sotto il rapporto della mia
malefatta, sanciva il mio allontanamento dalla scuola per cinque giorni.
Ricordo che era l'inizio della primavera, quando le giornate a Catanzaro si
inteneriscono. Fu allora che, per la prima volta, attraversai in lungo ed in
largo la citt.
Non compresi mai la ragione di quel rigore; sicch nel tempo successivo,
quando alzavo la mano nell'ora d'italiano, usavo tenere le cinque dita ben
aperte e distese!...

Michele Policicchio.
di Domenico e di Maria Tavano
nato a Borgia il 26 settembre 1941
iscritto per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. D
(Registro generale dell'anno scolastico 1954/1955)

Qualche tempo fa
mi sono dovuto recare presso il liceo classico per giustificare con il preside
la decima assenza di mia figlia.
Il preside, professore Ezio Galiano, esaurito l'oggetto della mia visita, ha
colto l'occasione per consegnarmi una lettera diretta ad ex allievi del liceo
ginnasio "Galluppi" per invitarli a rileggere nella memoria e a scrivere
qualche pagina di ricordi degli anni trascorsi al "Galluppi". L'inaspettato
compito mi richiama alla mente un episodio del mio quarto ginnasio.
Dopo la fine dell'anno scolastico, durante le vacanze estive (precisamente
verso i primi di agosto), gli alunni della quarta ginnasiale sezione D, che
eravamo stati promossi, ricevemmo dal nostro insegnante di materie letterarie,
professore Mario Barberio, una lettera circolare con alcuni allegati, nella
quale il docente ci invitava a svolgere dei compiti riguardanti il programma
dell'anno successivo. Fu una lettera inaspettata, giunta quando ormai avevamo
assaporato pienamente le vacanze e la scuola era lontana dai nostri pensieri.
Il leggerla mi produsse una sensazione di disagio, cui subentr
ben presto una serie di concrete preoccupazioni: tra l'altro, ero
in villeggiatura senza libri di testo e senza vocabolari. Mi guast certamente
il pieno godimento delle meritate vacanze, ma non era questa l'intenzione del
buon professore, il quale si era lasciato prendere la mano fuori stagione
dal suo inarrestabile zelo, che durante il periodo scolastico avevamo tanto
apprezzato: tutti i giorni, infatti, arrivava di buon mattino da Nicastro e
quando noi entravamo nell'aula trovavamo, su tutta intera la lavagna, nutriti
schemi di grammatica latina o greca, scritti con grafia minutissima - regole
ed eccezioni evidenziate con tutti i tipi di segni grafici e con prevalenza di
parentesi graffe, quadre e tonde -.
Analoga sensazione di disagio, analoghe preoccupazioni mi hanno assalito,
quella mattina, rivarcando la soglia dell'ufficio di presidenza, con in tasca
la lettera del preside.
Abituato, ormai da anni, per la professione che esercito, al carattere
scientifico dei provvedimenti giudiziari, che per di pi sono gli unici miei
elaborati scritti, e considerato che ho un'innata ritrosia a parlare in
pubblico e a scrivere per il pubblico, fui colto addirittura
da un senso di panico: non avevo ricordi di particolare
interesse, non avevo la capacit di esporre in maniera da rendere piacevole la
lettura.
Camminando per strada, mi rilassai e, senza accorgermene, riandai con la mente
a quegli anni ormai lontani: fine del 1955 e poi 1956-1957-1958-1959 e
l'estate del 1960.
Allora la sede del liceo non era in via De Gasperi; era l'austero edificio di
Corso Mazzini a pochi passi dalla basilica dell'Immacolata. Andando a scuola,
entravo immancabilmente in quella chiesa il tempo di recitare velocemente
dinnanzi all'immagine dell'Ecce Homo, posto nella navata destra, la preghiera
stampata sul lato sinistro dell'immagine O Ges, io adoro il vostro ultimo
sospiro.... Era questa una abitudine che avevamo molti studenti del liceo e
che, a parte il valore religioso, ci offriva l'opportunit di incontri
fuggevoli e silenziosi con compagni e compagne di tutte le classi.
Dopo appena un minuto, noi maschi ci trovavamo radunati nel cortile adiacente
all'entrata secondaria della scuola a cantare canzonette oscene, le famose
osterie, in attesa del suono della campanella per poter entrare. Le ragazze,
invece, entravano dal portone principale, man mano che arrivavano,
accedendo alle rispettive aule. Era questo un sistema per realizzare la
separazione dei sessi fin dall'inizio delle lezioni.
Ed ecco... un altro ricordo: a noi, alunni della sezione D che era
esclusivamente maschile, questo sistema precludeva totalmente il contatto con
le compagne di istituto, all'infuori di qualche saltuario incontro
nei corridoi.
La sezione D era l'ultima come formazione ed era la pi trascurata e
deficitaria sotto tutti gli aspetti. Gli insegnanti, essendo non di
ruolo, erano diversi ogni anno (i compiti assegnati ad agosto dal professore
di lettere nessuno li lesse mai perch l'anno successivo ci fu un altro
insegnante) e venivano nominati verso novembre; ma questo inconveniente
dipendeva dall'alto e, peraltro, era forse inevitabile. Invece,
quello che pi ci rammaricava, perch frutto di un deliberato proposito e non
di impossibilit pratica, era l'ingiusta discriminazione di cui fu oggetto la
nostra sezione che rimase sempre, esclusivamente maschile mentre le
altre sezioni erano tutte miste. Ci oggi mi appare addirittura un sopruso di
cui fummo oggetto, considerata la fondamentale importanza educativa della
familiarizzazione fra i due sessi. E, come ho appreso di recente, fu forse
anche questo uno dei motivi che persuase genitori accorti a favorire l'esodo
dei propri figli dalla nostra sezione verso quelle privilegiate, la A e la B.
Comunque, fummo una bella classe, composta di ragazzi dotati di ottime qualit
tra le quali l'affettuosit e la generosit che ci permisero di diventare
sempre pi affiatati di anno in anno, malgrado i continui avvicendamenti
dei professori.
L'unica docente che abbiamo avuto la fortuna di avere per tutti i tre anni di
liceo fu quella di storia dell'arte, professoressa Emilia Zinzi: alla profonda
conoscenza della materia accoppiava un grande entusiasmo per l'insegnamento,
voleva trasmetterci, ad ogni costo, l'amore per l'Arte, dedicava l'intera ora
a spiegare mostrandoci e commentandoci numerose fotografie che portava da
casa, rimaneva sinceramente dispiaciuta quando qualcuno di noi, sottovalutando
l'efficacia formativa e culturale della disciplina da lei insegnata, si
distraeva.
Invece, con nostro sommo ed unanime rammarico, rimase con noi solo l'anno del
secondo liceo la giovane insegnante di filosofia, la professoressa Nunzia Sala,
fresca di preparazione e di bellezza, di carattere molto aperto e dotata di
grande umanit, sempre pronta al dialogo anche su problemi di attualit, ma
non a scapito delle lezioni che venivano svolte con regolarit e profondit.
Si limit al solo anno del terzo liceo anche la presenza tra di noi di un
valoroso docente di latino e greco, il professore Michele Riolo, il cui modo
di esporre era semplice ed efficace per cui si verificava un naturale travaso
dal suo al nostro cervello senza necessit di sforzi di attenzione e di
concentrazione.
Per ricordare qualche episodio che meriti di essere raccontato dovrei fare un
certo sforzo, perch la vita scolastica, cos come la vita,  costituita in
prevalenza, quotidianamente, di fatti normali, direi di routine, e ci che
serve a caratterizzarli sono le sensazioni che li accompagnano e che sono
dipendenti da un particolare e contingente stato d'animo. Perci, a distanza
di tempo, non si ricordano i singoli avvenimenti, ma si conserva
un'impressione totale (piacevole o spiacevole) per un tempo trascorso,
frazionandolo tutt'al pi in aspetti piacevoli ed altri spiacevoli; c'
da aggiungere che questa impressione totale, a distanza di molti anni, spesso
 falsata perch gli avvenimenti spiacevoli perdono il loro lato amaro e
lasciano il posto ad un complessivo, struggente rimpianto per un periodo
lontano nel tempo.

Nicola Corradini.
di Rocco e di Assunta Nicotera
nato a Catanzaro il 16 ottobre 1941
iscritto per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. A
(Registro generale dell'anno scolastico 1955/1956)

Il ritorno.
Baclo prese sottobraccio e cominci a camminare. Parlava allegramente ed in
fretta, com'era sua abitudine, mangiandosi le parole o incespicando per la
troppa precipitazione.
- Come la trovi - disse - cambiata?
E senza attendere la risposta, continu: - Qui a Zaro non cambia mai niente.
 sempre la stessa musica.
Erano arrivati ormai ai giardinetti di San Leonardo, un'area trapezoidale con
aiuole, qualche albero e le panchine di plastica verde. Pi in l il cinema
Odeon, gli stessi negozi di un tempo, il bar, la scalinata verso la chiesa.
E sul marciapiede opposto, le case dell'Incis, poi il Jolly Hotel, la saletta
da biliardo.
L si avviarono i due amici.
- Ecco Rocco, ovvero chi non muore si rivede - disse Bacal gestore.
E aggiunse: - Scommetto che non lo avevi riconosciuto.
- Come stai? - disse quello - Hai un'espressione diversa, ora. Devono essere
passati vent'anni.
- Di pi - rispose Rocco, stringendogli la mano.
- Quanto ti fermi? - chiese il gestore.
Ma Rocco, trascinato da Bac, era gi uscito dal locale.
I due attraversarono la piazza e si ritrovarono a scendere con passo svelto
verso il centro della citt. A Rocco piaceva ripercorrere quella strada,
proprio uguale a quella della sua giovinezza, sentire come allora, sotto il
palmo della mano, il ruvido parapetto di pietra che si affacciava sulla
ferrovia, saltare i gradini a due a due, alzare lo sguardo verso le finestre
dell'Istituto Magistrale nella speranza di scorgervi il sorriso di una ragazza.
Confondere passato e presente non lo soffocava, come aveva sempre temuto.
Al contrario, il dolce affiorare della memoria, che sembrava dissolvere tanti
anni di lontananza, gli conferiva uno stato di euforia e di benefica
esaltazione.
- Te la ricordi disse Bac- la III B?
E prese a recitare: - Autuori, Bertucci, Blandini, Blasco, Borelli, Butera,
Cafasi, Cama, Corradini, Corradini, Del Campo, D'Elia, Fabrizi, Fantasia,
Fiorenza, Gariani, Infelise, La Nigra, Mazzocca, Mazzotta, Nicotera, Pallone,
Paparazzo, Patan, Piperno, Polizzi, Pucci, Ranieri, Scamard, Sirianni,
Smiraglio, Stranges, Tassoni, Tripodi.
Non aveva scordato nessuno. Era una sorta di litania che Bacconfess di
ripassare a mente ogni sera prima di addormentarsi e che tirava fuori nelle
grandi occasioni.
Rocco, che per anni, dopo la partenza da Zaro, quei nomi aveva ritenuto a s
estranei e volutamente cancellati, si accorse con stupore di rammentarli tutti.
E subito not che l'elenco completo scandito dall'amico suonava come una
formula magica, propiziatrice, quasi un gioco di parole, una cabala dal
fascino misterioso.
C'era, in effetti, ben pi della semplice evocazione di personaggi che avevano
vissuto insieme nelle aule del "Galluppi"; perch dalla voce cantilenante di
Bacusciva non una pattuglia di figure che si annullavano l'un l'altra, man
mano che un nome sostituiva il precedente, quanto una formazione compatta e
solidale, una catena animata di elementi interdipendenti, collegati da un
ordine naturale pi che dal vincolo della progressione alfabetica.
La strada intanto si era fatta pi larga, pronta a sfociare nella grande piazza
segnata dal Palazzo di Giustizia e dal Grande Albergo.
Nuovi palazzi erano sorti a ridurre lo spazio aperto ed arioso di un tempo, ma
Rocco non se ne avvide. Seguendo il percorso che era abituato a fare da
ragazzo, cercava un riscontro ai particolari che dal fondo della memoria
emergevano con ritmo crescente: il grande orologio elettrico (quante volte
aveva dovuto accelerare il passo ed iniziare la corsa affannosa verso la
scuola, perch le lancette si avvicinavano troppo alle otto e trenta!), la
farmacia con il suo arredo in noce e il bancone di marmo, il bar Moniaci, il
portone sormontato da un arco, la panetteria.
- Guarda quella casa! - disse Bac, indicando il fabbricato sulla destra
-  la casa di Moretta.
Fu felice Rocco di sentire quel nome che lo riportava indietro, ad un amore
sognato tra i banchi del Liceo. E la felicit si rivel tanto pi grande,
perch inaspettata.
Anche Moretta, infatti, apparteneva a quei luoghi che la coscienza e la
volont di Rocco avevano sempre rifiutato, quasi scorie di un passato
disconosciuto o mai venuto ad esistenza. Perci, improvvisamente, attraverso
il ricordo gioioso della compagna di classe, cominciava ad incrinarsi la
soglia che Rocco con tanta determinazione aveva posto tra la giovente l'et
adulta. E lentamente svaniva la barriera che, sino a quel momento, divideva la
sua vita in due tronconi separati, come se essi facessero capo a distinte
entit.
Era ormai prossima la salita del Carcere, e Rocco, non pi abituato alle
strade di Zaro, vere e proprie montagne russe, prese fiato e pens soltanto a
tenere il passo dell'amico. Il quale, avendo compreso che un varco s'era
aperto nel cuore di Rocco, tentava, ma inutilmente, di coinvolgerlo,
accennando al ritornello di una canzonaccia tante volte gridata all'ingresso
della scuola: - Palle, palle. Palle rosse e gialle. Noi siamo i rompipalle del
III liceo B -.
Oltrepassate le mura del carcere e la chiesa di S. Giovanni, restava ancora un
breve tratto da percorrere prima che la via riprendesse a scendere. E fu al
culmine del pendio che Rocco vide il vecchio edificio del liceo "Galluppi"
adagiato sul lato destro, con le sue persiane basse che si inseguivano come i
finestrini di un treno rimasto fermo ad attenderlo. Ora s che avvertiva di
essere tornato ragazzo ed allegro. E correndo a ritroso nel tempo, e stanando
episodi sepolti o vicende rimosse, Rocco era pronto a riaprire un sipario per
lunghi anni serrato.
Giunti davanti all'entrata della scuola, quella riservata ai maschi, vicino
alla palestra, Bacripropose il motivo da caserma precedentemente suggerito.
E questa volta Rocco non si fece pregare. Anzi, integr il refrain con strofe
ancora pi triviali, che l'amico volentieri accompagn con l'armonica a bocca.
Non era tuttavia il contenuto volgare della canzone a prevalere, quanto
l'atmosfera che quelle note suscitavano.
Le parole, infatti, sembravano perdere significato di fronte al ritmo
incalzante che consentiva a Rocco di recuperare una parte fondamentale della
propria esistenza. Ed accadde che il suono cadenzato di quella marcetta
(Signore e signori, Si apre il cancello, Si vede il signor Preside...) anim
come per incanto sul marciapiede del "Galluppi" un carosello festoso di
immagini, un corteo di personaggi in preda ad una danza inebriante.
C'erano tutti: il capo d'istituto, Forni, ed il segretario: il bidello pie'
veloce e quello ruffiano, lo sprovveduto compagno che si ostinava a cercare
Bergson sulle pagine della letteratura greca, e l'insegnante di matematica, De
Feo, sin troppo indulgente nei riguardi di Rocco e di suo fratello Damiano;
poi, G. Mastorna, il professore di filosofia, e Stella, Clelia, Moretta, con
una rosa al seno, Berto, Lila, Anna, Mino.
- Signore e signori, Si apre il portone...
Ed ecco scendere, con passo felino, stretta in vita e svettante, la Casagrande,
insegnante di latino e greco, perennemente in ritardo sul suono della
campanella; quindi l'amabile Zizzi, romanica ed amica delle cupole,
panneggiata a dovere e fortemente chiaroscurata; ed ancora il professor
Cavalieri, dall'udito debole, la piccola, cara signorina Silico, Giaggi
Rotunno, ottocentimetri di tacco per sembrare pi alto, ed Amelia, Patrizia,
Bruno, Rosella, Damiano. Infine: l'attrice e il sovversivo, Repulo con Nico,
Beppe, Millo, Mattia e il figlio dell'onorevole.
Rocco si trov d'un tratto in mezzo agli altri, sopra una giostra che non era
possibile fermare. Abbracci tutti e pianse. Avrebbe voluto spiegare le
ragioni che lo avevano spinto a dimenticare, ma i canti coprivano la sua voce.
Allora, a dimostrazione che l'oblio non era stato totale, sventol alcuni
fogli di quaderno con i disegni fatti sui banchi del Liceo, che gelosamente
aveva custoditi.
- Pa-sse-ggia-ta, Pa-sse-ggia-ta - gridarono in tanti.
E Rocco si un al coro.

Roberto Galera.
di Giovanni e di Rosaria Silipo
nato a Catanzaro l'1 giugno 1941
iscritto per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. B
(Registro generale dell'anno scolastico 1955/1956)

Fuori nevica nonostante la primavera inoltrata,
quando un commesso della dogana del Brennero mi recapita un pacco
ben richiuso. Lo apro e con somma meraviglia, mista a stupore, sbircio sulla
copertina del volume la fotografia del vecchio Galluppi. Incuriosito,
incomincio a sfogliare scorrendo rapidamente le pagine alla ricerca di
qualcosa che ricordi la mia Terza B. Mi fermo alla pagina trecento e da l
incominciano i miei ricordi.
Tutti li riconosco i miei compagni con i quali ho percorso gli anni di liceo.
Soprattutto rivedo con tenerezza le mie care compagne, tutte bellissime
allora, da richiamare continuamente alla classe un codazzo di compagni di
altre classi. I cosiddetti lapuni come li definiva in gergo il professore
Morello. Come posso dimenticare le interrogazioni di matematica di Mariuccia
allorquando il professore Morello, poste le domande, si spazientiva in attesa
di risposta e di rimando incalzava: Ciu mandamu a dire? - A chi? -
rispondevamo in coro. ... a Giampaolo Pistuna!, che nella sua fertile
mente non si sa chi volesse intendere. O che dire dell'agitazione e delle
vampate di calore che letteralmente impedivano a Rosellina, Bice, Annamaria o
Nada di bisbigliare parola o di arrunzare una formula? Scioccate, si
aprivano in tutta la loro semplicit ed arrendevolezza al punto da disarmare
il prof. Morello che teneramente si rivolgeva loro con dolci parole come: mi
pare na madonnuzza e crita.
Continuano i ricordi e mi sembra di vedere Aldo che, non riuscendo quasi mai
ad azzeccare risposte precise al professore Galiano, divagava nell'intento
di offrire altre risposte su altrettanti filosofi, come farebbe un cameriere
di classe che, non potendo soddisfare precise richieste, offre al cliente una
variet di altri prodotti con la speranza di convincerlo. Oppure il vocione
di Andrea, sempre caro e comunque quello ancora a me tanto vicino.
Ma un particolare mi ha colpito di quella fotografia e precisamente l'affetto
con cui tutti noi stringevamo le nostre mani in quelle di Nicola
quasi a renderlo garante di un'amicizia che sarebbe andata al di l degli
anni di liceo.
Nicola non c' pi . La notizia di quella tragica scomparsa mi indusse a
chiedere il come ed il quando fosse avvenuta.
Scrissi ai genitori ma non mi fu data risposta.
Li cercai l'anno successivo a Soverato, ma nulla, come se si fossero
dileguati. Quello che bonariamente i professori di classe chiamavano il
gigante buono non l'avrei pi visto.
Mi rimane il ricordo della sua generosit e disponibilit verso tutti noi.
C'era da pulire la lavagna? e Nicola era l pronto a cancellare oppure ad
offrirsi come cavia all'interrogazione di matematica evitandoci il trauma
della chiamata con "u sgrusciulamentu dei numeri da tumbula.
Mi riporta alla realt una telefonata con cui mi si chiede di intervenire per
festeggiare, quale ospite, i ventidue anni di maturit di Daniela, mia
moglie.
Qui nonostante le differenze etnico-linguistiche, si sente la necessit di
incontrarsi e parlarsi.
Peccato! Farei volentieri 1400 Km. pur di rivedere tutti insieme i miei
compagni della Terza B, e perche no? spendere una parola su quel Gigante
Buono che non c' pi .

Francesco Piperno.
di Rosario e di Maria Nicola Russo
nato a Catanzaro il 5 gennaio 1942
iscritto per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. A
(Registro generale dell'anno scolastico 1955/1956)

Quando abbandoniamo
una casa in cui abbiamo vissuto a lungo, ci capita di sostare un'ultima volta
in quelle stanze, scrutando attentamente tutto intorno alla ricerca di qualcosa
di cui stranamente avvertiamo la presenza senza riuscire a riconoscerla.
Partiamo senza venirne a capo, portando via ugualmente ci che oscuramente
cerchiamo; e ricominciamo altrove con esso.
Sono vissuto per qualche tempo in altri paesi; e mi  accaduto pi e pi volte
che qualcosa, un nonnulla, mi riportasse alla mente la citt in cui sono nato,
la scuola, l'adolescenza, gli amici di un tempo - e mi son ritrovato posseduto
dall'attivit spontanea della nostalgia come da un sogno. Ricordavo allora la
citt; la sentivo cos come si sente l'odore di una madre, il tocco di una
carezza, l'aria che abbiamo respirata, la luce di un sorriso; mi risentivo per
quei vicoli e quelle strade, perch l vi crebbi, malinconico e fantasioso,
d'una fantasia appassionata che non ritrover pi .
Quando siamo in bala di quell'onda ch' la memoria involontaria, ci accade
talvolta di confondere la rappresentazione mnemonica con la percezione
sensibile; viviamo allora il ricordo con una pienezza di senso di cui non
c'eravamo accorti la prima volta. Il desiderio del ritorno si mostra come un
rincasare, un ritorno nello spazio; laddove, a ben vedere, si tratta di un
desiderio di risalire a ritroso nel tempo. E questo non significa desiderio
del passato, perch conosciamo bene il tedio di cui grondava a suo tempo ci
che non  pi . Nell'attivit spontanea della nostalgia il desiderio mira a
dilatare il presente per accogliervi il passato; e cos facendo si volge
verso la pienezza dell'essere, al di fuori del tempo.
Questa pienezza o, se si vuole, felicit  una delle poche che possiamo
coltivare senza dovere preventivamente rivendicare.
Si desidera ci che si  perduto e che non conosciamo se non come un arcano,
ma verso cui non potremmo, seppure involontariamente, orientarci se gi in
qualche modo non l'avessimo esperito.
La memoria involontaria  una attivit spontanea come il sogno - essa non si
lascia comandare dalla coscienza.
Cos, nello scrivere per rammentare, i ricordi, evocati a comando, appaiono
freddi, astratti ovvero non allietati dal senso; s che l'unico ordine che
possa aggregarli  quello cronologico, del prima e del poi.
V', tuttavia, anche per la memoria volontaria, un modo, se non di sfuggire al
tempo, di toccarne per cos dire l'estremo limite, la natura paradossale.
Questo modo si svolge ricercando nel passato ci che non  concluso e promette
ancora un futuro. La memoria cerca i tratti di ci che sarebbe avvenuto, i
segni che anticiparono il futuro che intanto e divenuto esso stesso passato.
Cercare nel passato il futuro anteriore  il tentativo che unisce questi tre
ricordi del liceo Pasquale Galluppi.
Trasalimento. Nella sala dei professori del liceo la conferenza volgeva alla
fine. Ero seduto nell'ultima fila da pi di un'ora; dritto e rigido come un
fiammifero, accanto ad una compagna di classe bella e tenebrosa come una capra.
Quel mattino, nell'intervallo tra una lezione e l'altra, avevo ardito parlarle,
metterla a parte del fatto che era entrata inavvertita nella mia vita, insomma
farle la dichiarazione d'amore seguita da regolare richiesta di fidanzamento.
Lei era arrossita; guardandomi con qualche imbarazzo mi aveva risposto che non
poteva dirmi s o no, cos, su due piedi; aveva bisogno di pensarci un po' e
mi avrebbe dato una risposta il giorno stesso, nel pomeriggio durante la
conferenza del professor Mastroianni su Montale ed il negativo.
Il professore recitava ormai, a mo' di chiusa, i celebri versi ci che non
siamo, ci che non vogliamo accompagnandoli con un sobrio avvertimento sullo
strazio che si prepara nel definire la vita al negativo. Fu in quel punto che,
quasi un trasalimento, la mano di Rosetta cerc la mia al tatto e vi indugi
un momento. Appunto l, e per la prima volta, quella carezza mi anticip
l'esperienza di ci di cui solo pi tardi imparai il nome: amore.
Cultura e menzogna. Il grande portone del liceo s'era ormai chiuso. Erano le
nove, mezz'ora dopo l'orario regolamentare. E noi non eravamo entrati. In
settanta, ottanta forse, avevamo disertato le lezioni contro il decreto Medici,
la disposizione del ministro dell'Istruzione Pubblica che ampliava,
d'improvviso e di un bel po', le prove d'esame per la licenza liceale. Avevamo
appreso la notizia per radio la sera prima ed avevamo deciso di reagire quella
mattina stessa quando, attendendo d'entrare, c'eravamo raggruppati per
capannelli. Avevamo trovato cos un'opinione comune: chiedere che ci fosse
consentito di discutere sul decreto ministeriale nelle classi durante le ore
di lezione. Una delegazione s'era formata per riferire la richiesta
all'autorit scolastica, ma era ritornata in istrada quasi subito: il preside
si rifiutava di riceverla.
Cos, quando la campana del liceo suon per annunciare le otto e trenta, in
tanti, quasi tutti, ci rifiutammo di varcare il grande portone; e cominciammo
a scandire slogan contro il ministro. Dopo alcuni minuti sul portone apparve
il preside, il professor Fornari, attorniato dal manipolo dei professori
autorevoli. Parlarono brevemente, a turno, prima il preside e poi i professori
autorevoli. Alternavano l'irrisione sulla vacuit della protesta all'ordine di
rientrare in classe pena sanzioni.
Noi restavamo in silenzio; poi, uno tra noi, con una voce un po' rotta ma
dall'argomentare pacato, si mise ad esporre le richieste e le relative ragioni.
Il preside lo interruppe con un gesto rabbioso ed intim a tutti di rientrare
in classe entro dieci minuti pena la sospensione dalla scuola. Nei minuti che
seguirono, molti, la gran parte di noi varc il portone. Restammo fuori
settanta, forse ottanta in tutto. Quel portone che si era chiuso davanti al
naso aveva come scoperto, per la coscienza, un varco, aperto in verit da
tempo, tra istruzione ed educazione.
Impartire un ordine usando la minaccia come argomento, privava di senso
l'argomentare stesso, l'opera della riflessione alla quale la scuola aveva il
compito di iniziarci. Attraverso quel varco vedemmo come in un baleno, per un
attimo e illuminato a giorno, la trama su cui era tessuta la vita morale della
citt: riti sociali che non intrattenevano pi alcun rapporto col desiderio
collettivo salvo che nell'esercizio dell'ipocrisia; la noia come esperienza
propria a quel realismo gretto che svaluta le idee e, pensandosi gran furbo,
consegue l'esito di mutilare la vita urbana rendendola dimentica di tante
belle parole. La povert della citt c'era apparsa quel mattino
come penuria di desiderio, di speranza.
Si era quella mattina in qualche punto dell'inverno, dopo le vacanze di Natale,
a secondo trimestre inoltrato, a febbraio forse. In quell'epoca manca
nell'aria della nostra citt il tepore quieto che annuncia la primavera.
Abbiamo invece un'aria vorticosa e gelida, dove spira un vento a raffica che
rovista la via principale come i vicoli pi sinuosi, riempendo la citt di
polvere in sospensione e male di vivere.
Bruno. Bruno ed io c'eravamo incontrati sui banchi della scuola media, gi
nelle aule del Mazzini. La nostra amicizia non era nata subito. Vedevamo
cose diverse - perch Bruno guardava dall'alto come un uccello, io dal buco
della serratura come un recluso. Solo pi tardi, al liceo, scoprimmo che
correva tra di noi una complicit per complementariet: insieme eravamo pi 
ricchi, vedevamo pi cose.
Bruno ed io camminavamo molto, su e giper la citta. E solevamo conversare
rincasando insieme alla fine delle lezioni. Ci inerpicavamo da Corso Mazzini
su su verso San Leonardo ed oltre. Era un bel tratto, certo sufficiente a ch
la parola potesse scandagliare le nostre coscienze.
Bruno ed io abbiamo preparato insieme la licenza liceale.
Ridevamo, incupiti per troppo poco sonno, di quell'esame che doveva attestare
l'acquisizione della capacit un po' bizzarra, che peraltro gi possedevamo,
di costruire sistemi sull'universo-mondo a partire da scarne e minimali
certezze sensibili e da un numero spropositato di nozioni.
Bruno ed io abbiamo redatto le tesi di laurea in uno scantinato sotto il
Lungarno a Pisa, giocando a scacchi - scantinato ribattezzato, da candidi
provinciali, pied  terre, trappola tesa a donne e mai scattata.
Bruno amava conversare. E lo spirito del Pernod lo aiutava grandemente. In
qualche misura era propriamente versato nell'arte del conversare,
nell'attivit di associare liberamente i concetti senza alcun limite che non
sia la logica, il rispetto delle regole del gioco linguistico. Ad ascoltare
Bruno si era colti, talvolta, dallo stupore di scoprire qualcosa che era l e
di cui non c'eravamo accorti perch non ne conoscevamo il nome. Nelle parole
di Bruno, qualche volta, risuonava l'eco dell'atto intellettivo, evocare ci
che latente dorme attorno a noi. Ogni volta che una associazione mentale gli
riusciva, Bruno rideva, pago. Rideva perch aveva capito, e per ci
stesso aveva saziato un desiderio. Bruno  morto una mattina d'estate, nella
sua 'Cinquecento' piena di libri, lontano, su una strada provinciale della
pianura padana.
Bruno  morto ed il mio mondo ha perduto qualcosa che l'aiutava a tenersi
insieme.
Non per questo Bruno  nel passato; perch la distinzione tra passato,
presente e futuro  un'illusione della coscienza anche se tenace.
...
.
...
98. - Amalia Vivaldi.
.
di Edmondo e di Francesca Passanti.
nata a Catanzaro il 27 maggio 1942.
iscritta per la prima volta alla quarta ginnasiale sez. C.
(Registro generale dell'anno scolastico 1955/1956).
...
.
...
Mio nonno: Vincenzo Vivaldi.
.
Mio caro Professore Galiano, s, lo so, oggi siete Preside e nella qualit di
Preside del "Galluppi" mi avete chiesto di fissare su un foglio di carta un
ricordo cercato tra quelli del periodo in cui fui una delle tante studentesse
del Galluppi, ma allora io fui una vostra alunna e voi il mio Professore di
Storia e Filosofia! Ed  al mio Professore che oggi rispondo, se mi consentite,
perch con lui si instaur il rapporto d'affetto che dura da oltre trent'anni.
Come fermare su una pagina molti ricordi che, nonostante il tempo, restano
incisi nella memoria con la vivezza del presente, profumati di giovinezza e
colorati di struggente nostalgia?
Potrei parlare di Voi e delle Vostre lezioni su Socrate, Platone, Kant e
Nietzsche, i filosofi che amavamo di pi perch Voi eravate riuscito a
staccarli dalla Storia per renderceli pi vicini ed amici. Ancora oggi lo sono
per me che perseguo i valori dell'Essere, mentre ignoro quelli dell'Avere e
disprezzo quelli dell'Apparire.
Ricordo con quanta velocit e con quali cervellotiche abbreviazioni riuscivo a
prendere appunti nel corso delle Vostre spiegazioni. Riuscivo, senza conoscere
la stenografia, ad essere pi svelta della pi veloce stenografa. Ma a casa
dovevo riportare il mio lavoro in bella e in lingua italiana e decifrare gli
incomprensibili geroglifici! Era faticoso, ma ne valeva la pena!
Il mio quaderno con le lezioni su Kant fu conteso e serv a tanti e tanti
alunni del Liceo. Chiss in quali mani  finito! Mi piacerebbe riaverlo, anche
se per un'ora soltanto, per confrontare i miei ricordi.
Potrei parlare della Professoressa Velia Critelli che io ebbi la fortuna di
conoscere nelle vesti di mia insegnante prima, e poi di insegnante di mia
figlia. Mi colpirono subito, trent'anni fa, il suo forte carattere e la sua
personalita che rifiutava qualsiasi forma di debolezza e di compromesso, la
sua preparazione sicura. Quanto avrei voluto somigliarle! Dopo quasi
trent'anni l'ho ritrovata al suo posto di combattimento, quale insegnante di
mia figlia. Stesso metodo, sempre pi vivo e profondo l'interesse
e l'amore per le sue materie, mai una battuta d'arresto o un segno di
stanchezza o un'assenza... Se qualcosa  cambiato in trent'anni  la mia
ottica... Soprattutto in relazione alle sue mancate assenze!
E potrei parlare di chi non risponde pi all'appello perch ci ha lasciati,
di quel burbero benefico di cui, in tre anni, imparammo a conoscere i risvolti
dell'anima.
Caro Professore Morello! Quando entrava in classe senza levarsi il cappello e
con il dito della mano destra ci indicava che il suo copricapo era ancora l,
sulla sua testa, tornavamo mogi mogi ai nostri banchi. Quel giorno ci
avrebbe spennati e agli interrogati avrebbe detto che nel loro cervello non
c'era materia grigia, ma ferri 'e cazetta, lippi 'e hjumara, pampini 'e
cucuzzara e finocchieddri 'e timpa. Fra le risate dei pi fortunati, protetti
nei loro banchi...! Sembrava disprezzarci tutti, in classe, ma
guai a chi avesse osato toccarci.
A distanza di un anno dalla maturit, un pomeriggio, lo trovai ad attendermi,
a Napoli, all'uscita dall'Universit. Era con mio Padre! L'affetto di entrambi
per me li aveva portati, quella sera, a superare e vincere quell'orgoglioso
puntiglio che, nato alcuni anni prima per uno sciocco equivoco, aveva
impedito loro di rivolgersi la parola, pur nella stima reciproca, per tutto il
periodo del mio liceo; quell'orgoglio aveva funestato quei miei tre anni,
perch volevo bene ad entrambi!
Potrei parlare di due baffi giganti in doppiopetto, di un tappatevi-
perentoriamente - la bocca, urlato dal mio buon Professore Alberto Voci che,
forse pi degli altri, lasci in me un segno perche riscatt l'immagine
dell'insegnante di ginnasio che mi ero fatta in precedenza con una Vostra
collega sulla carta, ma quanto - ahim! - indegna del nome di insegnante e di
Vostra collega, e soprattutto di insegnante del Liceo P. Galluppi. Per
fortuna, il nostro Liceo opera delle selezioni naturali e i meno
atti al nobile compito di plasmatori di anime svaniscono come meteore.
Potrei parlare dei miei esami di Stato, dell'incubo che mi accompagna ancora
prima di una prova particolarmente difficile; della magra figura fatta quando,
dopo aver esposto un programma di Italiano di tre anni ed aver sciorinato
tutte le mie conoscenze in fatto di scapigliatura lombarda, non seppi
rispondere alla domanda: Cosa sa dirmi di Vincenzo Vivaldi?. Il mio mutismo,
con mio Padre seduto alle mie spalle, non sarebbe passato inosservato, ma chi
mi esaminava volle infierire e, urlando come un pazzo, mi disse cosa pensava
dei miei studi sulla scapigliatura e di me che, con un tale letterato in
casa, perdevo il mio tempo ad inseguire fandonie. Quanto piansi quel giorno!
Avevo sbagliato tutto. La mia maturit mi aveva dato la coscienza della mia
limitatezza, della mia inutilit. Avevo deluso mio Padre e tutti i miei, e le
loro parole di conforto cadevano nel vuoto! Perch il liceo Galluppi era
sempre stato per me qualcosa di importante, di grande! Se i ricordi di cinque
anni lontani restano scolpiti ancora oggi nella memoria, ci  perch a vivere
quegli anni io ero preparata fin dalla nascita, perch in quel vecchio,
monumentale Liceo Galluppi aveva insegnato un uomo, un Professore, la cui
viva voce avevano ascoltato altri allievi, altri discepoli.
Ed io, nell'entrare in quel Liceo, a tredici anni appena, cercavo l'eco di
quella voce che non potei mai udire; e nei momenti, a volte lunghi, di
disattenzione, cercavo di immaginare come sarebbe stato diverso ascoltare
quelle stesse lezioni di Italiano se ad esporle fosse stata la voce autorevole,
sapiente, paterna, amica, la voce di Vincenzo Vivaldi, mio Nonno, quel Nonno
adorato che non conobbi e che amai attraverso le parole di mia Nonna, i
ricordi di mio Padre, gli scritti di Lui e quelli dei suoi discepoli.
Ed oggi, priva di quegli affetti conosciuti e sicuri e di quella tradizione
che  nutrimento per l'anima, mi rifugio nel mio studio e ripercorro a ritroso
un cammino.
E quando mi chiedo chi io sia e quale misterioso compito mi abbiano affidato
da svolgere, nel corso di mia vita, gli imperscrutabili disegni divini (en
attendant Godot?), ritrovo il mio equilibrio tra le carte polverose ed
ingiallite, tra vecchi giornali che paventano la luce, tra ritagli di lettere
e di appunti di chi non  pi . E, per chiss quale oscuro sistema di
classificazione (ne trovo sempre uno migliore che, al momento opportuno, non
funziona!), tra queste vecchie carte occhieggia qualche testimonianza, anello
di congiunzione tra me e un'ipotesi di passato, raggio di luce
che mi consente di immergermi in ci che non mi  stato dato di vedere.
E vivo! Con legittimo orgoglio vivo... chi mi ha preceduto, quasi ectoplasma
emerso dai ricordi fissati nel tempo dalla penna sublime di uomini veri,
scevri di invidie, alieni da ipocrisie, numerosi e grandi.
Scaturisce ora la figura del Maestro, ora quella del letterato, ora quella del
critico, ora quella di un uomo, di un padre, con tutte le sue debolezze, con
tutta la sua grande, grandiosa umanit.
Da questi ricordi che custodisco gelosamente ne scelgo alcuni e Ve li offro
per testimoniare la storia di un Uomo che, per decenni, si identific con il
"Liceo Galluppi".
Luigi Marsico Lo ricorda cos:
La scena si ripeteva ogni giorno di scuola e quasi sempre allo stesso modo.
Qualcuno stava di guardia alla porta e... ad un tratto... concitato, lanciava
un messaggio:
Arriva!. Seguiva, a quella parola, un fuggi fuggi generale, un silenzio
improvviso; ognuno, acceso in faccia, andava ad occupare il proprio posto.
Varcava la soglia un signore distinto, di media statura, attempato; vestiva
impeccabilmente e portava bombetta ed occhiali; si scattava, al suo apparire,
tutti all'impiedi e si stava dritti ed impalati fino al consueto sedete.
Poi aveva inizio la lezione. Correvano gli anni immediati al 1920; la classe
era una seconda liceale, il signore distinto era il professore Vincenzo
Vivaldi, ordinario di lettere italiane nel Liceo Galluppi. Gloria e
lustro dell'Istituto, Vincenzo Vivaldi era, ormai, agli ultimi anni del suo
insegnamento, stava per conchiudere la sua carriera. Aveva, per circa
quarant'anni, istruito ed educato le generazioni di tutta la provincia e le
fatiche della scuola sembrava non avessero lasciato in lui traccia di
stanchezza. Appariva ancora vegeto e forte come una vecchia quercia e teneva
le sue lezioni con l'impegno di sempre, senza dimostrare fastidio o abitudine.
Sentirlo era un vero diletto. Incominciava il suo dire pacatamente, quasi
distaccato da quanto andava esponendo, poi, a poco a poco, si animava, si
entusiasmava; aveva la parola facile e, nutrito com'era di vasta e
profonda cultura, faceva sforzo, e non sempre riusciva, a contenere
l'argomento nell'ambito richiesto dalla lezione. Era chiaro ed ordinato
nell'esporre, sintetico, acuto, spesso caustico nel giudicare. Si capiva
subito: il suo posto non era il liceo, pi in alto sarebbe stato meglio e
degnamente.
Le fatiche di Vincenzo Vivaldi, tuttavia, non erano circoscritte al nudo e
puro insegnamento; la sua scuola era, s, palestra di cultura, ma era palestra
di educazione morale ed in essa la personalit dei giovani si formava e si
plasmava. Tante volte, nel corso della lezione, con opportunit e
deliberatamente, egli divagava: lo spunto a queste divagazioni gli era dato
ora da un avvenimento storico, ora da un personaggio letterario, ora da un
qualsiasi fatto contingente. Dimenticava, allora, la letteratura e i
poeti, le chiose e le postille, metteva da parte ogni forma di erudizione e
diventava maestro di vita; parlava di quei doveri che sono obbligo di tutti,
della libert che  s cara e che bisogna difendere, degli ideali che sono
il solo vero e che bisogna perseguire, della Patria che  necessario amare.
La sua parola, in quelle occasioni, diventava vibrante e commossa, il suo dire
concitato; scomparso il sapiente, parlava con energia e vigore, al cuore dei
giovani, il cittadino, l'educatore, quello che Vincenzo Vivaldi volle essere e
fu, principalmente e sopra ogni altra cosa.
Giuseppe Casalinuovo scrisse di Lui:
E mi viene in cuore come un bisogno di ricordarlo e di rievocarlo... Comincia
in Catanzaro la vera scuola di Vincenzo Vivaldi che, assieme a Battista Caruso
e a don Sante Calabria, rimase come a rappresentare la continuit di una
tradizione che usciva dalla scuola e penetrava nella vita, e faceva del
maestro un docente ed un padre, un esempio ed un simbolo!
E noi, i discepoli, gli volevamo gran bene. Assai gliene volemmo nella scuola;
assai gliene continuammo a volere dopo la scuola. E lo ricorderemo negli anni
che verranno, lo ricorderemo sempre, grande, caro, buono, Maestro nostro.
Il Provveditore agli Studi Felice Greco dett la seguente epigrafe: Vincentio
Vivaldi magistro - ex opere diuturno quiescente - omnes qui eius colunt -
insignem litterarum vim - discipulorum disciplinaeque studium - vitae
incorruptum decus - Catacii, anno VI a Fascibus receptis.
Nicola Cupi, dopo aver ricordato il Maestro con le parole:
I discepoli del Vivaldi sono una legione. Molti... lo hanno preceduto al
suono di fanfare reggimentali... Quei suoi discepoli erano Arcangeli con le
spade sguainate e luccicanti tra gli zaini dei fantaccini. Quei suoi discepoli,
poi, camminarono sugli scrimoli delle trincee, spavaldamente...
Patriota, espressione di una romantica grandezza che incontrava il nemico come
i cavalieri della Gerusalemme sui quali aveva tanto scritto quel nostro Don
Vincenzo, padre e maestro di tutti noi.
Aveva preparato alcune generazioni alla grandezza, alla lealt, all'onore; ed
 bene che Egli sia morto prima che tali sentimenti decadessero.
Sono sicurissimo che i discepoli suoi, superstiti di un mondo che ebbe il
privilegio del pensare grande, protagonisti di glorie che l'ottusit delle
fazioni invano tenta di avvilire e di piegare, vorranno, onorando il Maestro,
celebrare nel suo nome intemerato i valori incorruttibili di una tradizione
che fu continuatrice del Risorgimento e non  macchiata di sangue fraterno e
di orrori....
nel 1956 scriveva su Il Grido della Calabria:
...Ora Alfonso Frangipane coglie l'occasione del centenario della nascita per
ristampare la commossa pagina scritta da Peppino Casalinuovo per Vincenzo
Vivaldi. Leggo con molta commozione le parole del Poeta... E mi chiedo perch
mai questi due uomini che onorarono la nostra regione debbano essere a poco a
poco dimenticati. Debbano, cio, emergere dal limbo dell'oblio soltanto quando
generosamente Frangipane se ne ricorda o quando, nel disordine spirituale di
questi tempi, chi li conobbe nelle opere e nella vita ne fa uno sterile
documento di nostalgia.
Se i giovani non si piegano alla religione delle memorie, la colpa e un po'
nostra per la mancata consegna di una tradizione...
Umberto Bosco, dopo aver delineato la vita e l'opera del venerato Maestro,
scrive:
... una delle ultime figure d'altri tempi, quando uomini di valore si
accontentavano di una cattedra di liceo provinciale, e vi insegnavano
successivamente a padri, figli e nipoti; e facevano venti ore di treno per
raggiungere la pi vicina biblioteca e per acquistare un libro saltavano
qualche pasto; e insegnavano otto ore al giorno, e studiavano altre otto; e
stampavano a loro spese, ogni facciata di stampa una dura lezione privata; e
trovavano anche il modo di servire il loro paese, nelle modeste cariche
locali.
Rosario Rotella ricorda:
... Qualche mese prima della morte mi avvicinai anche io a quell'uomo, cui
tanto affetto e tanta venerazione mi legavano; era ormai una larva umana, un
fil di voce, a stento, usciva dal petto debolissimo e si traduceva in un
biascichio di parole brevi ed incomplete che esprimevano un pensiero sempre
lucidissimo. Ci commovemmo entrambi, ricordammo qualche episodio dei tempi
lontani; aveva Egli presente nella memoria me e i miei compagni... e nella
rievocazione di un passato, cos vivo nel cuore e nella mente, il volto del
Maestro si animava di una vita insolita.
Quante volte nell'incontro anche fugace di conoscenti, venuti dal suo
insegnamento, ritornando pensosi agli anni della giovinezza, trascorsi sui
banchi della scuola, sentiamo che il cuore si gonfia di commozione...;
riconosciamo, in quella scuola, un nido caldo di memorie, perch la scuola del
Vivaldi era fermento di vita. E gli autori da Lui preferiti erano anche i
nostri diletti: Dante, Foscolo, Leopardi; quante volte sorprendevamo nella
voce del Maestro un'ondata di commozione, che ci faceva attenti e docili
tutti. Ammiravamo in Lui la vasta cultura, ma soprattutto la sua
umanit; e gli scatti d'impazienza mal repressa erano quasi sempre cancellati,
pi tardi, dal pi paterno dei sorrisi e i giudizi seri che dava di molti
compiti scadenti, faggiolate li chiamava, si attenuavano in parole di
conforto e consigli d'incoraggiamento sempre che un pensiero, un rigo gli
facessero intuire un elemento positivo e rivelatore. Chi di noi non ricorda
con quanta cura e passione commentava la Commedia; e come ci toccava le corde
pi intime del cuore alla piet dei due cognati, al tormento di Farinata, al
monito grave di Ulisse, al rapimento di Casella, al serafico ardore di Santo
Francesco. E quanti mandammo a memoria, senza assegno, i Sepolcri, che nel
commento del Maestro ci rivelavano il mondo poetico del Foscolo! Attratti
dalla sua parola sentivamo tutti la grandezza della Fama immortale, il
profondo ed eloquente silenzio di Santa Croce, il contenuto umanamente tragico
della preghiera di Elettra, l'ammirazione per l'eroismo sfortunato di Ettore.
E non apprezzavamo il Monti, perch Don Vincenzo ci ammoniva che il poeta
deve avere personalit, senza di che la forma sonora e scorrevole non pu
avere contenuto; quante volte, nel commento dei versi tormentati del cantore
di Silvia, di Nerina e di Saffo, notavamo il singhiozzo appena
dissimulato del Maestro che, fuori dalla cattedra, tra i banchi, si confondeva
coi suoi allievi, e la lezione diventava intimo colloquio di anime.
Sono anch'io un insegnante di liceo, vivo nella scuola che, oggi pi che mai,
va in cerca di un contenuto e di una forma... ma... qualsiasi riforma, perch
abbia efficacia, deve operare con un presupposto essenziale: la personalit
dell'insegnante, che deve sentirsi plasmatore di anime, centro propulsore di
vita e, perch sia tale, deve possedere requisiti non comuni e, soprattutto,
onest di sentire e disciplina interiore; ebbene, Vincenzo Vivaldi ebbe in
sommo grado questi pregi; in tempi oscuri, quando la scuola era sbandata e
incerta fra le pi mortificanti controversie, sotto l'influsso
delle pi disparate correnti ideologiche di una politica suicida che, spesso,
ignorava la Nazione e la Patria, Egli inculcava nella mente e nel cuore dei
suoi giovani il culto pei sacri valori dello spirito e della dignit umana e,
in specie, la fede incrollabile nell'ascesa dell'Italia, al cui risorgimento
Egli partecipava con la passione di studioso e di convinto divulgatore del
pensiero e dell'opera dei pi grandi artefici....
Angelo Vaccaro ne ripercorre rapidamente la vita e l'opera scrivendo:
Non siamo soverchiamente teneri con i cosiddetti deificatori delle glorie
campanilistiche; ma siamo del pari duri e guerrieri verso quanti dei nostri
uomini e delle nostre glorie amino, come  uso, scemarne e misconoscerne il
valore per il bel gusto di farci passare, a qualsiasi costo, come gente
inferiore da colonia.
Vincenzo Vivaldi... quello che fu nella vita lo dovette... alla sua volont e
alla sua intelligenza; e fu tale l'affetto meraviglioso di questo sforzo e di
questo amore agli studi che, a sedici anni, gli consentirono di dare lezioni
ai ragazzi del ginnasio e, poco dopo, anche a quelli delle classi pi elevate.
Con una preparazione formidabile che pi tardi vi riveleranno, con
l'accentuato acume critico, una pi chiara visione e consapevolezza della
nostra coltura e della nostra letteratura in special modo.
Con altri giovani amici fond, allora, il giornale Il Ventilabro che divenne
come il campo delle sue prime battaglie e che ne rivelarono al pubblico le
eccezionali virtdi studioso e di critico.
Poi, l'aquilotto apprest le ali per maggiori trionfi.
Si diplom maestro, come per crearsi una sicura base di volo per le incognite
della vita. Allora, l'essere maestro non poteva diminuire il valore di un uomo
ma l'accresceva. Oggi, la gran parte dei maestri sono professori, ma 
problematico se siano degni del gran nome di maestro, l dove i vecchi
nostri, come il Vivaldi, senza chiederlo, per il loro intrinseco valore,
venivano elevati all'onore di una cattedra nei licei.
Sostenne un concorso per titoli e si ebbe l'abilitazione all'insegnamento nelle
scuole tecniche, aiutato, in questo, da Giovanni Bovio che delle prime prove
dell'aquilotto era rimasto pi che entusiasta e che vi vedeva anzi la buona
stoffa per pi sicuri trionfi. Aveva 25 anni appena. Fu mandato ad insegnare
nel ginnasio di Monopoli e, nel 1886, gli veniva conferita l'abilitazione
all'insegnamento nei licei ed istituti tecnici superiori. Venne assegnato a
Catanzaro, titolare di due cattedre: liceo ed istituto tecnico; insegnamento
questo che prosegu, ininterrottamente, fino alla morte.
Non crediamo di esagerare affermando come questo suo spirito di campanile
costitu l'ostacolo per il suo pi certo avvenire. Se avesse ceduto alle
affettuose insistenze di Francesco Fiorentino, non gli sarebbe mancato il
degno posto di una cattedra universitaria.
Ma, rimanendo a Catanzaro, Vincenzo Vivaldi non si fossilizz, e visse la
ragione e le regioni dello spirito con quell'attaccamento che gli era ormai
connaturato, come necessit dell'esistenza. Solo per questo pot onorare i suoi
giorni di indefesso studio e di accurate ricerche che valsero a dargli quella
giusta e degna fama che gli sopravvive.
Scrisse molte opere e... sin dalla prima pubblicazione, gli erano pervenute
lodi e consensi che potevano renderlo bene orgoglioso, anche se egli fosse,
per sua natura, modesto ed umile pi che non si dica. Zumbini, Graf, Mazzoni,
Cocchia, Flamini, Croce... furono consensi bene apprezzabili dei quali, dicevo,
non se ne impettiva punto.
Quando si ritir dall'insegnamento, il Liceo Galluppi volle devotamente
offrirgli una pergamena e, a sue spese, pubblicare il volume Calabresi
illustri.
Una nota scordante e ricca di incomprensione certamente: alla sua morte, il
prefetto del tempo neg il permesso di tributargli, come era stata volont del
podest, onori solenni, sotto il piccolo pretesto che non era stato fascista
tesserato. I buoni fascisti se ne dolsero e disapprovarono.
E la sana critica, quella che non  fatta per gli spulciatori di sillabe ma per
i discernitori sereni dell'altrui pensiero, gli ha concesso la fama in una
serena somma di virtnelle quali non sapremmo se meglio ammirare l'uomo o lo
scrittore e, nello scrittore, se la chiarezza dello stile o la poderosit
delle argomentazioni.
Mente elevata e cuore generoso, sent tutta la bellezza di quei divini palpiti
che sanno veramente eternare le opere dei grandi ingegni. Dalla organicit del
pensiero alla serena visione delle cose, sino all'intimo approfondimento del
sentimento e delle visioni,  tutta la lucente sua operosit di scrittore e di
critico.
Nella critica, specialmente, la sua anima lascia la tradizionale scoria
dell'erudizionismo per sfociare in quella vitalit operante che costruisce ed
innamora.
I pi ricordano, a proposito delle sue ricerche, la nota frase con la quale il
Carducci volle onorarlo: Mi trovo di fronte a chiaro topo di biblioteca.
E, come dicevo, tutto quanto fu e divenne lo dovette unicamente a se stesso:
alla sua forza costruttiva ed alla sua intelligenza di autodidatta.
E, direi, che la sua migliore opera resta nella buona e sacra memoria che gli
sopravvive nei suoi tanti discepoli spersi nel mondo. Opere viventi, che di
Lui portano le tracce luminose, nell'afflato di quel cosciente insegnamento
che fece bene assurgere la sua scuola a palestra di pensiero e di virt.
E la sua fu vera cultura, fu bisogno profondamente sentito di studiare e di
conoscere.
Spesso rimaneva per due o tre giorni chiuso nel suo studio, ignaro, pi che
incurante, dello scorrere del tempo, immerso in una dimensione diversa, tutta
sua, in un colloquio costante con muti ma sapienti interlocutori. E a mia
nonna, che dopo tre giorni osava penetrare nel suo sacrario, diceva accorato:
Non mi fate leggere neanche un minuto...!.
Considerava la scuola, il Galluppi, il TempiO del Sapere, il luogo pi 
importante che vi fosse. E il pi caro e sacro, e mai lo consider con
l'ottica del lavoratore scontento e sfruttato; e per andare a scuola indossava
il suo abito migliore, il pi adeguato alla solennit del sito, la redingote.
Con dignit e correttezza svolse la missione affidatagli in seno al Comune e
mai giunse a compromessi od ostent ipocrisie. Ne  prova un biglietto cos
concepito:
Gentilissimo Signor Sindaco,  meglio parlar chiaro. Abituato ad operare
sempre in coerenza a quello che penso, non posso stamattina venire ad
ostentare idee e convinzioni che sento di non avere. Mi abbia quindi per
iscusato e mi creda. Vincenzo Vivaldi.
Casa, 16 luglio 1906-Catanzaro.
Sino alla fine lucidissimo, cosciente e sereno. Agli amici che erano venuti a
fargli visita e che si accomiatarono da Lui, quella sera del 4 febbraio 1940,
promettendogli di ritornare il giorno successivo, disse pacatamente. La
nostra giornata terrena  finita!. Quegli stessi furono richiamati, pochi
minuti dopo quel sibillino saluto, sulla strada del ritorno alle loro case
perch Egli era morto.
Mio nonno - sono convinta - seppe leggere sempre e soprattutto in se stesso ed
avvert l'ala della Morte, quella sera, perch la rettitudine con la quale
aveva sempre operato gli impediva di temerla. Cos Egli fu ed  in coloro che
lo conobbero e lo amarono. I consensi di chi ne studi le opere, prestigiosi
senz'altro, ma anche impersonali ed asettici, sono riportati nella storia
della letteratura e saranno riportati in avvenire... dagli studiosi di buona
volont. Freddi ed obiettivi.
I suoi discepoli gli vollero bene e scrissero di Lui, non per puro esercizio
accademico, ma per rendere testimonianza di ci che Egli rappresent.
Inconsapevolmente aggiunsero ai loro cospicui diademi la pietra preziosa di un
articolo in pi .
Nel ricordo la sua figura vibra ancora ed ancora addita, a chi sa ascoltare, i
veri valori della vita.
Era nato in Catanzaro il...
...
Fine Parte 2.